8 Gennaio 2020 16 commenti

Dracula: dai creatori di Sherlock, una miniserie non al livello di Sherlock di Diego Castelli

Che non vuol dire che “fa schifo”, però non è necessario spendere un entusiasmo totale

SPOILER SU TUTTE E TRE LE PUNTATE

Che poi, a dirla tutta, il titolo di questo articolo è un po’ troppo cattivo. E non perché “menta” (effettivamente l’operazione-Dracula firmata da Steven Moffat e Mark Gatiss per BBC e Netflix non è paragonabile, per importanza e forza, a ciò che i due fecero con Sherlock), ma perché inevitabilmente fa pensare che Dracula sia una miniserie tutta da buttare. E qualcuno l’ha anche detto. Suvvia, non esageriamo.

Prima di iniziare devo fare una confessione, perché in questi giorni ho visto spuntare un bel tot di recensioni firmate da persone che evidentemente vivono a pane e Dracula da che sono bambini, e che dopo aver letto il romanzo di Bram Stoker – che non introduce la figura del vampiro di per sé, ma codifica quello che sarà il mito del vampiro più famoso di sempre – hanno visto tutti i film mai prodotti, tutte le serie, tutti i fumetti. O almeno fingono di averlo fatto, e spesso fingono bene.
Beh, io no. Non che me ne “vanti”, naturalmente, cioè bravi loro, ma io arrivo a voi un po’ più vergine, senza sapere di Dracula, credo, molto di più di quello che sa chiunque.
La Transilvania, il conte, il castello, la croce, qualche problema con gli specchi, magari pure con l’aglio, anche se quest’ultimo è un po’ dozzinale, come dettaglio.
E da qui, da questa conoscenza che non va molto oltre il ben noto film di Francis Ford Coppola, mi addentro nell’adattamento più recente notando subito che, beh, sembra Sherlock.



La mano di Moffat e Gatiss, che nel recente passato hanno riscritto il mito dell’investigatore di Arthur Conan Doyle dandogli una spolverata generosa ed efficace (e lanciando la stella di Benedict Cumberbatch), si approccia alla storia di Dracula in maniera strutturalmente simile, con tre puntate che, per lunghezza, composizione narrativa e ambientazione, sono di fatto tre film ben distinti fra loro, perfino più di quanto non lo fossero i vari capitoli di Sherlock (e questo, lo vedremo fra poco, è uno dei problemi).
Nel primo, quello più vicino all’ambientazione dell’originale di Bram Stoker, troviamo un Dracula letteralmente bestiale (il titolo è proprio “Le regole della bestia”), mosso da istinti edonisti e sanguinari, che si nasconde nei corpi degli animali, che centellina il plasma delle vittime (in questo caso soprattutto il povero Jonathan Harker), che aspetta l’apertura di un semplice spiraglio in una barriera magica (quella del “non sei invitato a entrare”) per fiondarsi su un gruppo di suore come un lupo sulle pecore.
Nel secondo episodio, invece, quasi tutta la trama è ambientata sulla barca con cui Dracula cerca di raggiungere l’Inghilterra, e qui l’atmosfera cambia quasi completamente: il sangue continua a scorrere, ma il buon vecchio Conte è diventato più affascinante e sensuale, consuma le sue vittime con un certo riserbo, ordinando le varie “portate” sulla base di quello che possono dargli in termini di personalità e conoscenza (che assimila attraverso il sangue), e si muove in uno scenario che ricorda un po’ Agatha Christie, per la morte successiva di quasi tutti i personaggi secondari (anche se di solito in Agatha Christie c’è da scoprire chi è il colpevole, e qui lo sappiamo già).
Nell’ultima puntata, un nuovo, vertiginoso cambio di scenario, anticipato dalla fine della seconda: ci spostiamo ai giorni nostri e Dracula passa da predatore a preda. Viene catturato da una donna, discendente della suora che più l’aveva intrigato un secolo prima, che vuole fare esperimenti su di lui, comprendere la sua natura, svelare il grande mistero che lo riguarda, cioè l’allergia alla croce cristiana. E questo è un Dracula più moderno, che assimila rapidamente i concetti della contemporaneità, che si appoggia agli avvocati e usa le dating app come un menu di un ristorante.

Questi i tre momenti, le tre fasi con cui gli autori scelgono di raccontare la storia del loro Dracula. Un inizio tutto sommato fedele al romanzo, uno sviluppo che riprende alcuni risvolti, ma che comincia ad allontanarsi, e un finale completamente “new”, tutto partorito dalla mente di Moffat e Gatiss.
Naturalmente, sottolineare le differenze fra i tre episodi (nell’ambientazione, ma anche nel modo di raccontare il protagonista) non deve far dimenticare le profonde similitudini che funzionano da filo rosso teso dai primi titoli di testa agli ultimi titoli di coda: su tutte la presenza costante di un’investigazione, spesso nella forma di dialogo o interrogatorio (gestito solitamente da suor Agatha e dalla sua discendente), e l’uso della sorpresa finale (si parte dall’identità di suor Agatha, che di cognome fa Van Helsing, come il tradizionale nemico del nobile vampiro; si prosegue con l’arrivo di Dracula ai giorni nostri; si conclude con la rivelazione sulle vere motivazioni alla base delle debolezze del protagonista).
E in tutti questi episodi, in tutte le fasi del loro sviluppo, ci sono motivi per dividere il pubblico, per genere entusiasmo o fastidio per i medesimi elementi, per dare spazio alla creatività debordante con cui Moffat e Gatiss affrontano ogni loro progetto, con l’intento nobile, nobilissimo (che vi piaccia o meno il risultato) di non scrivere mai niente che sia troppo scontato o banale.

