29 Giugno 2017 7 commenti

Twin Peaks 3×08: il senso che c’è, ma non si può vedere di Diego Castelli

Un episodio che è Lynch puro, e come tale spaventa e attrae

Twin Peaks (2)

ATTENZIONE SPOILER.
DETTO CHE SE UNO TI DICE QUELLO CHE SUCCEDE IN TWIN PEAKS, NON È CHE CI CAPISCI PIù DI PRIMA.

L’ottavo episodio di Twin Peaks ha fatto registrare il secondo ascolto più basso della stagione (ha fatto peggio solo il blocco terzo-quarto episodio). Più in generale, l’ottavo episodio si inserisce in una stagione che, se guardiamo al classico dato d’ascolto televisivo, escludendo quindi i recuperi via internet ecc, sarebbe da considerarsi un palese insuccesso, a fronte di altri prodotti di Showtime che rispetto a Twin Peaks raccolgono dati anche dieci volte superiori.
Allo stesso tempo, però, dell’ottavo episodio stanno parlando tutti.

Questa apparente contraddizione rappresenta un buon punto di partenza per inquadrare meglio l’operazione Twin Peaks, per come si sta sviluppando nel corso delle settimane.
Sono in molti a sostenere che in tv non si sia mai visto un episodio come questo, ed è probabilmente vero nella misura in cui “Part 8” è certamente, completamente, orgogliosamente anti-televisivo.
Posso parlare con cognizione di causa, da lavoratore della televisione che da quasi dieci anni visiona e valuta quotidianamente centinaia di film, tv movie e serie tv fornendo indicazioni per l’acquisto o l’abbandono di prodotti televisivi offerti sul mercato. Se la Twin Peaks che stiamo vedendo da un mese e mezzo a questa parte arrivasse sulla scrivania di una qualunque redazione, senza però il nome di Lynch e il marchio di Twin Peaks, verrebbe scartata dopo cinque minuti, perché sarebbe palese la sua incapacità di interessare il grande pubblico (ma pure quello medio).
Il che, lo preciso, non vuole essere una critica a Twin Peaks, ma una constatazione da cui partire per interrogarsi su come sia stato possibile, per Lynch, arrivare a produrre un tale sogno a occhi aperti, su una rete che sarà pure cable e quindi più di nicchia ecc ecc, ma che rimane comunque televisione americana.

Twin Peaks (5)

Non mi interessa fare un riassunto puntuale dell’episodio. In giro per internet ci sono veri appassionati di Lynch che lo possono fare e lo stanno facendo meglio di me. Quello che davvero mi interessa è trasmettere un’idea di contesto.
Due cose comunque diciamole: l’episodio parte in modo quasi tradizionale, con Evil Cooper e Ray in giro insieme per un’America notturna e inquietante, senza una luce che non sia quella dei fari della macchina. A un certo punto i due si trovano a discutere e Ray spara a Cooper, il cui corpo esanime viene poi circondato da un gruppo di strane creature ombrose.
Da qui in poi, e già non è che si stia capendo molto, è il degenero. Dopo una performance dei Nine Inch Nails si va al 1945, dove vediamo l’esplosione della prima bomba atomica nel deserto. Un’esplosione che sembra avere un impatto decisivo non solo sugli uomini, che fino a quel momento forse non credevano di poter sprigionare una tale forza distruttiva, ma anche sugli abitanti della Loggia, che in quell’esplosione scorgono la nascita (o forse il ritorno) del mitico BOB.
Poco più avanti si passa poi al 1950, dove una ragazzina appena addormentata ingoia un orrendo ibrido fra una rana e uno scarafaggio, che per intrufolarsi nella gola della ragazzina sfrutta l’aiuto di un misterioso figuro, che recitando ossessivamente alla radio uno strano mantra (già diventato cult), ha fatto addormentare tutti gli ascoltatori.

