8 Novembre 2018 5 commenti

Mayans MC season finale: dai, buona prima stagione, anche se SoA resta SoA di Diego Castelli

Se facciamo il paragone non ne usciamo vivi, se invece ci concentriamo sulla nuova serie, c’è motivo di soddisfazione

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SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE

La prima stagione di Mayans MC, conclusasi pochi giorni fa, può essere letta e giudicata in due modi principali, ognuno legittimo e personale, ma con esiti molto differenti.

Il primo approccio è quello intransigente, e forse un po’ masochista. È lo sguardo di chi, venendo dall’adorazione per Sons of Anarchy, non era disposto ad accettare niente di meno che Sons of Anarchy.
SenonèbellacomeSoAèunamerdaaaaaa.
Al di là della ragionevolezza o meno di questa prospettiva (tipicamente, il cuore se ne fotte della razionalità), mi pare pacifico che la prima stagione di Mayans MC non sia riuscita a rimanere al livello di Sons. Che non vuol dire che non possa arrivarci (anche perché, se dobbiamo pensare ai nostri momenti preferiti di SoA, probabilmente pochi farebbero parte della prima stagione), ma di certo c’è ancora un po’ di strada da fare.

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Parte del problema potrebbe essere stato il tentativo di fare un calco abbastanza preciso dei temi e degli stili della serie madre, con quel miscuglio di intrighi criminal-polizieschi spesso troppo intricati (era anche il punto debole di SoA) e di problemi familiari che hanno sempre costituito il vero cuore pulsante del capolavoro di Kurt Sutter.
Certo, direte voi, è uno spinoff, cosa doveva fare, parlare di unicorni e principesse? Naturalmente no, ma la storia recente della serialità ci insegna che lo spinoff di una serie amatissima dovrebbe avere il coraggio e la forza di staccarsene almeno in parte, anche solo per sfumature, ma in modo evidente. Un esempio per tutti, Better Call Saul.

Mayans MC invece rimane legatissima allo stile di SoA, pur nella sua variante latina, e in questo perde, perché finisce col sembrarne una copia un po’ sbiadita, che impone i paragoni senza essere in grado di reggerli. Prova ne è il costante senso di attesa verso qualunque accenno, citazione o comparsata riferita alla serie originale: quando viene nominato Jax Teller, o quando nel finale compare Happy, proviamo un brividone piacevole e inevitabile, ma che dice qualcosa di come Mayans possa essere, per una parte del pubblico, solo un modo per diluire la nostalgia di Sons of Anarchy.

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A fronte di questa sconfitta quasi automatica della figlia nei confronti della madre, però, esiste anche un approccio diverso, di chi sapeva di dover tenere a freno le aspettative, avvicinandosi con cautela al nuovo show. Chi è riuscito in questa specie di training autogeno ha sicuramente tratto maggiore soddisfazione da Mayans, una serie che, comunque, ha mostrato una solidità forse insperata.
I pregi che avevamo messo in luce in occasione del pilot, su tutti la capacità di costruire una struttura densa e ricca di spunti, sono stati confermati: la prima stagione di Mayans MC ha dato vita a un mondo fatto di motociclisti, trafficanti, padri, figli, fratelli ed ex amanti, che nel complesso ha funzionato quasi sempre, gettando i personaggi nei tipici gorghi inestricabili di Kurt Sutter, sballottandoli di qua e di là ma dandogli anche imprevedibili occasioni di riscatto. La storia di EZ e della sua famiglia si è tinta rapidamente di sangue e paura, e il viaggio che ha condotto il protagonista da una situazione di grande difficoltà a un nuovo equilibrio non meno precario, ma comunque evoluto, è stata a tratti appassionante.

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Soprattutto, vediamo il ribaltamento della prospettiva iniziale: se è vero che la riproposizione di certi stili e dinamiche può suonare ormai datata, va comunque dato atto a Sutter di avere ancora la mano per farli come si deve. Dopo un inizio preparatorio, infatti, Mayans MC è riuscita a regalarci quei picchi di goduria splatter a cui Sons of Anarchy ci aveva abituati, singole scene e twist che alzano improvvisamente l’adrenalina dandoci una botta di emozione ma riuscendo al contempo a dare spessore (spesso malato) ai personaggi. Penso per esempio al matricidio compiuto da Coco, alla testa mozzata di Devante, simbolo dell’accordo fra Galindo e i ribelli, o al modo in cui i fratelli Reyes, uniti eppure distanti, portano a compimento la missione affidatagli da quel matto vero di Potter. Senza contare, naturalmente, l’improvviso e strettissimo legame con Sons of Anarchy alla scoperta che, forse, Happy è l’assassino della madre di EZ.
Queste ultime sono probabilmente le somiglianze più riuscite e inevitabili fra Mayans e SoA: il fatto che al centro di tutto ci sia un nucleo familiare le cui fondamenta vengono continuamente messe alla prova da sfide e terremoti che arrivano dall’esterno e dall’interno, e che i personaggi fanno una fatica boia a gestire. Là era Jax-Gemma-Clay, qui EZ-Angel-Felipe, ma il succo non cambia, e per fortuna anche il carisma è tenuto a livelli molto alti, soprattutto grazie al buon vecchio Edward James Olmos, a cui io darei una serie tutta sua fatta di soli monologhi e sguardi sofferenti.

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Comunque la si guardi, e qualunque sia la risposta di ognuno alla nuova creatura di Kurt Sutter, mi sembra però che si possa essere d’accordo nel dire che le ipotesi più fosche sono state smentite. Se è vero, come abbiamo detto, che ci sono almeno due modi diversi e discordanti di vivere Mayans MC, è altrettanto vero che noi non venivano esattamente da Sons of Anarchy, bensì da The Bastard Executioner, serie orrenda che ci aveva fatto temere la fine della vena creativa di Kurt Sutter.
Ecco, che piaccia o no, non credo si possa dire che Mayans sia una “brutta” serie tv. Per ora, tutto sommato, va già bene così.



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