13 Ottobre 2020

The Boys stagione 2 – Dove c’è Homelander, c’è casa di Diego Castelli

Quest’anno The Boys ha bocciato il binge watching e diviso il pubblico più che in passato, ma indovina chi vede sempre il bicchiere mezzo pieno?

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SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE DI THE BOYS

Siamo arrivati alla fine della seconda stagione di The Boys ed è il momento di fare un punto della situazione. Un punto quanto mai necessario non solo per quello che la seconda stagione ci ha dato, ma anche per quello che, secondo alcuni, ha mancato di fornire: dopo un primo ciclo osannato quasi universalmente, che ha issato The Boys al livello delle migliori novità degli ultimi anni, il secondo è andato incontro a qualche critica più accesa, che ha investito tanto il contenuto degli otto episodi quanto addirittura le modalità della loro distribuzione, quindi vale ancora di più la pena di fare un po’ di analisi, per aggiungere anche la mia im-pre-scin-di-bi-le opinione (che ovviamente è positiva, ti pare?).
Volendo partire proprio dalle critiche, giusto per prendere spunto, possiamo dire che il dissenso nei confronti della seconda stagione di The Boys si articola su due direttrici principali: il fastidio per la distribuzione a cadenza settimanale degli episodi, a differenza dell’anno scorso quando le puntate furono rese disponibili tutte in una volta; e poi la critica specifica alla scrittura e messa in scena della seconda stagione, che potremmo riassumere nel più classico dei “la prima era meglio”.

La prima protesta, quella relativa alla distribuzione delle puntate, è ovviamente legittima in termini di gusto: viviamo in un’epoca in cui il binge watching esiste, ci sono (molte) persone che lo preferiscono alla tradizionale messa in onda settimanale tipica della tv vecchio stile, ed è quindi naturale che queste persone avrebbero preferito avere tutti gli episodi in un colpo solo. Allo stesso modo ci sono anche le persone, come il sottoscritto, che vedono nel binge watching una terribile forzatura, che trasforma le serie tv in film di otto, dieci o tredici ore, e che vorrebbe che tutte le serie tv tornassero a proporre gli episodi una volta a settimana. Posizione legittima pure questa, sempre in termini di gusto. A non essere legittima è la violenza con cui una parte dei binge watchers si è scagliata contro la produzione per questa scelta puramente editoriale, arrivando poi a sputare veleno su tutti gli episodi a prescindere dal loro contenuto solo perché, peccato mortale, non gli erano stati forniti esattamente nel modo in cui volevano loro.
Ecco, mi sembra che questo atteggiamento non meriti grande approfondimento: crescete e fatevi una vita.

Diverso invece il tema di chi sostiene che la seconda stagione sia inferiore alla prima proprio in termini di qualità, o di ritmo. Ecco, qui non starò a dare una risposta puntuale a tutte le critiche che ho letto qui e là, un po’ perché sarebbe noioso e capriccioso, e un po’ perché qualche critica la condivido pure. Mi limiterò a dire cosa per me ha funzionato e cosa no, e poi amici come prima.
Una cosa preliminare però mi sento di dirla: credo che The Boys abbia subito la maledizione di tutte le serie che partono con una stagione eccezionale. Ogni volta che una serie tv debutta con una prima stagione fuori scala, è davvero raro che la seconda sia considerata allo stesso livello, a prescindere dalle sue qualità oggettive (brrr, parole terribile). Credo quindi che alcune delle critiche mosse alla seconda stagione di The Boys derivino dal fatto che non è stata dirompente, nuova, fresca, originale come la prima, con l’unico problema che non poteva esserlo, perché non poteva prescindere da un blocco di personaggi, di dinamiche e di temi che già conoscevamo. Il che è un peccato perché quella brama di novità assolute ha finito con l’oscurare alcune idee e sviluppi che, invece, nella seconda stagione sono proprio efficaci.

Parliamo per esempio della crescita dei personaggi. Se già la prima stagione metteva in scena degli archi narrativi che permettessero ai vari caratteri di compiere un percorso a suo modo pieno, la seconda in realtà è perfino migliore, perché riesce ad andare oltre l’ovvio. Vale chiaramente per Hughie, la cui “normalità” passa dall’essere una caratteristica semplicemente buffa nella prima stagione, a diventare un macigno capace quasi di schiacciarlo nella seconda, quando il trovarsi incastrato fra supereroi da una parte e mercenari addestratissimi dall’altra diventa fonte di uno stress quasi impossibile da gestire. È poi ovvio che il giovane riesca effettivamente a tirarsi fuori d’impiccio, puntellandosi soprattutto sull’umanità dei suoi compagni, ma è comunque una dinamica che non rimane lì nel nulla e che ha conseguenze importanti quando, alla fine, Hughie decide di non essere effettivamente fatto per quel mondo, preferendo cercare di cambiare ciò che non va attraverso la strada della politica e dell’attivismo tradizionali: un esito niente affatto scontato per il classico sfigato buttato nella mischia soprannaturale, che di solito finisce col diventare un figo pazzesco a sua volta (che poi le avventure per Hughie non siano finite è evidente, ma intanto ha fatto una scelta ben diversa dal solito).

