29 Agosto 2017 27 commenti

Game of Thrones 7 season finale – Sia lodato il fan service di Diego Castelli

Si chiude anche la penultima stagione, e via con un anno (e rotti) di dibattito!

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Se dovessimo spiegare il concetto di “fan service”, solitamente usato in accezione negativa e messo in contrapposizione con l’idea di buona narrativa, potremmo dirla così: il fan service è dare agli spettatori quello che vogliono vedere, mentre buona narrativa è dargli ciò che ancora non sanno di volere.
In queste settimane sono stati in molti ad accusare la settima stagione di Game of Thrones di fare troppo fan service, a scapito di tutto il resto. Dove cioè Martin tesseva trame e spezzava cuori, Weiss e Benioff si curerebbero solo di farli palpitare, no matter what.
Ma è davvero così? E se lo è, è un male? E se è un male, è un male in assoluto, oppure dopo sei anni è perdonabile in cambio di altri obiettivi?

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Andiamo con ordine. Qualche giorno fa parlavamo della virata hollywoodiana di GoT: un ritmo più serrato, l’evidente volontà di non lasciare conti in sospeso, un preciso amore per l’epica e lo spettacolo, che sono andati a sostituire il vecchio equilibrio di Westeros, fatto di episodi più ordinati e sottili, ma anche più statici. Una virata che ogni fan ha vissuto a modo suo, nel dolore del tradimento e nell’esaltazione della CGI, ma che non poteva non avere conseguenze molto precise anche sull’ultimo, attesissimo episodio stagionale.

E sul fatto che The Dragon and The Wolf sia un episodio “spettacolare”, nel senso letterale del termine, beh, c’è poco da questionare. Sfruttando un’impostazione realmente seriale (e spesso molto teatrale), in cui la coralità dei personaggi si trasforma in una lunga sequela di scene brevi ma il più possibile pregnanti, Weiss e Benioff sfruttano l’idea dell’incontro fra tutti i principali protagonisti come una scusa per sballottare le emozioni dello spettatore a colpi di badile.
Dopo aver seguito per anni le storie di personaggi che praticamente non si erano mai incontrati, ora li vediamo (quasi) tutti insieme e l’effetto è così enorme che il tentativo di valutare ogni singola scena nei suoi più intimi dettagli si perde nel continuo mescolarsi dei dialoghi, dei confronti, delle sfide in punta di labbra.
Il Mastino rivede Brienne che l’aveva quasi ucciso e insieme si inorgogliscono per Arya; Cersei e Daenerys scambiano poche parole e sembrano costantemente sul punto di saltarsi addosso; la stessa Cersei si confronta finalmente col fratello che le ha ucciso il padre (e indirettamente un sacco di altri familiari). Jon e Theon; Jaime e Brienne; Sam e Bran; Tyrion e Daenerys che bacchettano Jon per la sua eccessiva sincerità.
È chiaro che questo è un potenziale problema, lo stesso che molti sollevano da settimane: c’è talmente tanta roba a ribollire in questo episodio, talmente tanti fili da riannodare, discorsi da riprendere e concludere, sguardi da scambiare, che la mano degli autori può anche tremare per la troppa responsabilità, restituendoci alcuni dialoghi da antologia, e altri più dozzinali o semplicemente banali.
Siamo già arrivati al principale punto di scontro, quello fra i puristi della trama, che vorrebbero tenersi stretta un’idea di coerenza e precisione di cui Game of Thrones ha sempre fatto vanto, e quelli che sono disposti a sciogliere un po’ le briglie pur di arrivare in certi luoghi che sognavano di visitare da anni. Quelli che vedendo tutta sta gente sotto lo stesso tetto (o nella stessa arena, ci siamo capiti) prova la precisa sensazione di essere nell’esatto punto in cui speravano di trovarsi da sette anni a questa parte, a prescindere da come c’è arrivata.

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Ma al di là dei singoli dialoghi, la croce e delizia dello spettacolo investe tutta la macrostruttura e l’impianto visivo della serie.
In questo senso, sono numerose le scene realmente potenti, costruite a tavolino per solleticare corde primitive nello spettatore. La migliore, la più attesa, la più forte, è probabilmente quella relativa alla vera identità di Jon Snow. Per gli spettatori meno avvezzi alla ricerca su internet (che ne so, mio padre), l’ascendenza di Jon Snow può essere stata un sorpresone, ma gli autori sono stati bravi a fare in modo che l’emozione scoccasse anche in chi, come moltissimi di noi, ha vissuto questa scena come una conferma più che come una rivelazione. La bravura si trova non tanto nello svelare ciò che già sapevamo (anche se sentirlo dire mette comunque un po’ i brividi), quanto nel far coincidere quella storia narrata da Bran con la nascita dell’amore fra Jon e Daenerys, così che la frase “lui è il vero erede al trono di spade” cada perfettamente nell’unico momento in cui può diventare minacciosa. E sì perché ora che Jon si è inchinato a Daenderys, lei sarà disposta a fare lo stesso per lui? E tra parentesi, scoprire che sono zia e nipote gli causerà almeno un minimo turbamento, o chissene?
Questo tipo di riverbero e di rimando interno ritorna anche in altri punti della puntata, come quando Cersei rivela di aver mentito a tutti, comportandosi esattamente come ci si aspetterebbe da lei ma strappandoci comunque un gemito di sorpresa, oppure quando la stessa Cersei risparmia entrambi i fratelli traditori nello stesso identico modo, trattenendo la mano della Montagna forse perché, per spietata che sia, di versare sangue Lannister proprio non le riesce.
E la struttura narrativa è poi supportata dalla solita potenza visiva: l’idea di aprire una breccia nella Barriera con questa facilità, a colpi di alito infuocato, è forse prevedibile ma comunque perfetta, perché proprio abbattendo come un castello di carte un confine che per anni abbiamo considerato invalicabile, gli autori ci hanno mostrato la vera forza dell’esercito del Night King. E la stessa cura la troviamo in altri momenti più sobri, nelle sfumature di certi volti, nell’inquadratura di Cersei da sola sopra la mappa del mondo conosciuto, nel modo in cui Arya ormai uccide le sue vittime: tagliando gole come al Red Wedding.

