30 Aprile 2015 15 commenti

House of Cards – Il re è solo di Marco Villa

Il finale della terza stagione di House of Cards

Copertina, On Air

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OCCHIO! SPOILER SU TUTTA LA TERZA STAGIONE!

 

Una stagione strana, di assestamento. Dopo le prime due che hanno portato Frank Underwood dalla delusione della mancata nomina a Segretario di Stato fino allo Studio ovale, la terza stagione di House of Cards ha raccontato il difficile impatto con la Casa bianca e il ruolo di presidente.

Verso metà stagione parlavamo di come Underwood si fosse trasformato da burattinaio in burattino, aspettandoci però un finale di stagione di riscossa, durante il quale il nostro Frank riuscisse a riprendere il controllo della situazione. Non è andata così, per il semplice fatto che la terza stagione di House of Cards è nettamente divisa in due e questa divisione non è data da una trama politica, ma dal rapporto all’interno della coppia presidenziale. Le prime puntate sono prettamente politiche, tra il piano per il lavoro e le negoziazioni con il finto Putin, con Claire a rivestire un ruolo importante (per quanto inverosimile) come ambasciatrice all’ONU. Nel momento in cui lei viene costretta a rinunciare al seggio, tutta la politica diventa meno centrale e House of Cards si concentra in modo marcato sul rapporto tra il presidente e la first lady.

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Con le dimissioni forzate, Claire si sente per l’ennesima volta subalterna, ma la sua delusione non trova più consolazione in quel nucleo impenetrabile che era la coppia Claire+Frank. Il marito ha permesso a un estraneo di violare lo spazio privato dove nessuno aveva osato mettere il dito: sembrava una scena di passaggio, ma a posteriori diventa fondamentale il momento in cui Claire protesta con il marito per aver fatto entrare il giornalista-scrittore-fuffa (secondo personaggio più inutile della storia della tv dopo il fotografo-amante di Claire) nelle stanze private della Casa bianca. Quella violazione fisica è simbolica, mentre ben più consistente sarà la violazione attuata dallo scrittore con il primo capitolo del libro commissionatogli. Un capitolo che fa deragliare Claire: normalmente sarebbe andata dal marito e i due insieme si sarebbero fatti forza a vicenda, magari rovinando la vita a qualcuno, ma in questo caso non può, perché il marito è il cuore del problema e quella ventina di pagine lette e rilette lo dimostrano senza ammettere dubbi. Il finale di stagione è l’ovvia conseguenza e apre la strada a una quarta stagione diversa da quella che ci si sarebbe potuti immaginare.

Non si può non parlare della parte politica. Da grande fan di The West Wing mi sono goduto tutte le puntate in cui non si faceva altro che parlare di macchinazioni, leggi (spesso senza senso tipo America Works, ma vabbè) e dichiarazioni. Anche questo è stato un grosso cambiamento per House of Cards, finora per taglio quasi più vicino al mondo della spy story che a quello del racconto politico. Punto più alto di questa parte della serie è ovviamente il dibattito politico, piuttosto lungo e ben scritto/girato, ma che paga ovviamente dazio di fronte a quello di The West Wing, entrato nella storia perché mandato in onda in diretta. Sì: un’ora di finto dibattito in diretta con soli due attori. Una roba oltre.

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Chiudo con il capoverso dedicato alla parte più brutta della stagione, dove per brutta intendo “di cui non me ne fregava nulla”. Mi riferisco ovviamente a Doug Stamper e alla sua ossessione per un personaggio che già sollevava poco interesse quando poteva danneggiare il protagonista, figuriamoci adesso che è lontano anni luce da Washington. La faccenda alcool-non alcool di Doug può ancora avere un senso e un interesse, soprattutto per il suo tentativo di controllare quello che non può essere controllato (spararsi il whisky in bocca con la siringa è un momento forte), ma tutta la faccenda della ricerca della ragazza e delle minacce all’hacker (altro personaggio inutile) è davvero una cosa di cui si poteva fare a meno.

La seconda stagione finiva con il colpo di scena dell’approdo alla Casa bianca, la terza si conclude con un re rimasto solo. Unendo queste due cose si può facilmente pensare a una quarta stagione di  che promette di essere una bomba. Knock Knock.



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