12 Aprile 2023

Succession 4×03 – La decisione giusta, al momento giusto di Diego Castelli

La quarta stagione di Succession poteva essere una trita riproposizione delle (pur belle) dinamiche già conosciute. Ma questa puntata cambia tutto.

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ATTENZIONE SPOILER!

Da un paio di settimane c’era in me un’esplicita percezione di disordine, mescolata con quel senso di colpa per il quale il Villa mi prende sempre in giro, perché è basato su regole che solo io mi sono dato in nome di un palese masochismo: sì insomma, ero disturbato dal fatto di non aver scritto un articolo per il ritorno di Succession, che era riapparsa sui nostri schermi non con una stagione qualunque, ma con l’ultimo ciclo di episodi.

E però un motivo per quella mancanza c’era: i primi due episodi della quarta stagione, pur rimanendo saldamente ancorati a quell’alto livello (attoriale, di messa in scena, di scrittura) a cui eravamo abituati, non spostavano granché la struttura della serie: si rimaneva legati alla forza economica e politica di Logan, al tentativo dei figli (al momento alleati) di fargli lo sgambetto, alle goffaggini di Tom e Greg, e insomma a tutte quelle dinamiche che già conoscevamo.

Proprio per questo, forse, ci era venuto un piccolo timore, cioè che Succession si trascinasse per un’intera stagione con lo stesso vestito di sempre, aspettando la fine per dare un ultimo colpo ben assestato. Ci saremmo divertiti, ma non ci saremmo entusiasmati.
E poi è arrivato il terzo episodio.

Per comprendere la forza di questa puntata, nonché il motivo per cui ne sta parlando chiunque, vale la pena affrontare distintamente due argomenti: prima di tutto quello che gli autori hanno scelto di far succedere, e poi il modo in cui viene messo in scena (a dirigere, per dovere di cronaca, c’è Mark Mylod, che viene da Game of Thrones ed è il regista che ha firmato più episodi di Succession).

L’idea alla base è semplice ma brillante, e soprattutto piazzata in un punto che più giusto non si potrebbe. In una serie che inizia, e che anzi si fonda fin dal titolo, sulla possibilità che un grande e controverso magnate dell’industria mediatica muoia e passi la mano a uno o più dei suoi figli, dopo i primi episodi avevamo imparato ad accettare il fatto che no, il vecchio Logan Roy non sarebbe morto tanto presto, e anzi il suo rapporto tossicissimo e complicatissimo con i figli sarebbe stato il succo di tutta la storia.

La forza di quelle tensioni è stata così grande, che l’idea stessa della morte di Logan ci sembrava ormai molto remota, troppo “pericolosa” per la serie, e la contemplavamo solo come finale ultimo.
E invece, senza alcun reale preavviso, il terzo episodio della quarta stagione uccide Logan, proprio nello stesso giorno del matrimonio del figlio Connor, gettando i figli in un improvviso e ingestibile sconforto.

Perfino loro, perfino Ken, Shiv e Roman, che pure avevano iniziato la serie combattendo per la probabile succession(e), si erano ormai abituati all’immortalità di Logan. Ne erano così convinti, che la loro missione di vita non era più scalzare il padre e prendere il suo posto, bensì sconfiggerlo, gabbarlo, rubargli pezzi del suo impero non con l’idea di sostituirsi a lui, ma di affiancarlo, di dimostrarsi alla sua altezza.

Per alcuni personaggi, come per esempio lo stesso Connor, il rapporto di sudditanza è dichiarato: alla notizia della morte del padre, Connor si lamenta del fatto di non essere mai riuscito a renderlo fiero di lui.
Ma è un sentimento almeno in parte condiviso da tutti: la lotta senza quartiere alla forza del padre ha un che di edipico, ha l’aura ancestrale del parricidio inteso come affermazione del proprio posto nel mondo.
Ken, Shiv e Roman combattono il padre non tanto per il denaro e per il potere, ma per dimostrare a lui e a se stessi di essere capaci di superarlo, di essere bravi abbastanza, di valere qualcosa come esseri umani, prima di tutto agli stessi occhi del genitore.

La morte di Logan – improvvisa, inaspettata, ben poco nobile o epica – toglie il terreno sotto i piedi dei personaggi, ma in definitiva anche dei nostri, e rappresenta per la serie una specie di autosfida: Succession è una serie che parla della scomparsa di un uomo molto potente, e ora deve dimostrare di saper funzionare anche senza di lui.

Se Succession ha piazzato il colpo nel posto giusto (di fatto riuscendo a creare un mirabile twist con un fatto che sapevamo essere nell’aria fin dall’episodio 1), parte della forza della puntata sta anche nel come si è deciso di raccontare quella notizia.

Sono tanti i dettagli che compongono quel senso di memorabilità che l’episodio si porta dietro: la scelta di piazzare la morte di Logan nel giorno del matrimonio di Connor, per renderlo ancora più posticcio; il fatto che l’intera vicenda ci venga raccontata dal punto di vista dei figli del patriarca, senza mostrarci la sua agonia e di fatto quasi senza mostrarlo, facendolo letteralmente sparire dallo schermo; l’idea di tenere vicino al defunto, a gestire le fasi immediatamente successive alla sua morte, solo persone che non sono sangue del suo sangue, mentre i figli venivano fisicamente spinti lontano una nave.

L’intero episodio ci racconta il tentativo di Ken, Shiv e Roman di traslare da una fase passiva (la ricezione della notizia, la gestione psicologica dell’evento) a una fase attiva di effettiva presa in carico di tutto quello che è necessario fare, dal punto di vista familiare, economico, politico.