E che il Dracula di BBC e Netflix non sia banale, credo sia cosa su cui possiamo essere tutti d’accordo. Ma funziona? Beh a tratti sì, a tratti molto, a tratti no, a tratti per niente. E sto leggendo pareri discordanti praticamente su qualunque scena.
L’inizio è piaciuto a molti, perché molto gotico e rispettoso dell’originale. E proprio per questo a me la prima mezz’ora è sembrata la più moscia, perché più vicina al “già visto”. Tanto più che sono i minuti dove gli effetti speciali e il trucco paiono più dozzinali.
Poi pian piano si risale, guidati dallo straordinario personaggio di Agatha (suora sostanzialmente atea, cinica, sarcastica e deliziosamente sopra le righe), e ci si comincia a divertire con le spose di Dracula, con la ricerca da parte di Jonathan di una mappa per uscire dal castello, e poi con l’assedio del vampiro alle suore. È un episodio che cresce di ritmo, che diverte e spiazza, e si prende gustose libertà tamarre, come teste di suore staccate dal collo nel momento di maggior ottimismo. Tutte cose “belle” che, naturalmente, molti altri hanno bacchettato come troppo lontane da una tradizione che non si può toccare. Vabbè.

Il secondo episodio è abbastanza rigoroso in termini di struttura, aiutato dal pattern giallo dei vari morti successivi, ma cerca comunque di rosicchiare la mente dello spettatore con quel dialogo temporalmente e spazialmente non incasellabile fra Dracula e Agatha, che poi si rivelerà essere una conversazione onirica e ipnotica.
E col terzo, beh, col terzo episodio esplode tutto ciò che di buono e di sbagliato c’è in questa miniserie. È un episodio pieno di idee, che sorprende quasi a ogni scena, perché prende il personaggio di Dracula, raccontato giusto due ore prima con toni gotici e orrorifici, e lo immerge in una modernità asettica e tecnologica, ma anche provinciale e molto quotidiana, in cui il Conte da sfoggio delle sue soprannaturali capacità di adattamento (meraviglioso il momento in cui, finito in una casa sciatta ma piena di oggetti, Dracula ne sottolinea l’opulenza, lui che viene da un’epoca di castelli grandi ma vuoti).Allo stesso tempo, è un’episodio quasi ansiogeno per la smania che ha di infilare cento e uno sprazzi di creatività, molti dei quali però rimangono fastidiosamente inesplorati. Soprattutto, è un episodio che culmina in un finale che nella testa degli autori doveva avere una precisa potenza catartica, in cui il vampiro per eccellenza scopre che i limiti che ha sempre creduto invalicabili sono in realtà un frutto delle sue paure, e che la sua capacità, finora, non è stata quella di sconfiggere la morte, ma di evitarla vigliaccamente. Il suicidio di Dracula, che beve il sangue malato della sua vittima prediletta per seguirla nell’aldilà, dovrebbe rappresentare, sempre sulla carta, la presa di coscienza poco vampiresca e molto umana che i limiti non sono necessariamente una costrizione soffocante, ma piuttosto una cornice che ci definisce e che ci dà valore proprio nella misura in cui siamo in grado o meno di affrontarli e, quando necessario, accettarli. Purtroppo però questa è una cosa che, nella bulimia narrativa di questa miniserie, ci viene “detta”, ma che facciamo fatica a “vivere”.

Smaniosi di mettere le mani su una materia che evidentemente conoscono e amano, Moffat e Gatiss ci hanno presentato tre diversi Dracula in tre diverse puntate (incarnati, va detto, da un Claes Bang sempre in parte), hanno rispettato certe tradizioni e ne hanno stravolte delle altre, hanno raccontato tutto e il contrario di tutto. E se il viaggio è stato a suo modo divertente e sorprendente (non condivido per nulla chi critica i guizzi e le sperimentazioni, perché sono quello che si chiede a quei due autori lì), è anche frustrante proprio perché pieno di possibilità non adeguatamente approfondite, come se ognuno di questi episodi, o per lo meno il primo e il terzo, potessero tutti diventare intere serie a sé stanti.
Soprattutto, l’inevitabile aspettativa creata da Sherlock, altra trasposizione letteraria, ha fatto sperare in un lavoro nuovamente epocale, da ricordare per anni, ma questa volta non è andata così.
Punta di delusione? Sì. Tragedia? Ma va, che sarà mai, se son queste le serie “brutte” voglio venire a vivere dove vivete voi.
Poi Mark Gatiss nel suo ruolettino da avvocato del diavolo (quasi letteralmente) era così caruccio…

Perché seguire Dracula: per la creatività con cui Steven Moffat e Mark Gatiss provano a riscrivere uno dei personaggi più conosciuti di sempre.
Perché mollare Dracula: perché quella creatività non è sempre riuscita, ben indirizzata, o sviluppata pienamente.

PS Il Villa ci tiene che io denunci la profonda amoralità insita nell’imporre un binge watching su episodi di un’ora e mezza. Si potrebbe anche ribattere che non è diverso da sei episodi da 45, ma in realtà no, il Villa ha ragione, così si mette ansia alla gente.

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