E questo percorso vale un po’ per tutti, nel senso che quasi tutti i personaggi continuano a coltivare una crescita che li porta in punti ben diversi da quelli in cui avevano iniziato: da Starlight che si stacca definitivamente dall’influenza della madre, a Maeve che prima si aggrappa al sogno impossibile di una normale vita sentimentale, accettando poi un ruolo di eroina vera, capace di sacrificarsi; da Kimiko che riscopre pian piano il suo posto nel mondo, anche attraverso il dolore per il fratello ucciso da Stormfront, a Butcher che, potendo ritrovare Rebecca, viene messo più volte di fronte alla scelta fra un suo egoismo di fondo e la possibilità di fare la cosa giusta, ma per la quale c’è sempre un prezzo da pagare. E poi ci sarebbe da fare un discorso relativo a Homelander, ma lo facciamo a parte.

A questa pienezza di caratterizzazione evidentemente Eric Kripke e la sua squadra di autori e autrici tengono molto, tanto che alle volte si fanno prendere un po’ la mano, perdendo parte del bilanciamento fra azione e riflessione che era sembrato così preciso nella prima stagione. In questo senso, mi sembra difficile negare che ci siano 2-3 episodi centrali della stagione in cui il ritmo si fa meno incalzante, il tono più riflessivo e le sorprese tamarre meno concentrate. Contesto invece che quelle stesse puntate siano “noiose”, perché al contrario mettono le basi per un coinvolgimento emozionale dei personaggi che rende l’azione successiva molto più intensa di quello che sarebbe stata altrimenti.
In termini di sviluppo, continuo ad avere qualche dubbio su The Deep che, come nella prima stagione, troppo spesso mi sembra un corpo estraneo alla narrazione principale, malgrado il suo approdo alla Chiesa della Collettività abbia ovviamente aperto un altro interessante fronte politico-religioso della storia, in cui però a essere centrali sono soprattutto altre figure.
Ma soprattutto, se devo trovare un difetto, non ho apprezzato un twist troppo rapido di Butcher nel finale: passa infatti pochissimo tempo dal suo accordo con Edgar per consegnargli Ryan e tenersi Rebecca, e il suo effettivo ravvedimento, quando cerca di far fuggire insieme madre e figlio. Non è un problema, ovviamente, che Butcher torni sulla retta via dopo essersi fatto tentare dal lato oscuro (è una tensione fondante per il personaggio), ma se questo accordo fosse nato in qualche modo uno o due episodi prima, sarebbe apparso meno forzato.

E a questo punto sarebbe il caso di parlare dell’elefante, anzi, degli elefanti nella stanza, cioè Homelander e Stormfront. Ho aspettato perché mi sembrano palesemente le due figure più interessanti della stagione, sia singolarmente, sia in rapporto all’intera impalcatura concettuale della serie.
Che The Boys rappresenti una critica precisa e puntuale, per quanto ironica e a volte grottesca, degli Stati Uniti contemporanei e più in generale dell’intero Occidente, è una cosa su cui abbiamo già discusso. In particolare, ci è sempre piaciuto il modo in cui le regole del marketing e dei social, visti come veicolo privilegiato per ottenere o perdere potere politico ed economico, fossero addirittura più forti di supereroi volanti e indistruttibili, perfetta metafora della pervasività (e perversione) di un mondo da cui, se non si salvano i semidèi, figurati noi.
L’arrivo di Stormfront, però, aggiunge un ulteriore tassello a questa riflessione. Se l’eroina interpretata da Aya Cash irrompe nella serie presentandosi come semplicemente “più esperta” degli strumenti verso i quali Homelander ha già dimostrato di essere succube (per la sua smania di piacere ed essere amato), nel giro di pochi episodi scopriamo la sua vera natura, che non è solo quella di essere “malvagia”, ma anche quella di essere una cattiva di tipo e rango diverso rispetto a Homelander. L’anti-Superman di Antony Starr è infatti guidato da un egocentrismo patologico e da un’infantilismo pericolosissimo in mano a un uomo con quei poteri: ma è appunto un bambino capriccioso, una creatura completamente autoriferita, la cui unica preoccupazione, in ogni secondo della giornata, è il proprio esclusivo benessere fisico e psichico, in qualunque forma esso si sostanzi. Una parvenza di affetto per il figlio sembra essere, nel corso della stagione, l’unica scintilla di empatia di Homelander, che probabilmente troverà ulteriore sviluppo nella prossima stagione, ma intanto nemmeno quella riesce a modificare un semplice fatto, come Maeve ha buon gioco a dimostrare: Homelander venderebbe tutta la famiglia in cambio della gloria e dell’autorealizzazione.

