24 Gennaio 2020 6 commenti

Little America: su Apple TV+ storie vere di felice immigrazione di Diego Castelli

Little America schiva la retorica razzista ma anche quella patetica, per raccontare la realtà di persone normali

Copertina, Pilot

Quello dell’immigrazione, si sa, è uno dei temi caldi di questi anni, e vale tanto per gli Stati Uniti (dove Trump ha basato parte della sua campagna elettorale sulla lotta all’immigrazione clandestina dal Messico), quanto per l’Italia, per la quale non serve neanche specificare.
A prescindere da come la si pensi sulla questione (guardate con che abilità resto in equilibrio fra le varie posizioni), da un punto di vista comunicativo e mediatico sono soprattutto due le narrazioni che vengono spinte da una parte e dall’altra, con corredo di statistiche, foto, testimonianze e quant’altro: da una parte il racconto di immigrati visti come un pericolo (delinquono, ci rubano il lavoro, e altre formule simili), dall’altra, all’opposto, la loro descrizione in quanto vittime (di guerre, carestie, difficili viaggi in mare ecc).
Due posizioni spesso estremizzate, rapidissime nel fare di tutta l’erba un fascio, che paradossalmente condividono lo stesso rischio: quello di trasformare i soggetti della loro narrazione in oggetti, o meglio in strumenti con cui attaccare l’avversario. Il rischio cioè, della spersonalizzazione, che trasforma i migranti in cumuli di malvagità o, al contrario, in ammassi di dolore.

E poi c’è una possibile terza via, che è quella scientemente battuta da Little America, nuova serie di Apple TV+ scritta e prodotta, fra gli altri, dalla coppia Kumail Nanjiani-Emily V. Gordon, già autori del delizioso The Big Sick (lui poi, ovviamente, è il Dinesh di Silicon Valley).
Little America, che evidentemente vuole smontare la narrazione repubblicana dell’immigrato cattivo e delinquente, evita però le trappole retoriche del vittimismo e, semplicemente, con tono ora dolce ora ironico, racconta piccole storie di buona immigrazione, storie a lieto fine in cui agli immigrati viene restituito uno status che nelle altre narrazioni rischia di andare smarrito: quello di persone.
La serie è antologica, e gli otto episodi raccontano otto storie completamente diverse, accomunate però dall’approccio di cui si diceva poco sopra, e da alcuni elementi di stile ricorrenti: su tutti i titoli corrispondenti ai nomi dell’immigrato/a protagonista, e le foto con cui, a fine episodio, vengono mostrati i volti delle persone reali a cui le storie sono ispirate.

Ce n’è un po’ per tutti i gusti e tutte le provenienze.
C’è il ragazzino indiano appassionato di spelling, che rimane da solo a gestire l’hotel di famiglia quando i suoi vengono espulsi dal Paese. C’è la figlia di immigrati messicani che trova nello squash la via d’uscita dall’insoddisfazione tipica dell’adolescenza. C’è il ragazzo nigeriano col mito del west che va in America per studiare. C’è la giovane ugandese che si laurea in USA, fatica a trovare un lavoro decente, ma poi costruisce un successo insperato come pasticcera. E via dicendo.
Le storie sono tutte molto brevi (nascono e si esauriscono nel giro di mezz’ora) e per questo non stancano mai, anche quando il tema e il trattamento sembrano più leggeri rispetto ad altri. Quello che davvero stupisce, però, è la capacità di Little America si schivare un’altra trappola ancora, che sarebbe la terza dopo demonizzazione e vittimismo: il rischio cioè di fare un’agiografia dei suoi molti protagonisti, come se gli immigrati, né ladri né vittime, fossero santi e geni in attesa di insegnare le loro verità alle genti del mondo. Anche in questo caso saremmo di fronte a un’iperbole lontana dalla realtà, che finirebbe col rivelarsi una forzatura.

E invece no, perché Little America schiva anche quel problema. Se è vero che i primissimi episodi sono storie “di successo” (per quanto nessuno dei protagonisti diventi il capo di Amazon), con l’andare delle puntate i racconti diventano sempre più personali, intimi, piccini. Sono tutte storie a lieto fine, ma che singolarmente non aspirano a essere necessariamente universali. Sono storie di persone comuni che fanno cose comuni e provano sentimenti comuni, ed è proprio in questo che Little America trova la sua vera forza: evitando con cura di raccontare eventi stra-ordinari, la serie mette insieme esempi di esperienze tutto sommato normali, vissute da persone che vengono da ogni parte del mondo.
L’obiettivo, esplicito ma non per questo meno centrato, è quello di mostrare la sostanziale uguaglianza di tutti i personaggi, al di là del sesso, dei gusti in cucina o a letto, della cultura di provenienza: tutti, ognuno a modo suo, cercano la serenità e un posto da chiamare casa, perché per un motivo o per l’altro quella che avevano non è più disponibile.

Quello che sembra un discorso esclusivamente emotivo e a-politico, dunque, è in realtà una dichiarazione molto precisa, che esorta ad abbandonare l’uso della figura del migrante come arma per scardinare le strategie degli avversari politici, per tornare a riconoscere chi cerca fortuna in un altro Paese come semplice persona, con un suo vissuto e una sua storia, piuttosto che come un numero da sbandierare in questo o quel dibattito televisivo.
Beh, missione compiuta.

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