27 Ottobre 2017 15 commenti

Mindhunter: i 3 motivi del suo successo di Diego Castelli

Sì, c’è ancora qualcosa da dire sulla prima stagione di Mindhunter

Mindhunter-cover

SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE

Sono passati pochi giorni dal rilascio di Mindhunter (detta così fa un po’ carcere e forse calza proprio per questo), ma vale già la pena di riparlarne perché nel frattempo l’hanno vista un po’ tutti, e quindi ha senso buttare giù un commento “definitivo”.
E proprio il fatto che dopo due sole settimane ci sia così tanta gente che ha già finito tutti e dieci gli episodi – anzi, che li ha ingoiati in due giorni – la dice lunga sulla capacità della serie di farsi culto immediato e passione istintiva. La cosa bella, ovviamente, è che per certi versi non si dovrebbe capire perché.



Nella recensione iniziale il Villa aveva elogiato la bravura del cast, dello sceneggiatore e dei registi coinvolti (primo fra tutti David Fincher), e aveva anche condensato un concetto importante: “Mindhunter è una serie in cui a conti fatti non succede nulla”. E se questo è vero all’inizio come alla fine, quello che succede nel mezzo è una precisa presa di coscienza del fatto che, da un certo punto di vista, Mindhunter ci turlupina proprio su quel concetto di nulla.
Nel cercare di capire perché Mindhunter ha raccolto fan così eccitati pur essendo una serie in cui si fa sostanzialmente della gran accademia, e nel tentativo quindi di dare una giustificazione dell’uso del termine “turlupina”, arrivo a dire che i motivi dell’entusiasmo per Mindhunter sono sostanzialmente tre.
(Ed eviterò di dire “quanto sono bravi gli attori”, perché è talmente evidente che forse non serve sottolinearlo, per lo meno in questa sede).

Mindhunter-Wendy-cuffie

1.Quella suspense fondata sul niente. O meglio, sulle nostre competenze.
Uno degli elementi più stranianti di Mindhunter è il modo in cui Fincher e soci costruiscono la tensione. Se riprendiamo la lezione hitchcockiana, la tipica suspense cinematografica è quella che nasce dalla consapevolezza che qualcosa di brutto sta per accadere, senza però sapere esattamente quando. Che poi è la differenza fra la suspense (so che il protagonista non si è accorto di una bomba sotto il tavolo) e la sorpresa (né io né il protagonista sappiamo della bomba finché non esplode).
Solo che di solito, al cinema come in tv, la suspense porta effettivamente a qualcosa, è un corridoio che termina con una porta, e quando la porta si apre succede qualcosa di importante: morti, esplosioni, rivelazioni clamorose.

Ecco, molto spesso in Mindhunter viene consapevolmente eliminato il finale della suspense: gli autori giocano con le competenze dello spettatore, che ha già visto decine di film e serie tv poliziesche, e continuano a fornirgli indizi sul fatto che qualcosa di terribile succederà da un momento all’altro. Perché stiamo parlando con dei serial killer, perché c’è un’atmosfera grigia e plumbea, perché quel cazzo di gatto non si è ancora visto e potrebbe anche essere IT.
E poi però il nulla: i personaggi non sono mai in pericolo di vita, non vengono mai calati nell’azione vera, e quando saltuariamente catturano un cattivo, più che scene da poliziesco sembrano trattati di psicologia.

Il risultato è una tensione continua che non trova mai soddisfazione, e che quindi tiene costantemente desta l’attenzione dello spettatore pungolandolo con piccole frustrazioni o, addirittura, con sovrastrutture che lo spettatore crea da solo, interpretando o sovrainterpretando quello che vede, attaccandosi ai dettagli più miseri pur di vedere quello che effettivamente non c’è: la sorpresa disarmante, il twist mozzafiato.
Volete altri due esempi? Pronti: gli episodi di durata diversissima fra loro, simbolo di una struttura fluida che rifugge i dettami “da manuale” della normale serialità generalista; il futuro serial killer che apre tutti gli episodi, e di cui alla fine della stagione non sappiamo ancora nulla.

È un gioco pericoloso, che potrebbe anche portare allo scoglionamento, ma che funziona perché non è solo un trucco per mascherare la mancanza di idee, bensì uno stratagemma per rendere interessante qualcosa che di suo potrebbe anche non esserlo, salvo diventarlo una volta che l’abbiamo davvero compreso. E qui arriva il punto due.

Mindhunter-Ford-Kemper

2.Il valore di una bella materia
Paragonando Mindhunter a Masters of Sex, il Villa esplicitava un certo carattere didattico dello show, che come la serie sugli studiosi del sesso ci racconta la storia di alcuni pionieri del profiling.