Stormfront non è così. Stormfront è una nazista che porta ancora avanti le antiche idee di Hitler e soci, ed è quindi un cattivo per certi versi più classico, con aspirazioni da dominatrice del mondo. A Homelander non frega niente di dominare il mondo, basta che il mondo lo veneri, mentre Stormfront ragiona a un livello diverso, non solo istintivo ma per l’appunto politico e strategico, che riverbera tanto nel suo comportamento in pubblico, quanto nel privato: al contrario di Homelander, che quando uccide lo fa soprattutto come reazione a possibili danni per sé, Stormfront prova il piacere maniacale dell’imporre il proprio potere su esseri che ritiene inferiori.
Ed è proprio la strategia politico-militare a introdurre una nuova parodia in The Boys: cosa sono infatti i discorsi pubblici di Stormfront, quelli che incitano a costruire un esercito di “sups” contro la minaccia esterna, se non la rappresentazione esasperata di certo sovranismo che va tanto di moda di questi tempi, quello che vede nello straniero e nel diverso la fonte di ogni problema, e che ritiene preferibile un mondo di bianchi incazzati, armati e xenofobi, ad uno in cui prevalga il dialogo e l’integrazione?
In pratica, se la prima stagione di The Boys, dando i gradi di “cattivo più importante” a un bambinone mascellato che dietro il filtro instagrammato del supereroismo è un volgare maniaco ossessivo, mostrava il marcio dietro le quinte di certe multinazionali capaci di modificare la nostra percezione della realtà a colpi di social, la seconda stagione prende di mira la politica vera, quella “ufficiale”, in un’era trumpiana di muri e paura del diverso che, neanche troppo velatamente, viene messa in relazione con il grande spettro del Novecento, ovvero un nazismo che ci piace considerare morto e sepolto, ma che invece in certe sue forme primordiali è tutt’altro che sparito.

Forse non è nemmeno un caso che la prima vittima di quella politica sia proprio Homelander, che di fatto, per buona parte della stagione, diventa un burattino nelle mani di Stormfront, tanto che arriva a quel terribile (ma televisivamente meraviglioso) spot in cui, all’inizio dell’ultimo episodio, spiega ai bambini nelle scuole come proteggersi da eventuali terroristi super, avendo cura di essere sempre debitamente armati, a partire dagli insegnanti.
Volendo forzare un po’ l’interpretazione, non mi sembrerebbe folle vedere nella prima stagione l’illustrazione di un pubblico ormai inebedito e instupidito dalla frenetica comunicazione internettiana, che nella seconda stagione diventa la preda privilegiata di chi, come Stormfront, conosce da decenni i trucchi per trasformare quella popolazione anestetizzata in un esercito arrabbiato e pronto a tutto in nome di paure e pericoli costruiti ad arte per fargli prendere le armi (vere o metaforiche che siano). E in questa cornice non è allora assurdo che a sconfiggere Stormfront sia proprio Ryan, il ragazzino tenuto lontano da quel mondo assurdo che, nonostante i geni pericolosi del padre, mostra simbolicamente di poter ancora spazzare via i cattivi “veri”.

Ed è per questo che, in fondo, la seconda stagione di The Boys si chiude su una nota di strano ottimismo. Perché in un mondo traboccante di imbecilli, e in cui pochi scaltri cattivi sono pronti a prendersi tutto, è ancora possibile trovare gruppi di amici in grado di lottare per quello in cui credono, oppure persone portate sulla strada sbagliata dalla paura e della vergogna, ma che hanno ancora la forza di cambiare. Come Maeve, che soccorrendo le amiche ci regala una delle scene più entusiasmanti del finale, cioè il pestaggio tutto al femminile di Stormfront (non so a voi, ma a me è venuta in mente quell’inquadratura di Avengers: Endgame con tutte le eroine schierate insieme sul campo di battaglia, con la differenza che là suonava un po’ troppo “quote rosa”, mentre qui è vera, sanguigna, narrativamente motivata, e squisitamente tamarra).
Soprattutto, è possibile vedere come un semidio completamente fuori di testa, ma privo di un progetto che vada oltre la propria autorealizzazione, non sia necessariamente peggio di un cattivo “vero”, che invece abbia una precisa strategia di dominazione.

