16 Settembre 2016 6 commenti

Quarry: il Vietnam, Memphis e tanto, tanto malessere di Eleonora Gasparella

La nuova serie di Cinemax è pulp, molto pulp. Pure troppo.

Copertina, Pilot


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ATTENZIONE SPOILER

Quarry è il nuovissimo prodotto di Cinemax, e ha quasi tutte le carte in regola per diventare qualcosa di veramente bello. Sono alcuni anni che l’emittente statunitense si è lanciata nella produzione di serie tv, e i risultati non sono stati niente male, come ad esempio Banshee e più recentemente The Knick.
Anche con Quarry, Cinemax non ci va giù leggera: i temi sono quelli della guerra del Vietnam, dei suoi reduci e della difficoltà di ritornare ad una vita normale dopo tutto l’orrore visto e vissuto. Fin qui non c’è praticamente niente di nuovo, direte voi, e questo è vero. Quarry però non è solo questo: come nelle altre due serie citate prima, la parte del leone la fanno i protagonisti e il setting, in questo caso Memphis e il Sud degli USA negli anni Settanta, resi in modo impeccabile.
La trama si basa sui romanzi omonimi di Max Allan Collins. Il protagonista è Mac Conway, interpretato da Logan Marshall-Green (24, The O.C.) un marine che ritorna dal Vietnam dopo due missioni e sostanzialmente si ritrova invischiato in un giro poco raccomandabile (e anche qui poche novità).

Il passato in Vietnam di Mac Conway non ci viene esplicitamente rivelato: si sa solo che qualcosa di brutto è successo, talmente brutto che tutta la sua città, Memphis, mal lo sopporta. Per questo Mac ha molte difficoltà a ricominciare una vita regolare, tutte le porte gli vengono chiuse in faccia e pure la moglie sembra non aver propriamente fatto la santa nell’anno in cui è andato a guerreggiare.
Il buon vecchio Mac ce la mette davvero tutta per cercare di farcela rigando dritto ma qualcuno ha in serbo un destino diverso per lui: si tratta di The Broker e la sua gang. Questi ultimi sono un gruppo di killer professionisti convinti che Mac svolgerebbe davvero benissimo il lavoro del sicario, così tentano di convincerlo a lavorare per loro. L’ex marine è titubante, ma si fa coinvolgere dall’amico Arthur, che ha invece accettato la proposta di The Broker. A causa di una serie di sviluppi poco piacevoli, Mac si ritrova invischiato con la gang, un po’ per necessità e un po’ per scelta.
quarry3Quello che funziona benissimo in Quarry, come dicevamo, sono i personaggi, davvero ben caratterizzati.
Un esempio ne è il migliore amico di Conway, Arthur, e la sua famiglia, grazie ai quali vediamo uno spaccato della vita delle persone di colore a Memphis negli anni Settanta: locali dove si canta il soul e chiese dove i funerali vengono celebrati con tamburelli e cori gospel.
Un’estrema piacevolezza la regalano anche i “cattivi” della serie, a partire da The Broker, interpretato da Peter Mullan (Top of the Lake) sadico uomo d’affari, in grado di creare un'”azienda” di killer professionisti che escono dalle scene del crimine sempre puliti, ben pagati e senza lasciare tracce, fino ad arrivare al personaggio migliore che si possa vedere in un pilot: Buddy, che ha il volto dell’australiano Damon Herriman (impagabile la scena in cui si esibisce in una performance della versione spagnola di Without You). Sicuramente ci auguriamo di vedere sempre più scene con Buddy nelle le puntate successive (in realtà qui già si vota per uno spin off).quarry2
Arriviamo al punto dolente di Quarry, che è il suo protagonista. Non tanto per l’attore, che essendo un incrocio tra Matthew McConaughey in True Detective e Tom Hardy, e avendo una recitazione tutto sommato piacevole si fa apprezzare, quanto per lo spessore del personaggio di Conway in se. Per tutta la durata del pilot, gli autori ci vogliono far entrare nella testa dell’ex marine per capire il suo dramma interiore, con flashback e scorci di malessere qui e là, distraendoci dal tema principale: i potenziali sviluppi della sua nuova “attività” da sicario. Quando ci stacchiamo dal cervello di Mac tutto va bene: belli sono i momenti di vera azione, come la parte dove scopre e sistema a modo suo il tradimento della moglie, belle sono le piccole accortezze stilistiche, come quella del disco di Otis Redding, bellissimo è il dialogo del protagonista con Buddy quando quest’ultimo gli affida la missione. Insomma, in futuro, meno si cercherà di approfondire i drammi di Mac, più la serie potrà decollare, perché gli ingredienti giusti ci sono. C’è un contesto e una fotografia davvero fichissimi, buoni personaggi, una colonna sonora fatta del sound di Memphis e New Orleans (mica bruscolini) e una trama che può regalare svolte inaspettate. Bisognerà attendere le prossime puntate per capire se la direzione sarà quella giusta.

Perché seguirla: senza dubbio perché c’è Buddy.
Perché mollarla: se continuerà a essere un viaggio nel malessere del protagonista, potrebbe risultare davvero noiosa.



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