1 Ottobre 2019 12 commenti

Prodigal Son – Un po’ Sherlock, un po’ The Blacklist di Marco Villa

In Prodigal Son, il figlio di un serial killer viene chiamato dall’FBI a indagare su… indovinate un po’? Esatto: dei serial killer

Copertina, Pilot

Di solito funziona così: se in una serie o film c’è un padre vicino e comprensivo, che fa di tutto per i suoi figli, succederà qualcosa a quei figli. Se invece il padre è distante, arriverà un momento in cui il figlio/a dirà che ha sofferto quando non è venuto alla sua partita di baseball/recita scolastica di fine anno. E questo, di norma, è quando le cose vanno male. A volte, però, le cose vanno malissimo e ti ritrovi ad avere un padre che magari viene a vederti giocare, ma in compenso la sera diventa uno spietato serial killer. Ecco, questa splendida storia di amore padre-figlio è al centro di Prodigal Son.

https://www.youtube.com/watch?v=26C6JqBdb20&t=77s

In onda dal 23 settembre negli USA su Fox, è una di quelle serie in cui ci sono degli investigatori talmente in crisi da dover tirare in mezzo dei criminali per poterne fermare altri. In questo caso, tutto avviene per interposta persona: a New York vengono uccise nello stesso modo tre persone e quel modo è ispirato alla gesta di un serial killer attivo anni prima e poi arrestato. Quel serial killer era the surgeon, il chirurgo: lui è in carcere e non collabora, ecco allora che viene tirato in mezzo il figlio, che da sempre ne è ossessionato e che ha passato anni e anni a parlare con lui durante la detenzione. Questo fatto di avere un padre serial killer non ha fatto benissimo al giovane Malcolm (Tom Payne, da The Walking Dead), che ha problemi di ogni tipo ed è a tanto così dalla sociopatia. Per salvare la propria salute mentale, Malcolm da dieci anni non ha rapporti con il padre, ma per risolvere il caso dovrà tornare in carcere e parlare con lui: ecco spiegato il figliol prodigo del titolo, che ritorna tra le braccia del padre assassino.

In sostanza: un protagonista che è una specie di Sherlock ancora più spinto verso la psicopatia, che non sa rapportarsi con gli altri, ma che da uno sguardo capisce tutto di tutti e sa costruire un profilo di un serial killer in 20 secondi netti. Esattamente come in Sherlock, c’è tutto un corollario di persone che gli gravitano intorno e che lo sopportano a stento, tra mille battutine e dialoghi che oscillano tra il dramma personale e il grottesco (uno dei creatori è Chris Fedak, che viene da Chuck). Alla voce del “già visto”, si può aggiungere anche un riferimento a The Blacklist, perché a naso il padre killer tornerà nelle vesti di super-consulente. Proprio il padre killer è uno degli elementi più interessanti, interpretato da un Micheal Sheen che gioca tutto sull’essere più ridicolo che minaccioso.

Prodigal Son non è una brutta serie: ritmata e con buoni interpreti, ha anche qualche guizzo non da poco per essere su una generalista. Paga lo scotto del procedurale: guardando il primo episodio, la sensazione era quella di avere tra le mani un’indagine che potesse durare per l’intera stagione, con l’aggiunta di singoli casi di puntata a dare spessore. Non è così: il caso dell’imitatore del padre si risolve già nel primo episodio, con tanto di risvolti psicanalitici e struggimenti interiori. Ovvero: il solito vecchio problema delle generaliste, che hanno bisogno di prodotti confezionati e impacchettati anche per lo spettatore meno concentrato e fedele alla linea. Mettiamola così: non può reggere il confronto con le serie che ci piacciono tanto, ma non è nemmeno una di quelle da guardare scuotendo la testa. Fa il suo, con qualche guizzo e qualche momento di cattiveria in più rispetto alla media. Un po’ tipo The Blacklist, ma più divertente.

Perché guardare Prodigal Son: per Michael Sheen e per una cattiveria non proprio da generalista

Perché mollare Prodigal Son: perché è comunque il solito procedurale standard

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