6 Settembre 2019 16 commenti

Carnival Row – Fantasy gustoso ma in parte acerbo di Diego Castelli

Su Prime video grandi budget, attori famosi e storia universale, ma manca ancora qualcosa

Non ho alcuna evidenza statistica da presentare a favore di questa considerazione, ma l’impressione è che il fantasy televisivo stia davvero vivendo una nuova giovinezza.
(Il fatto che presentare un’evidenza statistica potrebbe far parte dei miei doveri quale co-fondatore di questo sito cozza in maniera vistosa col fatto che non ho voglia).
Sarà l’onda lunga di Game of Thrones, saranno le nuove possibilità tecniche a favore del piccolo schermo, le cui meraviglie visive sono sempre meno ridicole e sempre più comparabili a quelle del cinema, fatto sta che siamo circondati da creature fantastiche e mostri mitologici, attendiamo il ritorno del Signore degli Anelli e ci prepariamo alle Oscure Materie di HBO, per non parlare dei supereroi e delle loro ormai infinite declinazioni.
Ed è in questo scenario così vibrante e immaginifico che si inserisce Carnival Row, ambizios(issim)a serie di Amazon Prime Video che alla prima occhiata sembra proprio la classica trasposizione da libro a serie, e invece è un’idea originale dello sceneggiatore Travis Beacham, che poi ha co-creato la serie (inizialmente avvicinata a Guillermo del Toro) con René Echevarria, veterano di Star Trek e produttore, fra le altre cose, di Dark Angel, Medium e Teen Wolf.

Presentata in pompa magna sfruttando soprattutto i due protagonisti stuzzica-mutande (l’ex Legolas Orlando Bloom e la supermodella Cara Delevingne), Carnival Row racconta di un mondo fantastico ma molto simile all’Europa di fine Ottocento, in cui i normali esseri umani convivono in modo non troppo pacifico con una lunga serie di creature fantastiche, rappresentate come una versione urban fantasy e noir della loro forma più tradizionale. In particolare, Carnival Row è pieno di fate, che non sono piccoli esserini luminosi alla Campanellino, ma persone normali con ali da libellula. E poi dovete aggiungere lupi mannari, satiri, gente con le corna, insomma avete capito il senso.

“Carnival Row” non è altro che una strada malfamata all’interno della città umana di Burgue, che a sua volta è particolarmente vicina ai territori controllati dal Patto, sorta di impero sanguinoso e ben poco democratico da cui gli essere fatati tentano di fuggire. Il problema è che i profughi in cerca di salvezza arrivano a Burgue e trovano sì momentaneo sollievo, ma anche una società che non vede di buon occhio gli stranieri di altre specie e li tratta come servi quando va bene, o li incarcera quando va male.
In questo contesto si inserisce la storia di Rycroft Philostrate (Bloom), un ispettore determinato a fare luce sugli omicidi seriali di alcuni esseri fatati (che gli umani chiamano spregiativamente “bruti”), e quella di Vignette, una fata con cui Philo aveva avuto una storia e che ora arriva nella sua città da rifugiata, sette anni dopo la fine del loro amore turbolento.



C’è un elemento, di Carnival Row, che colpisce subito e appaga lo spettatore: è una serie ricchissima. Parlo proprio di budget, di effetti speciali, di scenografie, di costumi. La ricostruzione di Burgue è minuziosa, le comparse tantissime, e quasi sempre pregevole è l’attenzione per i dettagli, dalle ali delle fate al modo in cui la regia allarga la visuale ogni volta è che necessario ricordarsi quanto sia opulento e stratificato il mondo pensato dagli autori.
Da questo specifico punto di vista non esito a dire che Carnival Row è una delle serie migliori viste negli ultimi tempi, perché a parte qualche scivolone (tipo i lupi mannari un po’ pupazzosi), c’è sempre una bella sensazione di pienezza e di realtà. I dettagli a schermo (per usare un’espressione da recensione di videogiochi) sono talmente tanti, che è facile ingannare il cervello facendogli credere che il posto che stiamo guardando esiste davvero, e non è solo un set pieno di attori in pigiama. Per un fantasy è una cosa tanto importante quanto per nulla scontata.
(Certo, poi c’è il Villa che mi dice “i neri afro con le corna anche no”, ma già lo sapete che lui è burbero e arido…)