Twin Peaks (3)

Ora, in questi giorni su internet sono apparsi riassunti molto più precisi di questo, che hanno anche cercato di spiegare come meglio potevano tutte queste misteriose raffigurazioni, pervase dallo stile lento e inquietante di Lynch fanno di tempi dilatati, arditi giochi cromatici, e passaggi che più che al cinema e alla serialità propriamente intesa hanno fatto pensare alla videoarte.
E un po’ di connessioni e brandelli di significato sono effettivamente recuperabili, nel Convenience Store in cui si muovono le ombre post-esplosione (luogo iconico fra i molti luoghi iconici), oppure nel volto di Laura che il Gigante sembra partorire come antidoto al male di BOB.
Ma trovo che questa ricerca di un significato lineare, riassumibile in una o più frasi di senso compiuto, sia tanto inevitabile quanto inutile, se non addirittura dannosa.
Quello che Lynch sta facendo con la nuova Twin Peaks, come e più che con quella vecchia, è lanciare una sfida alle convenzioni e alla prassi televisiva. In questo episodio, in cui ci sembra di vedere la genesi di BOB, e in cui sul mondo viene gettata un’ombra pesante rappresentata dalla bomba nucleare, Lynch sembra volerci dare una nuova e inquietante rappresentazione del Male, ma non nei termini di un pantheon di personaggi precisamente identificabili ognuno dei quali si faccia portatore di un’istanza e uno scopo precisi.
Quella sarebbe la tv “normale”. Nella sua tv, invece, Lynch porta temi e stili che l’hanno accompagnato per tutta la sua produzione cinematografica, lavorando non tanto sull’assenza di significato, quanto sulla rappresentazione dell’irrappresentabile.

Twin Peaks (4)

Da spettatori della serialità americana, e più in generale da fruitori delle tradizionali forme di narrazione, siamo portati a pensare che tutto sia spiegabile. Molto spesso, se non sempre, tendiamo a sovrapporre i concetti di “rappresentazione” e di “spiegazione”, come se rappresentare una storia, un ambiente, un personaggio, un concetto, equivalga a spiegarlo in tutte le sue sfaccettature, rendendolo perfettamente “conoscibile”.
In realtà, il concetto di rappresentazione non è a priori legato a quello di spiegazione, tanto quanto il concetto di cinema (che etimologicamente significa “luce in movimento”) non è legato necessariamente a quello di narrazione. Il fatto che gli esseri umani siano portati per natura a conoscere e a narrare, non significa che tutto possa essere compreso e, soprattutto, verbalizzato.
Il cinema di Lynch, di cui questo ottavo episodio è una specie di nuovo punto di arrivo, è in larga parte riempito con il tentativo di rappresentare ciò che non è rappresentabile, che in questo caso sembra poter essere identificabile con il Male, con la M maiuscola. Il Male negli e degli uomini – un uomo misterioso che possiede i padri delle ragazze e li trasforma in assassini, una bomba talmente potente da non essere concepibile, un brutto insetto-rana che invade come un virus i corpi innocenti delle fanciulle – non è pienamente spiegabile in termini comprensibili, e per questo, nell’opera di Lynch, diventa non-pienamente-rappresentabile. O, meglio, la sua effettiva rappresentazione non cerca di normalizzare e ingabbiare i suoi elementi di inconoscibilità.

Twin Peaks (6)

Di recente, ospite a Lucca, Lynch ha spiegato quale sarebbe il modo migliore di vedere Twin Peaks, e per farlo non ha tirato in ballo taccuini su cui scriversi ogni dettaglio alla ricerca della quadratura del cerchio. Ha invece parlato di schermi ampi e impianti audio decenti, che possano restituire allo spettatore la pienezza della sua (audio)visione. Questo perché, ancora una volta, il folle geniaccio sta rifiutando l’idea di una televisione iper-dettagliata, in cui tutto l’interesse finisce sulla sceneggiatura, quindi sulla parola pronunciata e scritta, sulla calibrazione di un senso che sia unico e inequivocabile. La sua è una televisione che, come il suo cinema, punta a spaventare, inquietare, sorprendere, disorientare, affinché i concetti che lui vuole esprimere possano penetrare nel fruitore non come righe di testo perfettamente comprensibili da mandare a memoria, bensì come sensazioni che lo spettatore assorbe, senza essere in grado di dargli un inquadramento definitivo, ma lasciando su di lui un’impronta profonda, come un incubo che non riesce a ricordare ma che lo lascia turbato tutto il giorno.

