1 Giugno 2018 8 commenti

Il Miracolo – La prima stagione è (quasi) perfetta di Marco Villa

Il Miracolo arriva alla fine della prima stagione: otto puntate di altissimo livello e un finale che potrebbe reggere anche come definitivo.

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ATTENZIONE: SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE

Le aspettative erano alte, l’aura di mistero fittissima. Quando è partita su Sky Atlantic HD, si sapeva davvero poco de Il Miracolo, a parte il nome di Niccolò Ammaniti. Da subito è sembrata una serie diversa dalle altre, per la storia di fondo e per l’approccio. Il bello era che, per una volta, non sembrava distante solo dalla produzione media italiana, ma dalla produzione media in generale. Un ottimo prodotto, con una identità forte e la capacità di unire visione d’autore e forza narrativa. Dopo la prima stagione quelle prime sensazioni sono confermate: Il Miracolo è una grande serie, con sceneggiatura e regia di altissimo livello e un cast che sa reggere una storia tutt’altro che facile da codificare. Qua e là qualche sbavatura c’è stata: qualche scena tirata via in malo modo, la sensazione di poter comprimere tutto ancora di più, eliminando un paio di puntate, ma niente che faccia cambiare idea sul giudizio complessivo. Anche perché trovatela voi un’altra serie che tratta in questo modo un personaggio scomodo e complesso come quello protagonista de Il Miracolo. E non sto parlando del premier o del prete, sto parlando di Dio.



Il dio cristiano a cui siamo abituati a pensare, a meno che non si sia cresciuti in qualche setta apocalittica, è un dio che interviene per aiutare i fedeli, sempre misericordioso e pronto al perdono. Quello de Il Miracolo è invece un dio da Antico Testamento e non potrebbe essere altrimenti, perché è l’unico che possa incastrarsi senza forzature nell’immaginario di Niccolò Ammaniti. In quest’ottica, il miracolo, nel senso di evento prodigioso, non si verifica solo per andare in aiuto degli uomini, ma per dare una dimostrazione chiara e forte della potenza divina. Sappiamo dall’ultimo – bellissimo – episodio che il sangue inizia a sgorgare giusto in tempo per salvare in qualche modo la vita al povero Nicolino, trasformando l’altrettanto povero Salvo in una sorta di nuovo Abramo alle prese con il sacrificio del figlio: l’uccisione di Isacco veniva però chiesta direttamente da Dio, mentre quella di Nicolino è pretesa da un boss mafioso.

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Se fino all’ultimo episodio l’origine del miracolo era misteriosa, nel finale appare evidente che si tratti di un intervento divino fatto per rimettere le cose al loro posto, concedendo giusto un pizzico di misericordia. Da questo punto di vista, quindi, la serie finisce riconoscendo non solo l’esistenza di un dio, ma anche la sua capacità di intervento nelle faccende umane. Per quanto sia forzato trovare dei nessi causa-effetto, dalla salvezza di Nicolino, fino alla morte del figlio del premier, tutto appare in qualche modo legato e in grado di legare quelli che sono i tre elementi intorno a cui ruota la storia degli italiani, ovvero lo Stato, la Chiesa e la Mafia, come sottolineato giustamente da Marina Pierri sul Corriere.

Questo a livello di temi, ma spunti interessanti vengono forniti anche dai singoli personaggi. Partiamo dalle donne, tutte legate da declinazioni diverse di devozione, altro atteggiamento tipicamente cristiano cattolico, che nel Miracolo però non porta mai a esiti positivi. C’è la devozione quasi maniacale e figlia del senso di colpa di Sandra (Alba Rohrwacher) nei confronti della madre e di Clelia (Lorenza Indovina) nei confronti di Padre Marcello (Tommaso Ragno) e c’è quella rabbiosa e di facciata di Sole (Elena Lietti) nei confronti del marito premier (Guido Caprino). Una figlia che accudisce la madre fino alla morte, una donna che non intende dimenticare l’unico vero amore che ha conosciuto e un’altra che reprime se stessa pur di non abbandonare il proprio ruolo di moglie. A rigor di logica (e di ricordo di catechismi passati), si tratta di comportamenti che dovrebbero essere premiati da Dio, ma che finiscono invece per essere puniti con finali negativi, come se il vero peccato fosse la non-affermazione di sé, la scelta di non seguire la propria strada. Strada che ha invece scelto di percorrere Olga (Irena Goloubeva), che preferisce abbandonare la famiglia Pietromarchi pur di non cambiare la propria prospettiva di vita, che la porta a tenere in vita un canto religioso che non può essere mai interrotto (e qui torna la visione di un dio vendicativo che non va irritato).

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Al termine della stagione, però, tutti i personaggi femminili hanno preso in mano la propria vita: Sandra vuole diventare madre (e dare al mondo un secondo messia nato da fecondazione artificiale?), Sole ha lasciato il marito e Clelia prova finalmente a sciogliere il grande irrisolto della propria vita. Tutte ci provano, tutte però sono riuscite a superare la propria devozione distorta solo attraverso la morte di una persona a cui tenevano: di nuovo, quindi, si torna a parlare di prova divina, di sacrificio.

Restano in ballo i tre uomini, che vanno incontro a destini che non potrebbero essere più diversi. Fabrizio Pietromarchi perde come uomo, ma vince come politico: il suo discorso alle telecamere davanti a casa segna questo spartiacque in maniera chiara e dichiarata. È lui stesso a dire che la sua vita come uomo finisce in quel momento: da lì in poi sarà altro, forse di successo, ma senza più sangue umano. Proprio nel sangue finisce invece la vita di Padre Marcello, il personaggio inizialmente più forte, ma alla lunga anche il meno riuscito della serie: per lunghi tratti è quasi un corpo estraneo al resto della narrazione. Il finale della stagione è invece affidato al personaggio del generale Votta (Sergio Albelli), quello che ha attraversato tutte le puntate guidato sempre da razionalità e buon senso. Due fattori che gli hanno fatto capire che il proprio ruolo di difesa delle istituzioni doveva imporgli di agire per togliere troppo potere da mani evidentemente non in grado di amministrarlo. A livello macro, è lo Stato che si prende cura della Chiesa e insabbia tutto, a livello micro è solo un’altra forma di devozione, quella nei confronti dei cittadini e delle istituzioni.

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Ultima nota, più che doverosa, è per sottolineare nuovamente la qualità della sceneggiatura: al di là degli incastri perfetti, va elogiata per come sia riuscita a trascinare lo spettatore dentro una storia laterale come quella di Salvo e di suo figlio Nicolino. Non era facile catturare da subito con una vicenda che sembrava una semplice digressione, ma di nuovo scrittura e interpretazioni hanno lavorato al meglio.

Si arriva così a un finale che ha tutti gli elementi per una seconda stagione, ma che potrebbe senza problemi anche essere un finale di serie soddisfacente. Non didascalico, non definitivo, ma del tutto in linea con lo stile de Il Miracolo.



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