In questo percorso, in cui percepiamo con precisione quasi epidermica gli scricchiolii di tutta la struttura di potere incentrata su Logan, si sceglie comunque di affrontare tutte le fasi necessarie, concedendosi almeno un’intera puntata prima di buttarci in quello che ora dovrà essere il restante percorso dello serie: la lotta fratricida per la successione al trono.

In questo senso, quella che vediamo sui volti dei figli è reale disperazione per la morte del padre, un sentimento di perdita che non percepiamo mai come fittizio o recitato, perché questi personaggi erano effettivamente legati alla forza di gravità del padre, seppure con tutte quelle ambiguità di cui dicevamo più sopra.

Negli attimi in cui Roman e Ken vengono a sapere del malore, e poi anche quando recuperano Shiv, il sentimento prevalente è quello dell’urgenza, del panico. Roman e soprattutto Ken cercano di applicare quella logica ferrea e rapida di cui spesso fanno vanto, ma che qui non ha particolare utilità: farsi spiegare nel dettaglio cosa accade non migliora le condizioni del paziente, né il tentativo di Ken di chiamare tutti i luminari del pianeta ha il benché minimo valore pratico.
Il semplice fatto che ci provino, però, ci mostra come le recenti schermaglie con il padre fossero quasi un gioco, una baruffa fra Simba e Mufasa, in attesa di sentirsi dire, almeno una volta, “Tutto ciò che è illuminato dal sole è il nostro regno. Il regno di un re è come il sole, che sorge e tramonta. Un giorno, Simba, il sole tramonterà su tuo padre e tu diventerai il nuovo re.”

Questa cosa però non accade, la dipartita di Logan è così improvvisa da non lasciare nemmeno il tempo per un’ultima parola, se non quelle che i figli possono sussurrare all’orecchio del padre che probabilmente già non li ode più.

E che succede quando ci provano? Che non ci riescono. I tentativi di Ken, Roman e Shiv di parlare al padre sono goffi e infruttuosi. A ben guardare, sono pienamente dialoghi da Succession, quelle frasi smozzicate e circonvolute con cui da sempre i personaggi della serie cercano di apparire tosti e risoluti, con l’unico risultato di denunciare in maniera palese le proprie fragilità.

I figli di Logan hanno deciso da tempo di odiare il padre, hanno fatto un’identità di quel rancore, e quando si trovano a parlare con lui per l’ultima volta rimbalzano ridicolmente fra ennesimi tentativi di tenere il punto della loro indipendenza, e degli “I Love You” che sono effettivamente sinceri, anche se suonano stonati anche alle orecchie di chi li pronuncia.
Il vero paradosso, in fondo, è che l’ultima persona di quella famiglia a dire “I Love You” agli altri sia stato proprio Logan, in quel memorabile “I Love You, but you are not serious people” scandito nel secondo episodio stagionale e che è già frase per tutti gli usi della vita quotidiana.

Il percorso, comunque, funziona.
Fra un inciampo e l’altro, fra una lacrima nascosta e un ordine perentorio, tutti i personaggi pian piano si riposizionano.

La gestione politico-aziendale della morte di Logan è un altro pezzo interessante, anche se magari non particolarmente originale, dell’episodio. C’è molto realismo, probabilmente, in quelle dinamiche, perché sappiamo benissimo che le persone di potere, uscendo di scena, creano perturbazioni nella Forza che qualcuno dovrà pur gestire, cominciando anche prima che il cuore del sovrano abbia smesso di battere definitivamente.

Le persone sull’aereo, fra un’espressione contrita e l’altra, sono quelle che più degli altri pensano immediatamente al proprio tornaconto (“assicurati che nel comunicato ci siano i nostri nomi”), ma vengono o verranno presto raggiunte dagli stessi figli, che avevano il diritto-dovere di essere un po’ più sconvolti, ma che presto torneranno a pensare ai propri interessi.

L’ultimissima inquadratura dell’episodio è per Ken, che guarda l’aereo su cui è morto il padre con un’espressione commossa che vuole darci un’ultima scintilla emotiva prima dei titoli di coda (ed è rilevante che quella commozione si trovi negli occhi dell’uomo che più aveva motivo, nonché desiderio, di porsi come antitetico a Logan).

Credo però che un senso più pieno e più beffardo dell’episodio ce lo dia una battuta che Roman dice poco prima, visualizzando sul suo telefono il crollo delle azioni della compagnia, dopo la notizia della morte di Logan.
“Eccolo qui, ecco papà”, dice Roman, a identificare il padre con una valore prima di tutto economico, con un peso principalmente industriale.
È un modo cinico di dipingere il genitore, ma sappiamo anche che quello stesso peso diventerà presto un’ossessione per i protagonisti.

Non c’è modo che Succession diventi una serie tutta rose e fiori in cui i personaggi prendono decisioni d’amore e d’accordo. Ed è quindi ovvio che il senso del tragico (con un po’ di ridicolo) arriverà dal fatto che i protagonisti impareranno ben poco da questo momento di unità filiale, che probabilmente sarà anche l’ultimo: dopo aver accusato per anni il padre di essere un capitalista senza cuore che non aveva occhi che per il potere, fra poco vedremo Ken, Roman e Shiv (e magari anche Connor, che pare il più lontano di tutti ma è anche quello che decide di sposarsi comunque nel giorno della morte del padre) saltarsi alla gola con l’unico scopo di diventare esattamente come il padre, cioè blocchi ambulanti di valore azionario senza alcun altro obiettivo che non sia riempire quell’enorme vuoto lasciato da Logan, in cerca di una realizzazione e di un’affermazione di sé che verranno ricercate rigorosamente nei posti sbagliati.

Non vediamo l’ora.

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