17 Gennaio 2017 27 commenti

Sherlock 4 – Un finale grande… a metà di Diego Castelli

Un saluto forse definitivo, fra luci forti e ombre sinistre

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OVVIAMENTE SPOILER SUL FINALE DI STAGIONE DI SHERLOCK 4

Per una volta, partiamo dalla fine. Partiamo dall’ultimo monologo postumo di Mary, che si rivolge a Sherlock Holmes e al dottor Watson celebrandone la leggenda immortale al di là della limitatezza della loro singola identità, quasi a lasciare il campo a nuove incarnazioni dell’investigatore di Baker Street, o a versioni diverse della stessa incarnazione.
Eh già perché diciamolo: in attesa di notizie ufficiali, “The Final Problem” è sembrato davvero un finale di serie, a partire dal titolo e arrivando a quel saluto piuttosto esplicito, con in mezzo l’evidente volontà di chiudere un percorso iniziato ormai da tempo e bisognoso di una quadratura definitiva. A dirla tutta, la premiata ditta Gatiss e Moffat ha già fatto intendere che per loro l’avventura può andare avanti, e anzi potrebbe essere il momento, dopo questo lunghissimo prologo, per ricominciare dal classico, dalle avventure dei “Baker Street Boys”, dalla coppia inossidabile Holmes-Watson come ci era stata tramandata dalla letteratura e dal vecchio cinema (vedere la citazione finale a Basil Rathbone, interprete di Sherlock negli anni Quaranta). Tutto, ovviamente, ancora da confermare.

Prima di buttarci nelle minuzie del singolo episodio, dunque, vale la pena prendersi un momento, forse l’ultimo, per ricordare la grandezza di Sherlock nel suo complesso. A prescindere dagli elogi e dalle critiche che potremo muovere a questo singolo capitolo, la sensazione a visione ultimata è quella di essere stati testimoni di un vero pezzo di storia. Una serie epocale nel senso letterale del “fare epoca”, dell’imporre un’iconografia e uno stile che ha completamente spazzato via i diretti concorrenti (come l’Holmes cinematografico di Robert Downey Junior e quello hollywoodianamente superfluo di Elementary), e che renderà difficile la vita per chiunque, da qui a diversi anni, decidesse di rimettere le mani sul lavoro di Arthur Conan Doyle.



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A questo punto la domanda nasce spontanea: se questa serie è epocale, e lo è, il suo finale è stato all’altezza?
Siccome la risposta è un po’ meno netta di quanto mi aspettassi, ed essendo io un povero omuncolo che ancora fatica a star dietro alla mente industriosa di Mark Gatiss e Steven Moffat, farò una cosa facile facile, al limite del bambinesco, ma che spero sia più utile di un lungo bloccone verbale tutto incastrato. Dividerò con l’accetta tutte le cose che hanno funzionato da quelle che mi sono parse più difficoltose.
Sì insomma, promossi e bocciati.

Cosa ha funzionato…
Se guardiamo all’episodio nel suo insieme, e a come si incastra nel percorso compiuto in questi anni, troviamo due grandi pregi. In primo luogo quello di essere riuscito, non senza coraggio e perfino spavalderia, a dare una spiegazione dei tratti più noti della natura di Sherlock Holmes. Il caso di puntata che il protagonista deve affrontare in “The Final Problem” non è altro che lui stesso, cioè lo svelamento di un mistero che Sherlock non sapeva nemmeno esistere. Un decisivo passo in avanti (e indietro nel tempo) per chi finora ha sempre affrontato enigmi esplicitamente identificati in quanto tali, e che invece ora scopre che il mistero più grande di tutti è sempre stato nella sua testa, nell’occultamento totale di una sorella e di una tragedia, che insieme hanno bloccato la mente del piccolo Sherlock spingendola verso la logica pura e distanziandola da tutto ciò che è emozione e, obbligatoriamente, dolore. Come se il famoso palazzo mentale fosse in realtà una fortezza in cui nascondersi dalla sofferenza.
In questo senso, e qui c’è il secondo grande pregio, questo episodio è la conclusione quasi obbligata di un percorso iniziato ormai molto tempo fa, e che quest’anno ha ricevuto un forte accelerata in base a quella Regola dell’Umanità di cui si era detto un paio di settimane fa. In questi anni, l’algido e quasi alieno Sherlock Holmes ha imparato pian piano le virtù dell’umana emozione, principalmente grazie al rapporto sempre più stretto con Watson, e nella sua ultima sfida ha dovuto capire perché quelle virtù gli erano sfuggite per così tanto tempo. Una volta compresa l’origine ultima della sua natura e del suo carattere, Sherlock può abbandonarsi alla più classica delle catarsi, una liberazione dal trauma che porterà a un futuro forse diverso, sicuramente più sereno.

