5 Novembre 2019 11 commenti

See – Apple TV+, Jason Momoa e una serie che prima zoppica e poi cresce di Diego Castelli

All’inizio alcune cose fanno salire la bestemmia, ma poi migliora

Dopo The Morning Show è il momento di un secondo sguardo alle nuove serie di Apple TV+, piattaforma debuttata in pompa magna (ma non senza vistosi limiti tecnici) lo scorso week end, ed entrata subito fra i competitor più agguerriti della scena streaming mondiale, per lo meno nelle intenzioni.
E proprio come la serie recensita dal Villa, anche See si è presentata al pubblico con un blocco di tre episodi che costituiscono una sorta di base su cui fondare una narrativa di respiro più ampio.
Creata da Steven Knight (già padre di Peaky Blinders e Taboo) e con Jason-Aquaman-Khal Drogo-Momoa come protagonista, la serie racconta di un futuro distopico in cui non solo la popolazione mondiale è stata decimata da un virus (tanto che sull’intera Terra sono rimaste non più di due milioni di persone), ma per di più i pochi sopravvissuti sono completamente ciechi, ormai da generazioni.

Ora, è chiaro che un concept del genere è fatto per colpire subito la curiosità, e ci riesce bene: bastano poche parole per far drizzare le antenne del serialminder che fiuta l’aria e dice “mmm, devo darci un’occhiatina”, anche a prescindere dall’interesse per la nuova piattaforma.
Allo stesso tempo, però, è un’idea che strutturalmente solleva una mole di sfide non indifferenti: più che a una serie tv, l’idea del futuro di cecità sembra adatta a un romanzo, in cui il lettore condivide automaticamente la condizione dei protagonisti, in quanto costretto a leggere esclusivamente parole, senza avere immagini. In un’opera audiovisiva, invece, lo spettatore vede tutto, mentre i personaggi niente, e questo crea uno squilibrio non banale. Non avendo alcuna base reale su cui fondarsi, gli autori hanno dovuto immaginare una società in cui la vista non solo non esiste ma, nella percezione dei personaggi, è come se non fosse mai esistita. Come funziona una società del genere, sia da un punto di vista pratico, sia da quello delle relazioni? Cos’è che verrebbe a mancare, e cosa invece sarebbe guadagnato? Come rendere in maniera efficace ma anche verosimile un mondo di cui non possiamo avere alcuna esperienza diretta, che deriverebbe dal nostro ma se ne distaccherebbe in modi imprevedibili? Come fanno, insomma, degli sceneggiatori dotati di vista e inseriti in un mondo in cui la vista è il senso più importante, a costruirne uno in cui nessuno sa cosa sia?

Ebbene, impegnati a costruire un prodotto che in qualche modo “chiama” un lavoro di approfondimento antropologico non indifferente, Knight e soci falliscono in modo abbastanza spettacolare. Eh no, niente panico, non sarà una recensione tutta negativa, tranquilli. Però questo è lo scoglio d’ingresso maggiore della serie: nel corso del primo episodio sono moltissime le situazioni in cui il mondo creato suona troppo “facile”, poco pensato e verosimile rispetto alla condizione dei protagonisti.



Bottigliette d’acqua di plastica che evidentemente sono lì da secoli ma sembrano appena uscite dal supermercato. Fortificazioni di massi rotolanti che è davvero strano possano essere state costruite da non vedenti. Un’attenzione ridicola, da parte dei personaggi, al modo in cui sono vestiti o pettinati, anche quando questi elementi non hanno alcuna valenza olfattiva o sonora, e quindi in teoria non dovrebbero contare proprio. Combattimenti (almeno nel primo episodio) che difficilmente sono compatibili con l’idea di cecità.
Per dirla più in breve, l’impressione iniziale è che quello di See sia un mondo di ciechi un po’ troppo a beneficio di chi quei ciechi li guarda (cioè noi), ma non troppo coerente con la loro effettiva condizione.
Certo, accanto a numerose facilonerie ci sono anche dettagli più pensati, come le corde tese per le strade del villaggio, che servono a orientarsi, o l’attenzione per certi richiami verbali con cui la tribù di Baba Voss (Momoa) comunica semplici concetti e gestisce l’ordine delle assemblee. Ma all’inizio sono più gli elementi che stonano di quelli che appaiono verosimili, e così lo spettatore più smaliziato rischia di essere in una condizione di turbamento che finisce col fal digerire male anche altri dettagli come la specie di haka performata da Baba Voss pre-combattimento, o le abilità di alcuni suoi soldati che si mostrano particolarmente capaci di usare l’udito o l’olfatto per scovare e contare i nemici (anche qui la regia poteva fare qualcosa di più, trovare soluzioni più chiare per sottolineare queste abilità “potenziate”, che pure non sarebbero folli da immaginare in una popolazione così dipendente da sensi che non siano la vista).