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Se all’inizio parlavo di contesto, lo facevo proprio nello stupore che una simile idea di intrattenimento sia potuta arrivare indenne nella televisione del 2017. Nessuno, se non David Lynch, avrebbe potuto farcela, perché nessuno più di lui possedeva un credito così particolare nei confronti del pubblico. Questa Twin Peaks è accettabile perché è di David Lynch, perché quel nome, da solo, accende il nostro cervello e lo rende ricettivo, lo prepara ad addentrarsi in un mondo dai contorni indefiniti, la cui indeterminatezza sarebbe mortale per qualunque altro prodotto televisivo.
Nessuno come lui ha questa possibilità, costruita con il lavoro, con il talento, e pure con la fortuna e le coincidenze. Proprio per questo non credo che la nuova Twin Peaks possa davvero fare scuola. Onestamente, se cominciassero a uscire decine di prodotti girati con questo stile, molti di noi smetterebbero di essere serialminder e comincerebbero a guardare solo programmi di cucina. E questo perché, se la narrazione televisiva è un continuum fatto di storie e rappresentazioni sempre più sofisticate e complesse, la nuova Twin Peaks si pone orgogliosamente alla frontiera, in un punto oltre il quale forse non si potrebbe più nemmeno parlare di “serie tv”, e lì deve stare.

Twin Peaks (1)

Quel tizio strambo che alla fine dell’episodio va in giro a spaccare crani e a recitare strane litanie, prima di raggiungere il microfono della radio chiede a tutti se hanno da accendere. In inglese però rende meglio: “got light?”, “hai una luce?”
E mentre lo vediamo andare in giro a importunare la gente, sappiamo benissimo che la luce c’è, solo che nessuno gliela dà. Anche questa sembra essere una buona metafora della poetica di Lynch: il tema non è quello della mancanza di un senso (anche se spesso Twin Peaks sembra non averlo, o rifiutarlo), casomai è quella dell’esistenza di un senso la cui totale conoscibilità è fuori dalla portata degli uomini.
Il valore di Twin Peaks, quello per cui un piccolo ma agguerrito numero di spettatori non si perde una puntata e ci ragiona per giorni, sta nell’evidente promessa di un senso, che però non arriva mai o, quando arriva, non è un senso intellettuale quanto piuttosto un senso emotivo.
Il che non mette
Twin Peaks al riparo dalla noia, o dalla frustrazione, o dal semplice “ma andate tutti affanculo, io mi guardo Grey’s Anatomy”. Tutte reazioni legittime e, onestamente, pure comprensibili.
Ma per chi vuole e/o riesce a seguirla,
Twin Peaks diventa un monito, un avvertimento, se non una minaccia: tu, che te ne stai nel tuo bel salottino colorato a guardare programmi che iniziano e finiscono in modo chiaro e pacifico, sappi che lì fuori c’è un universo di oscurità e follia, dove tutto è il contrario di tutto, e dove il tuo piccolo cervello potrebbe anche non capire nulla, rimanendone sconvolto e sopraffatto. Se ti va di dare una sbirciata a quel posto pauroso, ma vuoi comunque farlo nella sicurezza delle tue quattro mura, sappi che esiste una strana finestra, da cui puoi guardare a tuo rischio e pericolo.
E quella finestra si chiama Twin Peaks.

Twin Peaks (8)

 

 

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