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E se queste due direttrici tematiche e narrative servono a chiudere un cerchio che bramava il suo ultimo nodo, nella messa in scena di questo definitivo giro di giostra ci sono diversi tocchi di eleganza e alcune scelte forti e precise, che forse qualcuno avrebbe preferito inserire nelle critiche. “The Final Problem”, più che un classico caso sherlockiano, ha l’anima del thriller, del puro film di suspense, perfino dell’action e dell’horror alla Saw.
Il gioco messo in campo da Eurus (e mai come in questo caso “gioco” è la parola giusta) permette di passare da un inizio piuttosto leggero e quasi commedioso, a un crescendo sempre più oscuro e incalzante, in cui le prove messe dal cattivo sulla strada degli eroi servono a tessere la tela psicologica e ad aumentare la tensione, piuttosto che a soddisfare il bisogno di deduzioni tipico dei fan di Sherlock.
E l’approccio funziona, perché siamo forse di fronte all’episodio più teso e appassionante di tutta la serie, accettabile in questa forma proprio perché l’ultimo, perché alla fine un’accelerata la devi dare, devi concedere al tuo pubblico il lusso di finire stremato ma felice.

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In mezzo, tanti piccoli tocchi di classe. C’è l’”ingaggio” di Sherlock e John da parte di Mycroft, che deve sedersi alla poltrona e raccontare la storia, sennò non vale. C’è la scelta di chiamare la prigione Sherrinford, recuperando quello che in certa letteratura apocrifa era il terzo fratello Holmes, e che qui diventa la prigione che contiene Eurus, a simboleggiare che l’”idea” di Eurus era contenuta in quella di Sherriford. C’è il finale stupidone con i genitori di Sherlock e Mycroft, giustamente incazzati perché il figlio gli ha tenuto nascosta la sopravvivenza della sorella. C’è il ritorno/non ritorno di Moriarty, che si ripresenta gagliardo come un semidio sulle note dei Queen, in quello che solo-dopo-un-po’ si rivela essere un flashback. C’è il tentativo, appena abbozzato ma presente, di far passare l’idea che Moriarty stesso sia stato manipolato da Eurus, a riprova dell’abilità senza confini dell’ultima avversaria di Sherlock Holmes.
E ovviamente c’è proprio lei, Eurus, interpretata dalla brava Sian Brooke per rappresentare tutto ciò che Holmes non è diventato ma che poteva essere, il lato perverso della logica. Per buona parte dell’episodio, Eurus è il cattivo 2.0, che a differenza di quelli classici non gioisce del Male, ma ne rifiuta l’esistenza in quanto categoria assoluta, muovendosi solo in base ai propri scopi senza alcuna direttrice morale che non sia la sua. Una prospettiva che diventa il lato oscuro del libero arbitrio, e l’ombra nera nella mente di Sherlock, affascinante proprio perché, in ultima analisi, del tutto ragionevole, di una ragionevolezza che la nostra piccola mente può cogliere (riusciamo a capire che la morte di una persona non ha alcuna importanza o gravità nel grande schema dell’universo) ma non riesce a vivere intimanente (nessuno tra me e voi riuscirebbe a uccidere a sangue freddo una persona innocente, almeno spero!).

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…e cosa no.
Ma è proprio qui, sulla centralità della figura di Eurus, che vale la pena passare all’altra faccia della medaglia, pesante pure lei. “The Final Problem” è tutt’altro che un episodio perfetto, soffre della bulimia narrativa dello Sherlock più recente (chiedere al cliffhanger con Watson sparato in faccia, poi ridotto a semplice tranquillante da una riga di dialogo), e in diversi passaggi non riesce a coniugare l’esigenza dell’emozione con quella del rigore che invece altrove era stato tenuto più saldo.
A mio giudizio Eurus si porta dietro un problema comune a molti cattivi-manipolatori che abbiamo visto sul piccolo e grande schermo. Ci viene infatti detto che Eurus, forte del suo incredibile intelletto, è maestra nel trasformare i suoi interlocutori in scimmiette ammaestrate. Il problema è che questa abilità ci viene “raccontata”, ma di fatto mai mostrata. Veniamo a sapere che buona parte del personale della prigione è diventata sua schiava – tanto che Eurus è stata in grado di andarsene per un tempo sufficiente a diventare l’amante platonica di Watson senza che nessuno alzasse la manina per protestare – ma non c’è un vero momento, in tutto l’episodio, in cui il livello del dialogo di Eurus si alzi a tal punto da farci credere intimamente a questa cosa. A riprova c’è il fatto che, più che sembrare lei più intelligente, per buona parte dell’episodio è stato Sherlock a sembrare più stupido, incapace di notare dettagli che in altri momenti (ok, magari senza il contesto emotivo così pesante) avrebbe colto all’istante.
Come già successo in altri casi simili, in serie comunque assai inferiori come The Following o Aquarius, mettere in scena un cattivo manipolatore dovrebbe presupporre un fascino in qualche modo primordiale nel suo aspetto, nella sua voce, nelle sue parole, mentre onestamente qui Eurus non sembra mai in grado di convincerci ad ammazzare la nostra famiglia: la sua follia criminale ci è sempre ben chiara, senza mezze misure. Sarà anche una questione di tempistiche: la poverina ha avuto solo 90 minuti, mica tre stagioni come Hannibal Lecter.