Insomma, all’inizio See può anche respingere, far gridare alla cagatona. E questo è un problema.
Fortunatamente, però, c’è margine per migliorare, e la serie lo fa abbastanza in fretta.
La trama di See divide subito la tribù di Baba Voss dai witchfinder, guerrieri cacciatori di streghe che fanno capo a una regina dall’aspetto androgino e inquietante, che usa l’orgasmo per entrare in comunicazione con Dio e che ammazza chiunque le dia contro. In particolare, i witchfinder sono stati mandati a cercare un uomo, un eretico di nome Jermamarel, che sosteneva di possedete il dono della Visione, che al solo nominarlo ti picchiano forte forte. Non solo: Jermamarel ha fatto due figli con la donna che ora sta con Baba Voss, e quei due figli, indovinate un po’, ci vedono benissimo.
I primi tre episodi di See, oltre a raccontare delle faide fra tribù, mettono in scena la crescita di questi due gemelli, un ragazzo e una ragazza che nel primo episodio sono neonati, e che alla fine del terzo sono adolescenti che, grazie ai libri lasciati dal padre biologico, sono riusciti a imparare cose che il resto del mondo ha completamente dimenticato, e che addirittura teme.

Tralasciando per un attimo la componente più spettacolare della serie, che pure nel corso degli episodi cresce in maniera costante – con nuove ambientazioni, atmosfere di grande respiro, e battaglie sanguinose al punto giusto, con particolare riferimento a un combattimento di Baba nella 1×03 – i due ragazzi si portano dietro il nucleo tematico più efficace di See. E questo perché la loro condizione di “vedenti” è sì un grande dono e un grande potere (che, giusto per dirne una, gli permette di usare arco e frecce), ma rappresenta fin da subito una specie di condanna: cresciuti in un mondo senza occhi, i protagonisti di See hanno mitizzato l’era precedente, in cui la “luce”, solitamente simbolo di razionalità e prosperità, diventa qui il ricordo di cose terribili, di uomini arroganti che, abusando di quel dono, hanno reso il mondo invivibile.
Lentamente ma inesorabilmente, attorno alla figura dei due ragazzi emergono temi ambientalisti e di razzismo, che spingono lo spettatore a interrogarsi in modo più profondo su cose che normalmente dà per scontate. Nel mondo di See, chi dice di avere la visione (o è anche solo sospettato di possederla) è trattato da eretico e messo al rogo, ed è facile, per chi guarda, immedesimarsi nei due ragazzi e sentire sulla propria pelle il peso di una discriminazione che è basata esclusivamente sulla paura del diverso, sull’ignoranza, e su pregiudizi nati in epoche remote che ancora resistono a ogni tentativo di scardinamento.

È qui che See diventa più interessante, approfondendo le relazioni fra i personaggi, costruendo sanguinose faide familiari, alzando il tiro della sua componente più action, e soprattutto facendo risuonare in modo più chiaro temi e situazioni che riescano a comunicarci qualcosa, a farci riflettere oltre il semplice intrattenimento.
Purtroppo non spariscono alcune facilonerie che gli autori hanno probabilmente accettato come compromessi, ma che qui e là continuano a stonare e a chiedere allo spettatore uno sforzo maggiore del dovuto per sospendere la propria incredulità. Ma è sicuramente piacevole scoprire che, dopo un inizio zoppicante e stonato, See ha effettivamente qualcosa da dire.

Perché seguire See: per l’alto livello produttivo, per le belle immagini e per una storia che lentamente costruisce blocchi di senso sempre più interessanti.
Perché mollare See: ci sono un tot di semplificazioni eccessive che potrebbero renderla indigesta a chi ama spulciare i dettagli .



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