5 Aprile 2019 6 commenti

This Is Us 3 season finale: l’importante è sempre chiudere il cerchio di Diego Castelli

Si chiude un’altra stagione di un drama non esente da difetti, ma con uno stile inarrivabile

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SPOILER SU TUTTA LA TERZA STAGIONE

Per certi versi, This Is Us è come Lost, o Game of Thrones. È una serie che, pur appartenendo a un genere molto specifico, l’ha in qualche modo reinventato, riscoperto, rinnovato, trovando uno stile unico capace di imporsi praticamente subito al grande pubblico. Una serie che, facendo questo, ha improvvisamente fissato un metro di paragone, generando cloni più o meno riusciti, e facendo sospirare i classici “sì ok, ma non è This Is Us”. In ultimo, è una serie che proprio in virtù di questa anima da “spartiacque”, è capace di lanciare la sua identità anche oltre l’ostacolo rappresentato da difetti più o meno evidenti, da cui non è immune come non ne erano immuni le serie citate all’inizio.

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La terza stagione appena conclusa riassume perfettamente tutto il discorso. Non è una stagione perfetta, ma soprattutto non è una stagione capace di rivaleggiare con la prima. Questa cosa This Is Us se la porterà dietro per sempre, perché il primo ciclo di episodi era stato così netto, preciso e sorprendente, che per certi versi non si può che far peggio: certe strutture suoneranno ripetute, il carattere di certi personaggi suonerà troppo caricato, la forza dei nuovi arrivi non sarà mai la stessa di quelli che abbiamo perduto, o che hanno diradato le loro apparizioni.
Sicuramente in questa stagione si è sentita un po’ la mancanza di Jack, meno presente rispetto al passato dopo che la sua storia (cioè la storia della sua morte) è stata completamente svelata. Allo stesso modo, la nostra cara Rebecca (versione old) ci ha fatto venire voglia di prenderla a scarpate più di una volta, perché è un personaggio che siamo in qualche modo costretti ad amare, ma che sa essere una devastante palla al cazzo, se mi passate il francesismo.

Anche il finale è meno sorprendente di altri twist a cui la serie ci ha abituato. In parte perché non è un twist: il fatto che le versioni anziane dei protagonisti si ritrovino sul letto di morte di Rebecca non era una cosa così imprevedibile. E alcune informazioni che ci vengono fornite circa il futuro di questo o quel personaggio potrebbero paradossalmente essere considerate degli spoiler, come il fatto che Kevin, che nel presente si stava di fatto lasciando con Zoe per via della scelta di lei di non avere figli, sarà effettivamente padre di un ragazzino che gli assomiglia un casino. Idem per il fatto che il figlio di Toby e Kate sarà vivo e vegeto.

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Eppure… eppure funziona. Se è vero che ci sono state storie meno interessanti di altre (tutta la carriera politica di Randall mi sembra meno appassionante del ritrovamento del fratello di Jack, tanto per dirne una), è altrettanto vero che gli autori di This Is Us non falliscono mai nel restituirci la chiara e limpida forma del puzzle. Giocata su una serie di piani temporali che ormai si fa pure fatica a contare, This Is Us ha sempre avuto la precisa missione di creare ponti e collegamenti fra le varie epoche, costruendo parallelismi e paragoni, denunciando circoli viziosi e svelando utili insegnamenti. Il “questo siamo noi” del titolo ha sempre fatto riferimento a una storia complessiva fatta di continui rimandi interni, in cui il “questo” non è una frase o un oggetto, ma una sensazione, un sentimento fatto di tanti momenti strettamente connessi uno all’altro, a volte all’insaputa degli stessi protagonisti.

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Avevamo già visto qualche flash del futuro, nei mesi scorsi, ma col finale della terza stagione sembra che quel tempo abbia trovato un’ancora fondamentale, cioè il culmine della vita di Rebecca. Con la morte di Jack, i Pearsons sono diventati una famiglia matriarcale, in cui il nuovo marito di Rebecca scherza amaramente e di continuo sul suo essere un mero sostituto, e in cui il fratello di Jack è un desaparecido che però, alla fine, accorre al letto di morte della cognata. Gli altri sono i figli, costantemente obbligati a rincorrere la perfezione materna e della relazione di lei con Jack, che nessuno sembra in grado di replicare: non Kevin che non riesce a trovarsi una donna con cui mettere su famiglia, non Randall che non riesce a conciliare moglie e carriera, non Kate, costantemente preda del timore di essere una madre molto meno in gamba della sua.

Nel season finale, sempre parlando di collegamenti e parallelismi, vediamo quella bella scena in cui i figli ormai invecchiati che si presentano al capezzale di Rebecca non sono poi tanto cambiati dai ragazzini che, tutti impauriti, facevano visita alla madre vittima di un piccolo incidente d’auto. Ancora una volta, in This Is Us tutto torna, tutto è collegato (pure meglio che in The OA, francamente, ma di quella roba lì parliamo settimana prossima), e tutto contribuisce al tessuto della saga, in un modo che altri drama non hanno mai potuto concepire, perché flashback e flashforward, vera chiave di volta dello show, erano eccezioni e “previously mascherati”, mentre qui sono le architravi su cui viene costruito il senso dell’intera produzione.

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Il fatto che esista un prima e un dopo This Is Us riguarda proprio la capacità di reinventare le forme del drama, grazie a un sistema teoricamente semplice ma estremamente raffinato per tenere tutto al presente: anche se un presente effettivo c’è, come esistono un passato e un futuro, la narrazione contemporanea di tutti i piani temporali rende sempre tutto “qui e ora”, cosa che consente sia di avere il senso complessivo delle vite dei protagonisti, ma anche di aumentarne la drammaticità, spogliando le loro esistenze di tutte le banalità e concentrandosi solo sui punti cardine, la cui importanza riverbera negli corso degli anni e preme sulle psicologie, impedendo di “andare avanti”.

Per questo gli spoiler del finale, in realtà, non sono tali. Guardando This Is Us non ci importa di avere la sorpresa di cosa accadrà, ci interessa sempre sapere come ci si arriva, nella convinzione che, più che ciò che ci accade, sia importante il perché, e cosa del nostro vissuto ci porti a compiere certe scelte piuttosto che altre. È un finale che non genera grandi misteri (qualcuno piccolino magari, ma nessuno grande) ma che ci lascia comunque la voglia di vedere in che modo si arriverà a quell’ultimo saluto, alla faccia austera di quella madre che le ha viste davvero tutte, e che forse le sta dimenticando (Randall sembra doverle ricordare chi è). Per uno show che ha costante memoria di se stesso, che la sua protagonista rischi di dimenticare tutto suona più mortifero e inquietante dello stesso letto d’ospedale.

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