A questo punto sono molto curioso di vedere come verrà gestita prossimamente la figura di Homelander. Quest’anno Starr ha fatto un lavoro semplicemente strepitoso, due spanne sopra tutto il resto del cast, lasciando intatto il nucleo folle e moralmente inaccettabile del suo personaggio, ma concedendogli anche qualche timido spiraglio di umanità, bilanciando la sua costante pericolosità con l’altrettanto costante inadeguatezza, in una tensione sempre palpabile, sempre sul filo del rasoio, terribile e insieme penosa. È un Homelander che non può smettere di essere il “cattivo” della serie, ma che a questo punto potrebbe anche intraprendere percorsi del tutto imprevedibili, specie se, come spero, non si farà sparire dalla scena il figlio Ryan, che ha appena dimostrato di essere potenzialmente più forte del padre (in un’altra scena di grandissimo impatto, quella della sconfitta sanguinolenta di Stormfront che porta alla morte di Rebecca), ma che soprattutto è la chiave principale verso il suo cuore. Piccolo, scuro e rachitico, ma sempre cuore, che forse servirà a qualcosa nella lotta contro un nuovo e temibile nemico, cioè la senatrice Neuman, a cui Hughie si è affidato per cambiare la sua vita, e che invece è una super esplodi-teste i cui piani sono ancora tutti da scoprire.

Insomma, la seconda stagione di The Boys è meno “nuova” della prima, e probabilmente non è riuscita a replicarne lo stesso, perfetto equilibrio di tutte le componenti, ammesso e non concesso che le due cose fossero davvero possibili (specie la prima). Ma è ancora quel concentrato di tamarraggine, divertimento e riflessione filosofica che l’ha resa il fenomeno che è.
E tanto ci basta.

VARIE ED EVENTUALI
Non riuscivo a scrivere proprio tutto in maniera organica nel corpo della recensione, ma ci tenevo a notare qualche altro dettaglio.
-Si diceva della sconfitta di Stormfront: il suo corpo maciullato dallo stesso potere di Homelander, solo evidentemente più forte, lascia molti spunti per la prossima stagione, ma anche una scena toccante in sé e per sé. Se vi state chiedendo cosa Stormfront stesse bofonchiando in tedesco mentre agonizzava, sappiate che erano ricordi bucolici della sua vecchia famiglia nazista.
-Alla fine non ho capito che fine ha fatto Black Noir: credevo fosse morto per mano di Maeve, ma poi Butcher ha mostrato di aver imparato che è vulnerabile alle arachidi, come se avesse in programma di combatterlo di nuovo. Poi però nell’episodio non si vede più. Quindi?
EDIT: poi mi han fatto notare che mi ero perso quando Stormfront dice a Homelander che Black Noir non è cerebralmente morto ma non sta comunque troppo bene. Che poi a ben pensarci è quello che succede alla stessa Stormfront, che alla fine è rinchiusa al sicuro chissà dove. Potrebbero girare lo spinoff The Boys: Riabilitazione.
-Deep e gli altri membri della Chiesa della Collettività non fanno altro che bere la Fresca, questa bibita dallo strano nome di cui molti si sono chiesti il significato. Ecco, al momento pare non ci sia, perché Eric Kripke in persona ha svelato che si tratta di un inside joke della produzione, senza altri grandi significati. (poi oh, si fa sempre in tempo ad aggiungerli qualora fosse necessario)
-Mi è piaciuto molto il dialogo finale fra Hughie e Starlight, in cui sembra che il ragazzo la voglia mollare. Ero lì a dire “dai Hughie, non fare sta cosa abusatissima di volerti allontanare dalla donna che ami, solo perché devi ritrovare te stesso”. E invece no, era una burla per giocare con le nostre aspettative spettatoriali, in cui cade anche la stessa Starlight: in realtà Hughie vuole mollare gli amici scavezzacollo, ma non certo la sua splendida fidanzata luminosa.
-Nel confronto fra Homelander e Stormfront, niente è più efficace delle scene in cui i due sono insieme a Ryan: è qui che Antony Starr lavora al suo meglio per mostrare un abbozzo di empatia di Homelander, che invece Stormfront non condivide: per lui Ryan è comunque un figlio, sangue del suo sangue, e gli riserva una gentilezza che non riesce a produrre per nessun altro; per lei invece il bambino è solo un mezzo per manipolare un’arma fenomenale come Homelander.
-Chiudo con la foto dello stesso Homelander a scuola perché dai, quella scena lì è meravigliosa.



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