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Però si diceva croce e delizia. Sì perché in questo puntatone pienone in cui succede davvero di tutto, non mancano nemmeno i passi falsi. Il peggiore è forse la morte di Littlefinger. Buttata via, purtroppo, al termine di una stagione in cui il nostro, ancora purtroppo, era già stato messo un po’ ai margini. E se qualcuno sperava addirittura che ci finisse lui sul Trono di Spade, in una specie di ultimo sberleffo finale (magari nei libri di Martin, se mai li finirà, andrà proprio così), la sua morte così improvvisa lascia scontenti anche quelli che tutto sommato prima o poi se l’aspettavano. Dopo anni di cospirazioni e sotterfugi, e dopo aver sfoggiato in tante occasioni un’intelligenza sopraffina, Baelish viene ucciso dalle sorelle Stark in una scena assai breve, dove Sansa dimostra di aver smascherato tutte le sue malefatte, riducendolo all’impotenza e perfino all’implorazione. Onestamente troppo poco per lui, anche considerando il concetto di “allieva che supera il maestro”, e anche se questo tipo di riflessione risveglia quella opposta: se fosse morto in modo più epico, non sarebbe una morte da Game of Thrones. Il che è vero, ma questo non ci toglie la brutta sensazione che Baelish sia morto non perché era giunto il suo momento, o perché Sansa ha dimostrato un’abilità che a conti fatti non abbiamo visto, ma semplicemente perché gli autori si sono accorti che se non avessero ammazzato nessuno di importante in questo episodio, probabilmente li avrebbero aspettati sotto casa.

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Discorso simile per tutta la questione di Bran, in cui il sommo veggente di sta cippa dimostra di averci capito giusto la metà, perché l’altra metà gliela spiega Sam che non ha l’occhio-del-corvo-magico-divino-mega-fighissimo, ma sa andare in biblioteca. Come giustamente mi ha detto il Villa, Bran dispone di un fantastico motore di ricerca, ma evidentemente non lo sa usare come dovrebbe.
Altri legittimi rimbrotti dei patiti della coerenza: com’è che Jaime, che è rimasto con Cersei anche dopo che lei commetteva allegramente mezzi genocidi, decide di mollarla semplicemente quando la vede rompere una promessa? E come pensa Cersei di portare avanti il suo inganno? Come può pensare che Jon e Daenerys non si accorgano che i Lannister… non stanno mandando nessuno ad aiutare? Per andare altrove, perché abbiamo visto tutte quelle scene molto tese fra Sansa e Arya, se in realtà stavano progettando di ammazzare Baelish? Cioè, la tensione era vera ma poi s’è sciolta in un momento che non ci hanno mostrato? E che dire di Theon, che sfoggia codardia per anni salvo diventare coraggioso dopo aver scambiato due parole con Jon Snow, giusto in tempo per un’altra bella scena epica?

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Insomma, un episodio da cui si esce storditi. Per la quantità di spunti, per le vette emozionanti e i crepacci insidiosi, per le polemiche che inevitabilmente creerà, per le domande che lascia in sospeso per l’ultima stagione (e un vero giudizio sulla nuova natura di Game of Thrones lo potremo dare solo allora, quando vedremo se il sacrificio compiuto verrà ripagato da un finale completo, appagante e magari ancora sorprendente, o se invece rimarremo delusi da una conclusione troppo ovvia).
Fra chi lamenta la perdita di una precisa identità (hanno ragione), e chi invece sguazza in una stagione piena di fuochi d’artificio (hanno ragione anche loro), rimane la consapevolezza che Game of Thrones si riconferma nuovamente come il principale fenomeno della serialità di questi anni, quel tipo di serie in cui lo “strano” non è chi la ama o chi la odia, ma soprattutto chi non la guarda.
E a noi qui ci va pure di culo, visto che applaudiamo come bambini alla vista dei draghi blu, o guardando Jon che si presenta alla porta di Daenerys come se fossimo in un film romantico ambientato in un attico a New York.
Sì, può essere che ci sia fan service. Può essere che ce ne sia pure tanto.
Ma Gesù, dopo sette anni di attenta preparazione, ce lo beviamo come se non ci fosse un domani.

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