6 Maggio 2016 6 commenti

House of Cards – Uno sguardo che vale una stagione di Marco Villa

Un Kevin Spacey spettacolare, un Francis Underwood sempre più shakespeariano

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ATTENZIONE: si parla di tutto quello che succede nella quarta stagione

Partiamo dalla fine, da quello sguardo in camera di coppia. Pochi istanti che cambiano alla base l’impianto di House of Cards dopo quattro anni. Finora il solo Frank Underwood aveva guardato negli occhi lo spettatore, in un gioco di dentro&fuori tra racconto e messa in scena che da subito è stato uno dei tratti caratteristici della serie di Netflix. Arrivati alla fine della quarta stagione, invece, anche Claire partecipa a questo dialogo: non pronuncia una parola, ma entra anche lei nella nostra relazione personale con Frank. Un fatto che diventa ancora più significativo se ci si ricorda come si era chiusa la terza stagione, con quella camminata silenziosa e decisa che aveva portato Claire fuori dalla Casa Bianca.

E la stagione non è iniziata meglio, basti pensare alle scene potentissime in cui Frank sognava di strangolare la moglie. Uno stravolgimento pesante, che ha allontanato i due e poi li ha riportati più vicini che mai, per quanto definitivamente fuori da un rapporto matrimoniale. Non che fossero mai stati piccioncini, ma qualcosa c’era. Adesso no, svanito per sempre.

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La bellezza di questa stagione sta tutta nel suo aver portato i due a un picco di lontananza e poi di vicinanza, senza far risultare forzata la transizione e riuscendo a incastrare nel mezzo altre vicende interessanti, come tutta la faccenda dello studio delle ricerche online e annessa manipolazione dei dati. Certo, non è stata una stagione perfetta: la sottotrama di Doug e della vedova del donatore è stucchevole come tutte le sottotrame di Doug, la famiglia Conway non è stata certo baciata da una scrittura memorabile e il personaggio di Neve Campbell (sempre sia lodata) non si impone in alcun modo. Niente di tragico, perché nel complesso si è viaggiati davvero alti, con tanto di momento di tensione estrema, coinciso con l’attentato al Presidente.

Su tutto, però, si piazza l’interpretazione di Kevin Spacey. Parlando in occasione del lancio della serie, Spacey ha spiegato quanto sia stato importante per lui recitare Shakespeare a teatro, a livello professionale e in particolare per interpretare Francis Underwood. Più che in passato, Spacey in questa stagione ha dominato la scena, con una recitazione caratterizzata da un’attenzione quasi maniacale al ritmo delle parole: in tanti casi, i suoi dialoghi e le sue parti dei monologhi sembravano partiture più che sceneggiature, per quanto l’attore riusciva a dare ritmo e intensità a ogni parola. Un approccio spiccatamente teatrale, che però non suona estraneo alle dinamiche televisive, andando invece a configurarsi come un vero e proprio plus.

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Tornando alla storia, il finale di stagione ci consegna un presidente degli Stati Uniti che è allo stesso tempo un terrorista e ha come unico obiettivo quello di diffondere la paura nella popolazione, per potersi presentare come uomo forte, unico baluardo in grado di difendere il paese. Per tanti, questa sembrerà la descrizione di un qualsiasi presidente degli Stati Uniti, ma la scelta di House of Cards è tutto tranne che banale, perché nella serie viene dichiarato in modo diretto. In questo senso, colpisce ancora di più quello “Yes, we can” che Underwood pronuncia quando si riferisce alla capacità della Casa Bianca di seminare la paura.

Quando House of Cards ricomincerà, gli americani avranno un nuovo presidente, ma la campagna elettorale più appassionante degli ultimi anni non sarà ancora iniziata.



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