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Accanto ai buoni tocchi di cui si diceva sopra, l’episodio soffre di un numero quasi uguale di leggerezze, come l’inquadratura posticcia dell’esplosione dell’appartamento, quella corsa finale come l’ultimo dei B-Movie, e una discreta dose di buchi di sceneggiatura (alcuni pure ridicoli, tipo Watson incatenato nel pozzo a cui viene lanciata una corda).
Ma è comunque ancora nella vicenda di Eurus che troviamo il momento meno efficace di tutto l’episodio, che paradossalmente doveva essere il migliore. Dopo aver torturato Sherlock e compagni per parecchio tempo, Eurus porta il fratello in una stanza finta, fuori dalla loro casa d’infanzia (fra l’altro il passaggio è fin troppo rapido, un salto vertiginoso dalla minaccia di suicidio di Sherlock a questa sorta di atto finale programmato in precedenza). Qui lo mette di fronte all’ultimo indovinello: il protagonista, in un crescendo spasmodico di tensione che rimbalza dal povero Watson alla bambina sull’aereo (che in quel momento crediamo ancora essere reale), deve risolvere quello che era il primo enigma della sua infanzia, un puzzle costruito per permettergli di trovare il nascondiglio di Eurus, come se fosse una versione per adulti di un nascondino a cui Eurus non ha mai potuto partecipare, motivo per il quale decise di far fuori il suo “rivale”, cioè l’altro bambino che assorbiva tutte le attenzioni di suo fratello.
Il problema è che tutta questa costruzione si chiude con una scena rapidissima: Sherlock capisce di dover semplicemente rientrare in casa, trova la stanza in cui Eurus si nasconde, e tutto finisce nello spazio di un abbraccio, con la sorella già completamente trasformata in un esserino fragile e piangente, che immediatamente dopo rivela a Sherlock la posizione di Watson.

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Indubbiamente c’è una coerenza di fondo, perché di fatto Eurus e Sherlock compiono lo stesso percorso, partendo dai due lati della logica per incontrarsi al centro, dove è possibile riscoprire un’emozione fraterna spezzata decenni prima. Ed è sicuramente efficace lo svelamento della bambina in quanto metafora del senso di solitudine e abbandono di Eurus.
Ma in una serie come Sherlock, fra le poche a fare anche dello spiegone un punto di forza, il passaggio è sembrato troppo veloce, banalizzato, privo di un ultimo dialogo particolarmente memorabile, incapace di delineare con precisione certi snodi fondamentali (la bambina era da considerarsi una vera e propria altra personalità? No perché se non è così, il passaggio da folle omicida a sorella commossa è un davvero repentino). Più in generale, mi è parsa una soluzione troppo disneyana, hollywoodiana nel senso peggiore del termine, in cui un’omicida spietata, orgogliosamente superiore alle cose del mondo, nel giro di un cambio di location si rivela essere una bimbetta bisognosa di un abbraccio.
È la stessa ansia da happy end che, alla fine, vorrebbe farci dimenticare che Molly dovrebbe essere incazzata nera, e che Mycroft, nell’ultima fase del piano di Eurus, non se l’è più cagato nessuno.

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Insomma, se era lecito (o almeno inevitabile) aspettarsi il miglior episodio di Sherlock, temo non lo sia. E qui però, giusto per evitare di lasciarci male, subentra la consapevolezza che i finali di serie non sono quasi mai gli episodi migliori in assoluto. La loro funzione è più che altro quello di lasciare gli spettatori con un senso di completezza, e magari con un sorriso già nostalgico sulle labbra. Ecco, in questo “The Final Problem” funziona, in altri passaggi meno. Ma ora che probabilmente l’abbiamo vista tutta possiamo comunque stare sereni: al prossimo serialminder in erba che ci chiederà se è il caso di recuperare Sherlock, ora che abbiamo visto (forse) tutto possiamo serenamente dire “torna a casa e comincia subito!”



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