La stessa ricchezza, per certi versi, è stata calata nella sceneggiatura, e qui c’è qualche squilibrio in più. Carnival Row è una serie adulta (non fosse altro che per sesso a go-go, parolacce libere e budella ovunque) che presenta una complessità di fondo soprattutto in termini di generi: c’è il noir investigativo ma c’è anche la storia d’amore; ci sono le finezze politiche della difficile convivenza inter-specie, ma anche tracce di high fantasy puro nelle scene più militari. Allo stesso tempo, cerca di essere molto basica nelle sue principali direttrici narrative e tematiche: l’amore antico a contrastato dei protagonisti è “da manuale”, così come la divisione netta e precisa fra la società libera di Burgue e l’oscurità misteriosa del Patto. E questo senza contare alcuni temi-chiave, come quello del razzismo: l’insistenza della serie nel mostrarci le vessazioni subite dai poveri profughi fatati ad opera dei presuntuosi umani sfiora quasi il pedagogico per quanto è chiara e palese, specie nel nostro 2019 così sensibile a queste dinamiche.

Nei primi due episodi la serie sconta l’ansia di affastellare fatti, personaggi e nozioni per costruire il mondo della storia, facendo un po’ girare la testa. A quella dei due protagonisti, per esempio, si aggiungono almeno altre due storie importanti, una ambientata nel Parlamento di Burgue, dove si incastra una saga criminal-familiare con Jared Harris, l’altra incentrata su un fratello e una sorella della nobiltà, che per questioni di debiti accettano l’aiuto mal visto di un fatato vicino di casa.
Poi, già col terzo episodio, un flashback bello esplicativo ci porta all’origine della storia d’amore fra Philo e Vignette per mettere qualche punto fermo nello sviluppo dei personaggi e dare alla storia un respiro più ampio.
Al momento, in attesa di una seconda stagione già ordinata, il problema principale di Carnival Row sembra stare proprio nella sua volontà totalizzante, nel suo voler essere insieme complicata E semplice, stratificata E immediata. Un approccio che sembra aver influito anche sulla scelta dei protagonisti, considerando che Orlando Bloom e Cara Delevingne sono due belloni abbastanza carismatici, ma nessuno dei due è un mostro di recitazione, anzi.

Siamo quindi nell’ambito delle grandi (persino enormi) potenzialità, che vanno un pochino regolate. Se l’intento di offrire tanti spunti di interesse è apprezzabile, in linea di principio, Carnival Row necessità di una direzione più precisa, due o tre direttrici chiare e ficcanti che le tolgano l’etichetta di “semplice fantasy ad alto budget”, per darle un’anima vera, che ti inchiodi alla poltrona. Che poi era la forza di Game of Thrones, che ancora per qualche anno rimarrà il faro principale di molti fantasy web/televisivi: sì, era ricca da far schifo, ma aveva soprattutto un’anima tutta sua che la faceva sembrare diversa da tutto quello che avevamo visto fino a quel momento.
Carnival Row non è ancora a quel punto e probabilmente non ci arriverà mai. Ma quando premi play ti catapulta davvero in un altro mondo, ed è un risultato già apprezzabile che si merita un po’ di fiducia.


Perché seguire Carnival Row: eccellente sul piano visivo, piena di spunti meritevoli di attenzione
Perché mollare Carnival Row: in certi aspetti un po’ basica e ancora indecisa. E poi durante l’orgasmo alle fate si illuminano le ali. Magari sta cosa vi rovina l’infanzia.



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