9 Giugno 2016 18 commenti

Banshee: un ultimo saluto, ché se lo merita di Diego Castelli

Ciao Hood, ci mancherai

Banshee (2)

SPOILER SULL’ULTIMA STAGIONE

Ho aspettato un po’ prima di affrontare il finale di Banshee. Era ovvio che bisognasse scriverne, ma volevo trovare qualche chiave nuova per parlare di una serie che abbiamo già sviscerato abbastanza, e soprattutto volevo venire a patti con una stagione che mi ha dato sensazioni un po’ diverse rispetto al previsto, anche alla luce di quella premiere di cui abbiamo parlato un paio di mesi fa.



Quell’episodio era pienissimo. Complice il flash forward che introduceva robusti cambiamenti rispetto al finale della terza stagione, era una puntata assai densa di spunti, promesse, azione, programmi su cosa questo lungo finale dovesse essere, in termini narrativi ma anche puramente visivi, di sangue e di pancia.
Non sono certo che la stagione abbia effettivamente rispettato quelle promesse. Sono stati otto episodi più riflessivi e misurati del previsto (con l’accezione che può avere il termine “misurato” per una serie come Banshee), in cui l’amarezza per la morte di Rebecca ha riverberato in maniera molto pesante, gettando un’ombra scura su un po’ tutti i personaggi, a partire dallo stesso protagonista che, per quanto non direttamente coinvolto nella morte, si porta dietro un senso di colpa grosso come un macigno.
Allo stesso tempo, ho trovato qualche elemento troppo posticcio, o semplicemente inutile. Penso soprattutto all’introduzione dell’agente Dawson che, malgrado l’aspetto sempre graditissimo di Eliza Dushku, mi è sembrato più che altro il tentativo di sparare dentro un’altra gnocca con le palle dopo l’uscita di scena di Siobhan nella scorsa stagione.

Banshee (7)

Però con le critiche finiamo qui. Perché se anche fosse vero che Banshee non ha mantenuto alcune specifiche promesse di inizio stagione, non significa che non sia stata in grado di mantenerne altre, assai più importanti e fatte molto più indietro nel tempo.
Credo che la chiave di tutto stia nel modo in cui consideriamo il finale, e nei dubbi che possono sorgere nel giudicarne la direzione di fondo.
Se guardiamo alla superficie, Banshee finisce bene, nel senso di “lieto fine”. Hood sopravvive, sopravvivono i suoi amici, la sua ex e sua figlia, Job può indossare una parrucca assurda e andare a cercarsi qualche altra avventura, Sugar riesce a rientrare dei soldi spesi e può così affrontare serenamente la vecchiaia. Dall’altra parte i cattivi muoiono: i nazisti, Kai, Burton.
I buoni vivono, i cattivi muoiono, che c’è di più facile?

Ecco, la cosa più interessante di questo finale, e probabilmente dell’intera serie, è che questa conclusione apparentemente così manichea, in un racconto che fa dell’azione più cruda, violenta ed immediata uno dei principali marchi di fabbrica, non è poi così “facile”.

Banshee (1)

Tutta la stagione è oscurata da un velo di malinconia, che parte principalmente da quello che nel corso della serie è stato inevitabilmente perduto: le morti di personaggi come Siobahn e Rebecca, ovviamente, ma anche certi rapporti che evidentemente sono andati oltre il punto di non ritorno.
Più che cercare la felicità, insomma, i protagonisti cercano la fine della sofferenza, perché in qualche modo sanno di non poter chiedere troppo. È per questo che, quando lo vediamo allontanarsi in moto, abbiamo l’impressione che il futuro di Hood possa essere “sereno”, ma probabilmente non “felice”. Hood sarebbe stato felice se avesse potuto rimanere con Carrie e con sua figlia, senza pensieri, facendo il padre modello e limitando i cazzotti a qualche serata allegrotta nei bar. Questo però non è possibile, perché se c’è un tema centrale in Banshee è quello del peso del passato, della responsabilità delle scelte che abbiamo compiuto.
In questi quattro anni il protagonista ha seguito un percorso di redenzione fatto di sangue e ferite, il cui obiettivo non era però cancellare il passato – impossibile – bensì venirne a patti e trovare una qualche forma di compromesso. Alla fine l’obiettivo è raggiunto, sul passato viene messa una pietra, ma il futuro deve tenere conto di ciò che in quel percorso è stato rotto e non può essere aggiustato. A quel punto non ci serve nemmeno conoscere il vero nome di Hood: non interessa, è ininfluente, perché ciò che importava sapere di quel personaggio l’abbiamo già saputo, e poche lettere stampate su una carta d’identità cambierebbero poco e niente.

