15 Luglio 2020

P-Valley – Starzplay: Nei camerini di uno strip club di Marco Villa

P-Valley ha un’ottima regia e alcune interpreti eccellenti, ma ha dei problemi non da poco di scrittura

Una buona regia e alcuni interpreti eccellenti, ma una scrittura che gioca il ruolo della zavorra, rallentando tutto con dialoghi didascalici che spesso diventano spiegoni e una serie di situazioni che definire già viste è quasi un complimento. A riassumerla in estrema sintesi, P-Valley è una serie che mette in campo carte di peso per essere qualcosa di notevole, ma cade poi sull’elemento più importante di tutti. E non è poco.

P-Valley è disponibile dal 12 luglio su Starzplay ed è l’adattamento dell’omonima pièce teatrale di Katori Hall, autrice che ne ha seguito anche il passaggio televisivo. La P-Valley del titolo è l’abbreviazione autocensurata di Pussy Valley e il riferimento è al mondo che ruota intorno a uno strip club del delta del Mississippi. Il locale si chiama Pynk ed è il posto più caldo e fumoso della terra: al centro della sala ha un palo e una decina di ragazze si avvicendano sul palco per mostrare le proprie evoluzioni acrobatiche. Perché sì, è uno strip club, ma siamo lontanissimi dalla tipica visione cinematografica e televisiva: le ballerine non sono donne sfatte e disperate, provate dalla vita, come vorrebbe lo stereotipo, ma atlete in grado di contorcersi sul palo con grande dispendio di energie e muscoli messi a dura prova.

Poi, certo, ci sono quelle disperate e con alle spalle segreti e fughe: come Autumn (Elarica Johnson), che a inizio serie si sceglie un’identità fittizia per scappare da un passato violento che ritorna nei flashback. O come Mercedes (Brandee Evans), l’ape regina del Pynk, che ha una madre cristiana integralista che la giudica e allo stesso tempo la deruba. O ancora la ragazza che arriva al lavoro con i segni di violenze del compagno, ma anche con un bimbo da allattare nel backstage. A fare da chioccia a tutte le ragazze c’è poi Uncle Clifford (Nicco Annan), un gigante in abiti femminili, che fatica a far quadrare i conti del locale, ma rinuncia volentieri a qualche migliaio di dollari per aiutare le sue ballerine.



Tante vicende incrociate, ma purtroppo pochi sussulti: una volta compreso che lo sguardo è diverso da quello che normalmente troviamo in simili contesti, l’attenzione finisce per concentrarsi su dialoghi che sono contenitori in cui vengono stipate grandi quantità di informazioni nel minor tempo possibile. E anche quando si va sul personale, le cose non migliorano, perché gli interrogativi, i dubbi e le angosce delle ragazze di P-Valley sono esattamente quelli che potete immaginare. Ovvia conseguenza: le storie dei personaggi non hanno nulla che non sia già stato visto e affrontato più volte, a cominciare dalla vicenda di Autumn, cui si aggiunge anche l’incontro con un uomo-buono-e-disponibile-ma-con-un-segreto.

P-Valley ha senz’altro dalla sua una regia (Karena Evans firma il primo episodio) che sa giocare con i neon e con le atmosfere oscure, facendole risaltare in contrapposizione a immagini che mostrano la crisi e la povertà di certe aree del Delta. Un contrasto forte, crudo e di grande impatto. Tutte caratteristiche che non si possono invece assegnare alla scrittura, che non tiene il passo, forse anche per il difficile passaggio da teatro a tv. P-Valley non è certo una brutta serie, ma non riusciamo a entusiasmarci, con un rischio noia sempre in agguato.

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