14 Maggio 2020

Penny Dreadful: City of Angels non regge il confronto con l’originale di Diego Castelli

I fasti della serie con Eva Green sono lontani. E il primo problema è che non c’è Eva Green.

Diciamoci tutta la verità: quando abbiamo sentito che stavano producendo uno spinoff di Penny Dreadful, con cast e ambientazione diversa dall’originale, abbiamo provato il classico brividino di piacere che sempre si scatena nell’udire titoli che hai amato, ma anche tutto lo scetticismo inevitabile legato al fatto che, alle volte, certe idee funzionano solo una volta.
E Penny Dreadful, l’originale, ci dava quell’idea lì, l’idea di un prodotto moooolto particolare, per nulla “facile”, niente affatto “perfetto”, ma che aveva trovato una strana quadra che ci faceva emozionare: era un horror mystery di grande impatto visivo, probabilmente un po’ arzigogolato, non sempre comprensibile, ma tenuto insieme da un’atmosfera clamorosamente suggestiva e, soprattutto, guidato da un’attrice, Eva Green, che valeva da sola il prezzo del biglietto. Ogni tot le dicevano “Eva, qui puntiamo tutto su di te, devi spaccare”. E lei spaccava, sempre e comunque, dando fondo alla sua inesauribile riserva di espressioni e voci, bucando lo schermo tanto che sembrava dovesse uscirne per prenderti a ceffoni.
Capite bene che, con un pregresso di questo tipo, sperare che una nuova Penny Dreadful, dal titolo “City of Angels”, riuscisse a ricreare quella magia, era certamente difficile.

E niente, ora non c’è un twist rassicurante, perché no, Penny Dreadful: City of Angels non è all’altezza dell’originale, anzi sembra di rivedere, tanto per restare nell’ambito del simil-horror, i problemi della seconda stagione di The Terror, tanto inferiore alla prima. E questo nonostante l’autore sia lo stesso, quel John Logan già sceneggiatore The Aviator, Rango e Skyfall.
Penny Dreadful: City of Angels porta avanti l’orologio rispetto alla serie madre, e ci racconta della Los Angeles del 1938, un crogiuolo di tensioni razziali (con la faida fra la polizia bianca e i lavoratori messicani immigrati) e una situazione politica internazionale gravata dalla figura di Hitler, che dall’altra parte dell’Atlantico influenza i dibattiti americani e allunga segretamente le mani sull’economia e la politica della città.
Al centro della storia, a incarnare le difficili coesistenze fra popolazioni diverse, c’è Santiago “Tiago” Vega (Daniel Zovatto), primo detective messicano della polizia di Los Angeles, che viene da una famiglia povera e fin dal pilot si trova combattuto fra la lealtà alle istituzioni cittadine (di cui è dipendente ma che possono essere cattive e corrotte) e la famiglia di origine, che è disposta allo scontro fisico per difendere i propri diritti ad abitare un quartiere che il sindaco vorrebbe radere al suolo per costruire una nuova superstrada.

Ma Penny Dreadful, naturalmente, non può prescindere da una precisa componente soprannaturale, qui rappresentata dallo scontro fra due diverse entità: da una parte Santa Muerte ( Lorenza Izzo), divinità legata alla morte nel senso positivo di un percorso necessario e magari pure felice verso la vita eterna; dall’altra Magda (Natalie Dormer), un demone ben più malvagio che punta a seminare odio e violenza fra gli umani, sussurandogli all’orecchio veleni di ogni tipo.
E proprio Natalie Dormer, da un punto di vista puramente commerciale, rappresenta il grande acquisto di questa nuova serie. L’ex Margaery Tyrell di Game of Thrones è la faccia famosa e intrigante che Showtime ha scelto per vendere la serie al suo pubblico, lei che è famosa per quei lineamenti furbini e quello sguardo tutto particolare capace insieme di attrarre e di insospettire. E non è un caso che all’attrice inglese venga affidata una parte multiforme, perché Magda è un demone capace di assumere diverse identità, che a loro volta consentono alla Dormer di mettere in scena interpretazioni, trucchi e costumi molto diversi.



E qui abbiamo un primo problema: io credo che ci scuserà, anche perché dubito leggerà questo articolo, ma Natalie Dormer non è Eva Green, e la differenza per il momento si vede. Non ha lo stesso carisma o la stessa varietà espressiva, e non è in grado di caricarsi da sola la serie sulle spalle. Servirebbe dunque che Penny Dreaful: City of Angels fosse in grado di camminare pienamente con le sue gambe, cosa che però non accade, o non accade come vorremmo.
Il cambio di ambientazione, dalla cupa Londra di fine Ottocento alla luminosa California di fine anni Trenta, non aiuta la trama horror, che da tutto quel sole non viene particolarmente favorita. Tutta la storia, che comprende anche certi misteriosi omicidi rituali su cui Tiago deve indagare, appare molto più semplice e scontata rispetto alla prima serie, senza però aggiungere granché di suo. Sembra di vedere una serie tratta da James Ellroy, ma senza la magia cruda e nostalgica dei suoi romanzi.

Più in generale, l’impressione è che Penny Dreadful: City of Angels sia una serie media, un drama farcito di poliziesco e soprannaturale che magari in un altro contesto ci saremmo anche guardati senza impegno, ma che ponendosi come erede di Penny Dredful non funziona, proprio perché l’originale non era una serie media. Il che non vuol dire che dovesse piacere a tutti, ci mancherebbe, ma era diversa, originale, odorava di fresco (cioè, no, odorava di marcio, ma avete capito cosa voglio dire). Questa City of Angels, invece, è fin troppo normale.

Il pilot, in realtà, dopo una prima parte un po’ soporifera, si chiude con uno scoppio di violenza che fa ben sperare, perché improvvisamente alza il livello dello scontro fra i personaggi e della carica puramente visiva dello show. Ma i due-tre episodi successivi tornano subito nei ranghi, con lunghi intrighi di politica cittadina di cui ci interessa poco, uno scontro soprannaturale fin troppo sbilanciato sulla figura di Magda (Santa Muerte di fatto è un personaggio secondario), e un protagonista diviso fra due mondi, ma con la faccia da bambinone un po’ belloccio e ingellato che, di nuovo, trasmette un senso di patinato che è quanto di più lontano potesse esistere da Penny Dreadful.

Che poi intendiamoci, non è la diversità in sé a essere un problema. Non è che la Los Angeles del ‘38 ci stia antipatica per partito preso. Ma se decidi di fare una nuova serie di Penny Dreadful, tenendo lo stesso nome, significa che vuoi incuriosire anche (e forse soprattutto) chi la serie originale l’aveva già vista. E se poi quello che gli fai vedere, con ogni evidenza, non è Penny Dreadful, ecco che la delusione non può che essere dietro l’angolo.
Certo, City of Angels avrebbe comunque potuto stupirci, trovando un equilibrio fra le sue diverse componenti capace di spiazzarci e straniarci quanto la serie madre, ottenendo così lo stesso effetto con ingredienti diversi. Ma purtroppo così non è stato, e l’impressione di vedere una serie troppo normale non riesce a scomparire, diventando ancora più dolorosa quanto più ci ricordiamo quali sono le parole che compaiono nel titolo.
Se migliorerà, fatecelo sapere, noi ci fermiamo qui.

Perché seguire Penny Dreadful: City of Angels: se vi sconfiffera l’ambientazione losangelina e se tenete un diario segreto con le foto ritagliate di Natalie Dormer.
Perché mollare Penny Dredful: City of Angels: la carica strana, inquietante e ambigua della serie madre è completamente persa.



CORRELATI