9 Gennaio 2020 21 commenti

Truth Be Told – Un ottimo cast non basta per la serie Apple di Marco Villa

Truth Be Told ha tutto per essere un’ottima serie, ma si butta via perché non trova un’identità vincente

Una regola del giornalismo è quella di non porre mai il proprio ego davanti alla storia che si sta raccontando. Fatto che si traduce nel non fare domande più lunghe delle risposte quando si intervista qualcuno o nel presentare un prodotto filtrandolo solo attraverso il proprio punto di vista, senza mai offrire nessun appiglio di oggettività. Regole base, che diventano sempre più importanti quanto più diventa pesante e importante l’argomento di cui si tratta. Per dire, se fai il reporter di guerra è bene che tu racconti quello che sta succedendo, non le reazioni che hai di fronte a quello che sta succedendo. 

Spesso nei film e nelle serie i giornalisti vengono idealizzati, diventano figure semi-mitiche, di cui i personaggi di The Newsroom sono – nel bene e nel male –  un ottimo esempio. Il problema di Truth Be Told è che è una serie che parla di una giornalista che cerca di far scagionare un presunto innocente, ma è evidente che non gliene frega niente del caso e del povero cristo in prigione, perché tutto è subordinato alla parola IO. E sarebbe anche interessante, se solo la serie se ne rendesse conto.

Disponibile dal 6 dicembre scorso su Apple TV+ (scusate il ritardo), Truth Be Told è una serie crime che si svolge a vent’anni di distanza dal crimine di cui tratta. Si parla di una violazione di domicilio terminata con un omicidio: a morire è uno scrittore e a finire in carcere è il figlio dei vicini (Aaron Paul), inchiodato dalla testimonianza oculare di una delle figlie della vittima, due gemelle quindicenni, entrambe interpretate dalla nostra vecchia amica Lizzy Caplan. 



A suo tempo, il processo venne in qualche modo influenzato anche da una campagna stampa molto intensa, che prese piede da una serie di articoli di una giornalista in ascesa, la giovane Poppy Parnell (Octavia Spencer). Vent’anni dopo, Poppy è una star dei podcast e, dopo aver visto un video inedito della testimonianza decisiva, inizia a dubitare della colpevolezza del condannato e decide di dedicare alcune puntate del suo programma proprio a quel caso che le aveva cambiato la carriera. Torna così a occuparsi del delitto, andando a intervistare tutti quelli coinvolti, a cominciare dalla famiglia del colpevole, che ovviamente all’inizio la vorrebbe prendere a legnate, ma poi finisce per farsi convincere. Poppy inizia così a confrontarsi con il (non più) giovane Warren, che nel frattempo in carcere è diventato membro della fratellanza ariana.

In Truth Be Told, la trama investigativa ha al centro le due gemelle: una ha cambiato identità, l’altra non sembra molto a posto con la testa e per questo potrebbe aver nascosto elementi fondamentali per scagionare Warren. Ma tutto questo passa in secondo piano, perché l’attenzione della serie si concentra principalmente sulla testa di Poppy, sul suo rimuginare su quanto ha fatto di buono e di cattivo, sul fatto che già ai tempi aveva avuto sentore che qualcosa non girasse, addirittura su quanto sia etico tentare di scagionare un innocente che è diventato un neonazista. Tutta la storia di Truth Be Told, insomma, sembra essere apparecchiata per servire gli struggimenti della protagonista, che però non raggiungono mai un livello di acutezza tale da poter destare interesse. Anzi, rappresentano il vero punto debole della serie, perché non c’è nulla che riguardi Poppy che possa catturare l’attenzione di chi guarda: non la parte lavorativa, non quella sentimentale, men che meno quella famigliare, con un padre in sospetta demenza senile e due sorelle che un po’ ti odio, un po’ ti amo, un po’ ti odio.

Avendo a disposizione una storia con un potenziale forte come quella di un innocente in galera e avendo un cast comunque di ottimo livello, Truth Be Told sembra essere soprattutto un’occasione sprecata.

Perché guardare Truth Be Told: perché i tre interpreti principali sono di altissimo livello

Perché mollare Truth Be Told: perché è una serie con un’identità tutta sballata

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