11 Settembre 2014 14 commenti

Sons of Anarchy 7: l’ultimo ritorno di Diego Castelli

Inizia l’ultima stagione della serie più sottovalutata di sempre (almeno dai critici)

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OCCHIO! SPOILER SULLA PREMIERE DELLA SETTIMA STAGIONE DI SONS OF ANARCHY!
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Non ci ho pensato fino praticamente all’ultima scena della 7×01. Perché sono mesi che aspetto con ansia l’arrivo dell’ultima stagione, e sono settimane che mi struggo al pensiero che fra troppo poco tempo vedrò il finale.
Quello a cui invece non avevo pensato è che, dopo questa, non vedrò mai più una premiere di Sons of Anarchy.
Ieri è stata l’ultima volta in cui ho spezzato l’attesa annuale, l’ultima volta in cui ho detto “finalmente è tornata”, l’ultima volta in cui ho cercato segni di invecchiamento nei volti dei protagonisti (ho sempre questa pretesa, con tutte le serie, di accorgermi del tempo che passa notando una ruga aggiuntiva o una tetta più calante dell’anno prima).

Vorrei che tutti ci prendessimo un momento per riflettere su questa cosa.
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Preso? Bene. Ora parliamo della puntata.

Era un ritorno particolarmente importante (d’altronde quale non lo è?). Nel finale della scorsa stagione quella bagascia di Gemma – chiamiamo le cose con il loro nome – aveva ucciso Tara, insabbiando poi tutta la faccenda e lasciando Jax nella suo confuso dolore. E sapevamo anche che, uscito Clay dalla scena, l’ultimo grande segreto rimasto nella serie è proprio lo stesso segreto da cui tutto parte, cioè il fatto che è anche colpa della stessa Gemma se il padre di Jax è stato spodestato e ucciso.
Il fatto che ora Gemma abbia infilzato Tara manco fosse un arrosto è più un rimarcare quello che già sapevamo: che la donna finge di essere (anzi crede di essere) il collante che tiene insieme SAMCRO, ma in realtà è la prima fonte della sua lenta e apparentemente inesorabile rovina.

Il primo episodio della settima stagione, nell’abbondanza dei suoi 75 minuti, riprende le fila del discorso più o meno da dove l’avevamo lasciato e setta le basi per un ultimo ciclo che, volenti o nolenti, porterà tutti i nodi al pettine. Come al solito c’è tutto un groviglio di alleanze, segretucci e rivendicazioni tra gang (c’è pure un imbolsito ma sempre inquietante Marilyn Manson nei panni di Ron Tully), che però a mio modesto parere rappresentano sempre una sorta di sfondo, di necessario ingranaggio narrativo funzionale all’approfondimento dei temi e delle psicologie realmente importanti.
Se Jax è da sempre identificabile come il protagonista di Sons of Anarchy, questo sembra essere l’anno in cui tutto-ma-proprio-tutto converge su di lui. Suo il massimo dolore per la morte di Tara, suo il desiderio di vendetta, suo l’ultimo tentativo di capire come diavolo fare a tenere insieme tutti i pezzi della sua vita senza che ad uno a uno finiscano immersi nello sterco. E sempre suo, ultimo ma fondamentale, il ruolo di burattino della sfiga (e soprattutto di sua madre), perché per quanto possa essere intelligente e preparato, gli mancano sempre quei due-tre pezzi del puzzle senza i quali i suoi piani finiscono quasi sempre zampe all’aria.
Il titolo dell’episodio, d’altronde, è “Black Widower”, “vedovo nero”, e sembra rispecchiare il legame strettissimo tra Gemma, vedova omicida, e Jax, vedovo in cerca di vendetta.
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Questa è la meravigliosa contraddizione che Kurt Sutter porta avanti da un po’: la costruzione di un protagonista sempre più figo, sempre più carismatico, sempre più spietato (in un’operazione da “breaking bad”, nel senso letterale), che però a conti fatti è sempre un povero bimbo tenuto lontano dai giochi dei grandi. Una situazione paradossale che stringe lo stomaco dello spettatore, da sempre amante del personaggio e impossibilitato a consigliarlo per il meglio, pur sapendone più di lui.

Se queste sono le macrolinee che attraversano la costruzione della sceneggiatura, sappiamo poi che Sons ci delizia spesso con la sua messa in scena. In questo senso, questa premiere non è stata tutta eccezionale, ma ha piazzato i suoi bei colpi di classe. Magari piccoli, come il sorrisetto furbino di Tig prima che la carrozzella del nero senza gambe venga attaccata alla moto di Bobby. Spesso più grandi, come quella scena finale in cui la violenza di Jax – costruita su addominali, schizzi di sangue e inquadrature da American Psycho – raggiunge un livello per cui anche i fedelissimi del ragazzo lanciano sguardi un po’ preoccupati da “Gesù, ma questo cosa sta diventando?”. Per non parlare, ovviamente, delle solite, ispiratissime scelte di colonna sonora.
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Credo sia relativamente facile, per questa stagione, prevedere una sempre più vorticosa discesa agli inferi, in cui un Jax ormai disilluso dalla vita e segnato dalla consapevolezza di non essere quel grande stratega che pensava (anche se noi sappiamo che è vero solo in parte), cederà sempre più alle lusinghe del lato oscuro, fino a un momento in cui, per forza di cose, certe verità dovranno venire fuori, e allora non ho idea di cosa possa succedere. O meglio, ce l’ho, ma ho troppo rispetto per Sutter per metterla per iscritto. Voglio vederla e basta.
Oppure, proprio perché c’è così tanta prevedibilità, il buon Kurt saprà stupirci ancora, come quando ha ucciso Clay nella PENultima stagione, o quando ha scatenato quella violenza femminile che a posteriori sembra l’unico modo efficace di giustificare un’altra annata di episodi, ma che all’epoca non avevamo affatto previsto e anzi, ci aveva rivoltato lo stomaco.

Sì insomma, in un modo o nell’altro siamo all’ultima stagione di Sons of Anarchy, e dopo questa premiere non ho grossi dubbi: sarà un addio da lacrime e sangue, esattamente come volevamo.

Scusa Jax, ma è così.
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