20 Agosto 2020

Welcome to Lovecraft Country di Federico Guerri

La guida HBO per togliere la segregazione razziale dal pulp

QUALCHE PICCOLO SPOILER SUL PILOT

Nei primi minuti di Lovecraft Country c’è il sogno bagnato di ogni appassionato di letteratura pulp – ovvero di quei racconti di fantascienza o horror che riempivano le riviste americane da un dime degli anni Cinquanta.
In un passaggio da un bianco e nero alla Ed Wood al colore, Atticus Freeman (Jonathan Mayors), reduce della guerra di Corea, si ritrova a fuggire dai tripodi de La guerra dei mondi di H.G. Wells, da soldati romani, dischi volanti alla Roswell, quelli che hanno tutta l’aria di Shoggoth lovecraftiani e da una creatura che, se non fosse per la stazza, potrebbe essere nientemeno che il Grande Cthulhu.
Ma non basta: dopo aver abbracciato Dejah Thoris, principessa di Marte di Edgar Rice Burroughs (il creatore di Tarzan), viene salvato in corner da Jackie Robinson, il primo giocatore afroamericano della Major League di Baseball.
Naturalmente, tutto questo è in realtà un sogno di Atticus, seduto nei sedili che gli spettano – quelli riservati per i colored – su un autobus che attraversa il Sud degli Stati Uniti. L’ex-soldato sta raggiungendo la famiglia nel Southside di Chicago per venire a capo della misteriosa scomparsa del padre.

A questo punto la serie prodotta da Jordan Peele (Get out, Us) e scritta e ideata da Misha Green (Underground, la serie sulla ferrovia sotterranea che permetteva agli schiavi di fuggire nel diciannovesimo secolo) fa un’inversione a U e ritorna sui binari HBO (da noi la serie arriverà su Sky prossimamente).
La famiglia di Atticus – un ragazzone muscoloso che porta occhiali corti alla Clark Kent e ha un passato da nerd appassionato di fumetti in cui tutti gli eroi erano bianchi – si occupa di compilare e pubblicare una “Safe Negro Travel Guide”, ovvero un manuale di viaggio in cui indicano luoghi sicuri per chi voglia viaggiare negli Stati Uniti, specie nel Sud in cui c’è ancora la segregazione.
Nella guida, lo zio George (Courtney B.Vance) indica diner in cui i neri vengono serviti senza problemi, motel amichevoli in cui fermarsi a dormire e aiuta a tenersi lontano dalle sundown towns, le cittadine in cui si rischia il linciaggio da parte degli onesti cittadini, della polizia o del corpo dei pompieri se ci si fa vedere in giro dopo il tramonto.
Zio George, Atticus e l’amica d’infanzia Letitia Lewis (Jurnee Smollett-Bell) – la doppia L non è un caso; tutte le fidanzate di Superman (Lana Lang, Lori Lemaris, Lois Lane) condividono le iniziali e il fatto di essere donne indipendenti dal protagonista e assai intelligenti – salgono sulla loro auto per un viaggio d’esplorazione e ricerca del padre scomparso negli angoli della Lovecraft Country.

Lovecraft, appunto. Gli appassionati di H.P. non troveranno, magari, le atmosfere da loro tanto amate di una prima stagione di True Detective. Nella prima metà della puntata – oltre il sogno iniziale – il Bardo di Providence appare solo sulla copertina di un libro di racconti giusto in tempo per nominare l’infame “On the creation of niggers”, poesia razzista scritta in gioventù dal papà di Cthulhu e Nyarlatothep.
A venire nominato e contestualizzato è anche John Carter, l’eroe di Burroughs, che era, dopo tutto, un soldato confederato e aveva combattuto in favore della schiavitù per poi riscattarsi nelle vesti di liberatore di una Marte dalla pelle rossa.
Atticus ama quelle storie ma non si può fare a meno di entrare nel controverso argomento della cancel culture. In fondo, sono molti in America a volere che la N word venga cancellata, per dire, dai romanzi di Mark Twain. E abbondano anche quelli che chiedono di togliere dalle biblioteche pubbliche ogni testo che contenga riferimenti al razzismo. Vengono immediatamente in mente immagini di statue abbattute.

Per chiarire come si pone la sua serie sull’argomento, Misha Green mette in bocca proprio al suo eroe, uno splendido uomo dalla pelle d’ebano destinato a essere il nostro eroe, la seguente frase che sembra spiegare tutto e voler passare oltre: all’avventura, all’orrore che ci aspetta.
Quando una signora chiede a Freeman come faccia da apprezzare queste storie così “bianche”, lui risponde:
Stories are like people. Loving them doesn’t make them perfect. You just try and cherish ‘em, overlook their flaws. But the flaws are still there.
Ossia: “Le storie sono come le persone. Il fatto di amarle non le rende automaticamente perfette. Devi cercare di volergli bene, guardare oltre i loro difetti. Ma quei difetti sono ancora là”.

Nella letteratura pulp scarseggiano i protagonisti di colore – per i supereroi bisognerà aspettare gli anni ’60 e Black Panther.
Lovecraft Country si diverte a correggere il tiro con più di mezzo secolo di ritardo, un po’ come fa, in un altro senso, la Watchmen di HBO o come Ryan Murphy, in Hollywood, riscrive la storia americana evidenziando ciò che non è stato per fare giustizia.
Misha Green crea nel trio Atticus-George-Letitia un ensamble di eroi pulp – l’eroe dal passato misterioso, l’anziana e sapiente spalla, la smart girl – che non sfigurerebbero ne “La Mummia” o in “Indiana Jones e l’ultima crociata”. Si lavora sugli archetipi inserendoli non in un contesto esotico o alieno ma in un’America lovecraftiana in cui all’orrore umano davvero terribile e privo di ironia (gli sceriffi razzisti) si affiancherà l’orrore cosmico che invece ci fa rabbrividire, ridere, applaudire.

Lo fa attingendo ovunque: ai fumetti, ai racconti pulp, a suggestioni più recenti. La scena più tesa del pilot, ad esempio, ha i toni di Duel di Steven Spielberg. Il twist della puntata sta tutto nel farti credere di essere in una serie storica HBO per poi sorprenderti con ciò che non ti aspetti, cambiando genere d’improvviso come “Dal tramonto all’alba” di Rodriguez/Tarantino. Dicendoti: “Ehi, ricordi? Sei qua per i mostri, quelli finti e pieni di occhi”.
È un bel cazzottone che mette insieme gli appassionati di horror di qualsiasi colore.
E si finisce la puntata con un ulteriore colpo di scena che ricorda molto, per possibili sviluppi, proprio Get Out.

Dal trailer della stagione e dal fatto che il tutto è tratto da un’antologia di racconti di Matt Ruff, la direzione sembra proprio quella di avere tanti episodi verticali lasciando però la trama orizzontale della ricerca del padre di Atticus, gettando i nostri in mezzo a cultisti, creature aliene e chi più ne ha.
Il rischio, forse, è l’episodicità delle situazioni – in fondo, però, il genere è quello – ma il pilot ci rassicura rimanendo divertentissimo e regalando una bella dose di brividi cosmici che, in questa calda estate pandemica, mi ci volevano proprio.

Ci rivediamo quando i Grandi Antichi si risveglieranno.

Perché seguire Lovecraft Country: Per i mostri, per l’avventura, per tutto il weird che promette, per lo stile HBO.
Perché mollare Lovecraft Country: Per la possibile struttura a episodi un po’ slegati, e se per voi Lovecraft e soci sono mostri sacri su cui non si può giocare.



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