È ovvio che i due temi sono intriganti già da soli: sesso e serial killer non sono tuberi e marche di vernice, ed è comprensibile che esercitino un fascino particolare. Ma il plus è dato dal fatto che ciò che questi studiosi scoprono è almeno in parte ciò che gli spettatori già conoscono o credono di conoscere. Quando guardiamo Billions, per esempio, possiamo rimanere affascinati dalla bravura di Bobby Axelrod, ma il suo talento finisce sullo schermo nella forma della speculazione finanziaria, un argomento molto tecnico che spesso ci impedisce di cogliere i dettagli, fidandoci del fatto che Bobby è un figo spaziale. Con Mindhunter è diverso: i protagonisti arrivano a conclusioni che sono perfettamente comprensibili allo spettatore, che nella sua carriera mediale ha già incrociato molti dei concetti e degli strumenti usati da Ford, Tench e Carr. Il risultato non è un distacco fra il personaggio (visto come “superiore”) e gli spettatori, bensì fra personaggio e spettatori da una parte, e personaggi secondari (tipicamente poliziotti locali) dall’altra.

Uno dei principali motivi per cui Mindhunter funziona sta nel fatto che, banalmente, è una lezione universitaria di cui riusciamo a comprendere ogni dettaglio, uscendo dalla “classe” con la sensazione di essere cresciuti e più intelligenti. Non è mica poco.

Mindhunter-interrogatorio

3.Una crescita davvero seriale
Se fosse solo un brillante esercizio di suspense, con l’aggiunta di un po’ di interessante nozionismo, Mindhunter sarebbe comunque zoppa. Fortunatamente non lo è, e il motivo sta nella costruzione di un percorso realmente seriale, di quella serialità che non usa gli episodi come cloni uno dell’altro, ma che costruisce il senso di un preciso progresso.
L’ambientazione scientifica e di ricerca aiuta: Ford e gli altri articolano un percorso di scoperta e di studio che, attraverso la raccolta di dati, la formulazione di teorie e tassonomie, e la loro applicazione nel mondo reale, restituisce la chiara percezione di un viaggio.

È però un viaggio che non può permettersi la ripetitività e la noia della normale quotidianità accademica, ma che deve essere tradotto in linguaggio seriale e cinematografico. E questa prospettiva gira quasi tutta attorno a Ford: presentato come un giovanotto intraprendente, curioso, buono e pure un po’ ingenuo, il protagonista di Mindhunter inizia un percorso di avvicinamento al Male che non può non avere su di lui conseguenze molto precise.

Nel suo rapporto con gli assassini “sequenziali”, che sposta il paragone da Masters of Sex a Hannibal, Ford è costretto a scendere a profondi compromessi. Per prevedere il comportamento dei serial killer bisogna comprendere il comportamento dei serial killer, e per comprendere il comportamento dei serial killer, apparentemente deviante e imprevedibile, bisogna coglierne la strana eppure effettiva coerenza interna. Ma è proprio qui, nel momento in cui riesci a vivere la prospettiva del killer, che la tua vita di persona normale può venire sconvolta: quello a cui assistiamo è allora un progressivo ed esplicito raffreddamento di Ford, che perde interesse per tutto ciò che non sia la ricerca e la sua applicazione. Regolamenti, fidanzate, lealtà, amicizie, tutto diventa superfluo nel momento in cui Ford, e noi con lui, si lascia rapire da un’ossessione che, pur non essendo violenta, non è poi così diversa da quella dei killer che intervista.

Alla fine Ford se ne accorge, e il finale dell’ultimo episodio ce lo mostra boccheggiante e spaventato, improvvisamente consapevole di essere stato in qualche modo danneggiato dalla sua sete di conoscenza. Un tema che ha radici letteralmente millenarie: Ford ha qualcosa in comune con Adamo ed Eva, visto che come loro coglie il frutto della conoscenza e scopre il lato oscuro dell’esistenza, con conseguenze al momento imprevedibili.
La sua fuga è allora la nostra, un momento di risveglio da un sogno lungo dieci ore, in cui abbiamo provato e subito il fascino perverso del Male, riuscendo a sopravvivere e a rimanere sani di mente (si spera).

Mindhunter-Tench-Wendy

Alla fine, la perfetta metafora di Mindhunter è proprio la vicenda del gatto di Wendy. Anna Torv pensava fosse il simbolo delle vittime senza nome e senza memoria. David Fincher l’ha corretta spiegando che con quella storiella voleva suggerire la presenza di un bambino ammazza-animali nel palazzo, un killer in erba che non è ancora stato individuato.

Ma io, nella mia ben nota umiltà, dico che la verità è ancora diversa: la vicenda del gatto, così come quella di Ford e degli altri, è la ricerca di un micino apparentemente carino e innocuo, che però non si fa mai vedere, e che per essere trovato ti obbliga a scendere in una cantina fredda e solitaria, giorno dopo giorno, dove continui a scendere pensando di riuscire a coccolare un batuffolo peloso e con gli occhioni, salvo poi ritrovarti con una scatoletta piena di insetti.
Schifo, orrore e disgusto.

Ma scommettiamo che ci verrà voglia di scendere di nuovo?



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