19 Marzo 2015 4 commenti

Community è anziana, ma ancora Community! di Diego Castelli

Tra pregi e difetti, un bel sospirone

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UN PO’ DI SPOILER CI SONO, ERA INEVITABILE

 

Le serie tv che arrivano alla sesta stagione non sono moltissime, ma in fondo nemmeno così poche. Cioè, non stiamo certo parlando di un record.
Allo stesso tempo, però, poche serie sono arrivate alla sesta stagione con un percorso travagliato come quello di Community. Fin da subito sulla graticola per gli ascolti non esaltanti, ma sempre sostenuto da un’agguerrita community di fan (oh, l’ironia…), lo show creato da Dan Harmon ha superato un sacco di scogli, partendo appunto dai bassi dati di ascolto e passando per l’addio e il ritorno del suo autore (“mancato” nella quarta stagione), la partenza di vari protagonisti importanti (da Donald Glover a Chevy Chase), e infine una cancellazione vera e propria, che sembrava aver messo la parola fine alla lunga e travagliata corsa del Greedale Community College.
E invece no: ancora una volta capace di risorgere dalle proprie ceneri, Community è tornata in una nuova veste, di fatto non più una “serie tv”, bensì una “webserie”, anche se l’aspetto esteriore è quello di sempre.

C’è una cosa strana da segnalare, circa l’hype per questa sesta stagione. L’attendevamo con grande ansia, e questo è un fatto. La cancellazione prima e la resurrezione poi hanno fomentato ulteriore entusiasmo, e questo è un altro fatto. Eppure non stavamo attendendo questo ulteriore ciclo di episodi come se fosse un nuovo messia seriale, come se ci aspettassimo chissà quale stravolgimento. Messi a dura prova dalle difficoltà del passato, abituati al fatto che Community ha saputo raggiungere vette altissime ma anche pantani di goffa medietà, e infine consapevoli che probabilmente gli anni d’oro delle prime tre stagioni sono passati e non torneranno, questa volta abbiamo atteso Community come si fa con certi vecchi amici, quelli che magari hai un po’ perso di vista dopo anni di bisboccia, ma per i quali provi comunque un affetto immutabile. E poi siamo attaccati a quella promessa implicita, quel six seasons and a movie trasformato da banale gag di inizio serie a un meta-obiettivo da raggiungere a ogni costo, no matter what.

 

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Quindi insomma, non pretendevamo necessariamente la miglior Community ma pretendevamo, questo sì, che fosse ancora Community. E la buona notizia, quella che fa tirare il sospirone, è che i mille pericoli e il cambio di piattaforma non hanno rovinato il cuore della serie: Community è ancora Community.
Un po’ di ruggine c’è, nella doppia première andata in onda un paio di giorni fa. Qualche calo di ritmo, qualche gag troppo preparata e quindi meno efficace. Soprattutto, la mancanza dei personaggi storici inevitabilmente pesa: alla lunga è difficile tirare avanti senza Troy, senza Pierce, ora pure senza Shirley, che non era certamente il personaggio migliore ma faceva comunque parte della famiglia. Abbiamo perso pure il professor Hickey, rimasto giusto per un po’, prima di tornare da papà Vince Gilligan in Better Call Saul.
Allo stesso tempo, l’aggiunta di Francesca “Frankie” Dart (interpretata da Paget Brewster) non ha convinto fino in fondo, forse perché introdurre un personaggio dichiaratamente normale in una serie di svitati rischia di farla apparire per quello che è: troppo normale per essere divertente. La cosa paradossale è che c’è quasi subito un dialogo con Abed in cui il nostro meta-personaggio riconosce il problema in modo esplicito. Ovviamente, se espliciti un problema narrativo all’interno della narrazione sei un figo vero, ma ciò non toglie che il problema rimane.
Un po’ meglio, così al primo sguardo, l’impatto di Elroy Patashnik (impersonato da Keith David), geniale esperto di realtà virtuale che compare nel secondo episodio ed è destinato a rimanere anche nei prossimi.

 

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Detto tutto questo, fatta quindi la tara dei problemini, ci sono però ci sono due elementi fondamentali, due colonne portanti che sono ancora lì, solide e rassicuranti.
In primo luogo la costruzione narrativa di Dan Harmon. I migliori episodi di Community sono quelli che al netto delle (innumerevoli) minchiate danno la sensazione di girare come orologi, di avere tutto ma proprio tutto al posto giusto. Che poi era la cosa che era mancata nella quarta stagione, magari accettabile sotto il profilo della pura creatività ma troppo sfilacciata nella semplice arte del raccontare storie. Ecco, le storie di questi due episodi girano bene, funzionano, e riescono a far ripartire la mitologia di Greendale svicolando i possibili paletti dati dal fatto che ormai quasi nessuno dei protagonisti è uno studente. L’arrivo di Frankie nel primo episodio, con conseguente attenzione ai costi e nascita di una sorta di società segreta antiproibizionista, e il percorso personale di Britta nella seconda puntata (con l’approfondimento del suo rapporto coi genitori), sono entrambe storie di sostanza, storie interessanti, che danno spessore a tutto l’impianto dandoci la sensazione di essere davanti a una serie vera, non solo un contentino per una banda di sciamannati che volevano salvare uno show ormai moribondo.

In secondo luogo, tenuti in fondo ma non certo per minore importanza, ci sono le idee. Quelle piccole, scintillanti troiate, dalle citazioni alle moine di Pelton, che hanno fatto di Community una delle serie comiche più innovative e curiose degli ultimi anni. Da questo punto di vista, se parliamo insomma di quanti potenziali serial moments ci sono in questi due episodi, potremmo andare avanti a lungo: la scena iniziale dei fresbee; i continui montaggi delle attività quotidiane (espressione purissima del classico citazionismo “di genere” di Community); il bar anni Trenta con dentro pure Nathan Fillion; lo spinoff finale di Shirley (e già il fatto che Abed parlasse dello spinoff era delizioso); Chang e il gatto; il preside alle prese con la realtà virtuale. E per finire i Gremlins portoghesi, una roba semplicemente splendida.

Eccole qui, le due cose che rendono Community ciò che amiamo: la narrazione solida e le minchiate colossali. E malgrado tutto, anche se per ora non c’è da gridare (di nuovo) al miracolo, quelle due cose sono ancora lì, e per ora va benissimo così.

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