26 Aprile 2017 6 commenti

Girls – Il finale della serie di Chiara Grizzaffi

Diciamo addio a Girls e a Hannah Horvath, la voce di una generazione: la nostra

Copertina, Olimpo, On Air

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ATTENZIONE: spoiler sugli ultimi due episodi di Girls

Sei stagioni di Girls significano sei anni di vita passati anche in compagnia di Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna, per cui non potete biasimarci se ci abbiamo messo un po’ a elaborare il lutto. Per fortuna, Dunham e soci si sono impegnati a rendere l’addio un po’ meno doloroso regalandoci non uno, ma due finali di stagione. Il nono episodio, Goodbye Tour, chiude il capitolo newyorkese, e soprattutto infrange l’illusione che il nostro quartetto stesse costruendo dei rapporti di amicizia destinati a durare nella loro disfunzionalità – questo ci mette per lo meno al sicuro da orridi sequel cinematografici ambientati negli Emirati Arabi, dato che l’unica reunion che possiamo accettare è questa.

Ma Girls non è Friends, e così invece di chiudere con l’immagine malinconica, ma in fondo un po’ consolante, delle quattro protagoniste insieme per l’ultima volta ci mostra, invece, un assaggio della vita di Hannah dopo il parto.

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È chiaro che, pur trattandosi di una serie corale, il sistema solare di Girls ruota intorno ad Hannah: qualche volta interi episodi sono stati dedicati ad altri personaggi, ma la serie è sempre stata il racconto di formazione della sua protagonista. Questo forse a scapito della complessità di alcuni character, Jessa e Shoshanna su tutti. Nel caso della prima, il fatto che si innamori davvero per la prima volta e che riesca a riconoscerlo è un piccolo passo avanti, ma alla fine di sei stagioni l’impressione è quella di aver grattato appena la superficie, di averne scoperto solo in parte insicurezze e fragilità. Shoshanna ha senz’altro avuto un cambiamento più evidente, e di tutti i protagonisti della serie è quella a cui, in fondo, è stato riservato lo sguardo più benevolo: è l’unica che si comporti davvero da amica, per lo meno nei confronti di alcuni, ed è quella che ha il coraggio di ammettere come stanno le cose (lo sfogo alla fine del nono episodio è memorabile almeno quanto la lite negli Hamptons alla fine del settimo episodio della terza stagione), ma la chiusura del suo arco narrativo, con fidanzamento improvviso, sembra più che altro un espediente per terminare la storia di un’amicizia e non una scelta che renda giustizia al personaggio.

Certo, lo sguardo di Dunham sui personaggi su cui si concentra di più, come Marnie, è impietoso: il personaggio interpretato da Allison Williams sembra fino alla fine incapace di vedersi dall’esterno e di affrontare le conseguenze disastrose delle sue scelte. Per questo ci solleva vederla nell’ultimo episodio, Latching, confrontarsi per la prima volta con una madre che, a differenza della sua, non è in competizione con lei ma si preoccupa di capire realmente cosa provi.

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I riflettori, lo abbiamo detto, si chiudono però su Hannah, ed è giusto così. Se Girls è stata una serie importante, lo è stata soprattutto per la sua eroina narcisista, viziata, sgradevole. Talmente sgradevole che la serie e la stessa Lena Dunham sono state oggetto di diverse critiche: in molti hanno identificato il personaggio con l’autrice, e detestato cordialmente entrambe. Lena Dunham non è Hannah (nessuno scrittore o regista è il personaggio che racconta), ma certo ha messo molto di sé nella sua protagonista, soprattutto in questa stagione: chi ha letto Not That Kind of Girl sa, per esempio, che l’episodio di molestie che Hannah racconta allo scrittore Chuck Palmer in American Bitch (uno degli episodi migliori della serie), è veramente accaduto a Dunham; anche la gravidanza di Hannah in fondo è poco sorprendente per chi abbia letto il memoir, in cui Dunham afferma che la maternità è sempre stata nei suoi piani, fin da bambina.

Ma soprattutto, Hannah è Lena Dunham nella misura in cui è il corpo di Hannah/Lena uno degli elementi centrali della serie. In Girls la dimensione fisica, corporale, ha giocato una grandissima importanza: è attraverso il corpo che si stabilisce il confine nell’intimità (pensiamo alla rabbia di Hannah quando Adam, nella prima stagione, fa pipì su di lei senza il suo permesso, o alla decisione di Adam e Jessa di masturbarsi insieme, ma tenendosi a distanza, nell’illusione di non tradire un’amicizia), è nel cambiamento fisico che Hannah esprime il proprio disagio psicologico (affetta da sindrome ossessivo-compulsiva, Hannah si taglia i capelli da sola e si fora il timpano con un cotton fioc), è con il corpo che Hannah comunica il suo essere a proprio agio o fuori posto. Soprattutto, è stato con il suo corpo che Lena/Hannah ci ha costretto a confrontarci con la nostra ipocrisia. I commenti sul ricorso “eccessivo” alla nudità in Girls mascherano il disagio che quel corpo fa provare allo spettatore, la domanda che più o meno consapevolmente si pone: è davvero necessario che quel corpo, così diverso da quelli che sono abituata/o a vedere in TV, mi venga sbattuto in faccia?

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E se il corpo di Hannah è a tutti gli effetti una provocazione necessaria, trovo che sia ancora più efficace decidere di chiudere la serie con un ultimo, grande cambiamento fisico.

Anche far terminare la serie con la gravidanza di Hannah e i primi mesi di vita di Grover ha fatto discutere. In una serie come Girls, in cui il tema dell’aborto è stato trattato con grande lucidità – indimenticabile la disinvoltura di Mimi Rose nel dire ad Adam “non posso andare a correre perché ho abortito ieri” – sorprende che Hannah invece decida di tenere il figlio concepito con un istruttore di surf che non rivedrà mai più. Ma anche questa è una scelta (e scelta è decisamente la parola chiave quando si affrontano certi temi), coerente con un personaggio tanto egoista quanto impulsivo, sensibile, capace di mostrarsi improvvisamente aperto, vulnerabile, desideroso di amore. L’ultimo episodio di Girls è un confronto fra generazioni (c’è Lorraine, la madre di Hannah, ci sono Hannah e Marnie, e ci sono l’adolescente che Hannah incontra per strada e il piccolo Grover) in cui la rabbia e le incomprensioni cedono il posto alla consapevolezza del bisogno che abbiamo degli altri, di capire e condividere le loro e le nostre esperienze. Anche qui il corpo di Hannah è centrale: in una scena fa il bagno sotto gli occhi della madre, quasi fosse di nuovo una bambina; nell’ultima, dopo molte difficoltà riesce finalmente ad allattare Grover. Attraverso quel corpo, con cui Hannah sfidava il mondo, alla fine la protagonista mostra tutta la sua vulnerabilità e comincia faticosamente a negoziare una nuova relazione, quella con il figlio. Non c’era miglior finale possibile per una serie che non dimenticheremo tanto presto.

Buona fortuna Hannah Horvath, ci mancherai.



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