Banshee (6)

Se questa strana malinconia fosse limitata ai soli eroi andrebbe già bene, sarebbe forse sorprendente per quello che la serie sembra mostrare al primo sguardo. Fortunatamente, però, c’è ancora di più. Quello stesso grigiore, ben lontano da una semplice divisione fra bianco e nero, coinvolge pienamente anche i cattivi, e soprattutto IL cattivo della serie, ovvero Kai Proctor.
Fra i migliori villain visti in tv negli ultimi, Kai è quasi da subito un cattivo per cui provare una strana simpatia. Strana perché è stronzo, violento, incestuoso e criminale, però allo stesso tempo è solo come un cane (anzi, solo con un cane, considerando che Burton è una specie di barboncino psicolabile), e viene da una famiglia di idioti bigotti.
Senza giustificare mai le sue azioni, gli autori riescono a farci provare pietà per lui, evitando accuratamente di dipingerlo come il riccone che ha raggiunto la vetta truffando i poveracci, e prediligendo l’immagine dell’uomo che ha pensato di potersi comprare la felicità, scoprendo troppo tardi che non era in vendita.
Il trattamento che gli autori riservano a Proctor nel finale è in questo senso emblematico. Ormai lontanissimo dal semplice bastardone che si merita di tutto, Proctor vede da vicino la dissoluzione del suo piccolo impero e soprattutto si vede tradito dall’unico amico che aveva: Burton ha ucciso Rebecca, togliendo in un sol colpo al suo capo le uniche due persone per cui provava una qualche sorta di deviato affetto (il fatto che Burton l’abbia uccisa nel tentativo di fare un favore a Proctor è un’ulteriore sfumatura di questi cattivi così martoriati).
Dopo che Hood gli lascia la possibilità di vendicarsi, lasciandolo poi da solo a vivere una vita senza gioia, a Proctor viene concesso l’onore delle armi: invece che lasciarlo a guardare l’orizzonte da sotto un portico, vecchio-e-infelice, gli sceneggiatori gli concedono di uscire a testa alta, sventagliando proiettili sui suoi nemici, lasciandoci con la speranza (sì, a quel punto perfino speranza) che sia riuscito a farne strage prima di morire a sua volta.
In fondo, l’unico vero cattivo rimasto era Calvin, nel senso che era quello che volevamo proprio vedere morto. Anche lui, però, finisce la sua corsa da bambino ferito e umiliato, in un modo che, se non ci fa provare proprio pietà, ci fa comunque pensare che è meglio lasciarlo scivolare nell’oblio, senza ballare troppo sulla sua tomba.

A conclusione di questo viaggio non dobbiamo fare altro che confermare quello che dicevamo alla fine della prima stagione: Banshee può sembrare una serie per tamarri e camionisti avvinazzati, ma nasconde al suo interno una tensione drammatica e uno spirito epico e poetico da lasciare spesso di stucco. Il fatto che per quattro anni, pur con qualche inciampo e passaggio a vuoto, siano riusciti a mantenere questo precario e delizioso equilibrio, più che un semplice buon risultato mi sembra quasi un mezzo miracolo.

Banshee (4)

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