9 Marzo 2021

WandaVision series finale – Tempo di bilanci di Diego Castelli

WandaVision chiude la sua corsa dopo nove episodi dove è successo un po’ di tutto, e su cui è stato detto un po’ di tutto

ATTENZIONE! SPOILER A PIOGGIA SUL FINALE DI WANDAVISION

Quando un prodotto culturale, per i motivi più vari, arriva ad avere la risonanza mediatica e l’attenzione riservata a WandaVision, arriva sempre un momento, dopo il finale, in cui bisogna prendersi il tempo per tirare un concentrato sospiro. L’obiettivo è mettere ordine nella valanga di considerazioni, commenti, opinioni continuamente cangianti, e provare a capire cosa è stato per noi quel prodotto accogliendo ed elaborando i molti spunti (spesso contrastanti) provenienti da sensibilità diverse dalla nostra, senza per questo farsene travolgere.
M’è uscita un po’ ministeriale: volevo dire che su WandaVision s’è ormai detto tutto e il contrario di tutto, e quindi ora io vi dico la mia, sperando che vi interessi.
Considerando un certo astio che la serie di Disney+ ha raccolto soprattutto verso le fine, e che a mio giudizio si deve almeno in parte ad aspettative rischiosamente gonfiate, mi viene da dividere il resto del commento in tre parti: quello che ha funzionato, quello che ha zoppicato, e quello che è stato brutto solo se ci avete proiettato la vostra sceneggiatura personale.

Il bel lavoro di una madre oberata



Per poter leggere con un minimo di onestà intellettuale (non dico “obiettività”, parolaccia infame) il lavoro svolto da WandaVision, trovo sia giusto ricordare il contesto in cui è nata, e che di certo non prevedeva: arrivata dopo un lungo periodo di astinenza da qualunque prodotto cinematografico Marvel (dovuta alla pandemia), WandaVision si è vista calare addosso una responsabilità inaspettata. Da seriuccia collaterale, in qualche modo “piccina”, dedicata a un personaggio importante ma non centrale dell’MCU, e incastrata in mezzo a molte (teoriche) uscite cinematografiche, WandaVision si è trovata a essere il primo boccone Marvel da molti mesi a questa parte, in un periodo in cui spettatori e spettatrici di tutto il mondo si aggrappavano alle piattaforme di streaming come un bambino alle proverbiali gonne materne, nel tentativo di non pensare al mondo brutto e cattivo che gli impediva di andare al cinema, al ristorante, a sciare, a nuotare e via dicendo.
(Che poi WandaVision fosse una serie ambientata in un auto-lockdown, e che quindi fosse in qualche modo ancora più precisa per questo periodo, credo sia solo culo, o sfiga, a seconda del punto di vista)

Eppure WandaVision ha retto l’urto, usando tutti gli elementi più amati del Marvel Cinematic Universe, uniti a una robusta dose di piccole chicche e strizzate d’occhio. Il tutto adattato a una esplicita forma seriale che era l’ideale per l’obiettivo più evidente della serie, cioè l’approfondimento psicologico di un singolo personaggio, oltre che la semina di tanti piccoli indizi che permettessero di costruire una storia fatta non solo, o non tanto, di nerboruti semi-dèi, ma anche di costanti domande, ripetuti cliffhanger, e tanto chiacchiericcio on-line, con buona pace dell’inutile e sbrodolato binge watching.
A conti fatti, WandaVision è stata una lunga seduta terapeutica di Wanda Maximoff, con la quale la potente eroina (interpretata da una Elizabeth Olsen sempre magnifica, tanto nella sitcom edulcorata quanto nell’accorato finale) ha potuto compiere un percorso che partendo da una momentanea follia dissociativa che potremmo assimilare alla classica fase della “negazione del trauma” (e se a negare un trauma è una strega così potente, è un attimo che interi paesi vengono trasformati in sitcom), è arrivato a un’accettazione di quel dolore, in attesa di capire le sue conseguenze sul lungo periodo.
Che WandaVision si proponesse quel percorso era più o meno chiaro fin dall’inizio: sebbene i primi tre episodi abbiano giocato con il mondo delle comedy d’annata, la consapevolezza che stessimo guardando una finzione creata ad arte da Wanda non ci ha mai abbandonato veramente, fosse anche solo perché sapevamo di trovarci ancora dentro l’MCU (questo è un elemento importante, ci torniamo).
In questo senso, i primi tre episodi hanno rappresentato una deviazione stilistica divertente, stuzzicante, molto ben progettata, che ci ha fatto battere gioiosamente le mani nella sua freschezza citazionista, con l’unico problema, forse, di creare in qualcuno quelle brutte aspettative di cui parlavamo prima (ne riparliamo al terzo paragrafo).

Appena prima di diventare stucchevole, la musica è cambiata, e siamo entrati in una storia più articolata in cui le sitcom prodotte da Wanda venivano inserite in un contesto più “realistico” (virgolette d’obbligo) e più coerente con l’universo di riferimento. Le citazioni non si sono interrotte, così come i giochi stilistici, ma la trama si è infittita e ispessita, fino ad arrivare alla comparsa (meglio, alla rivelazione) di Agatha e agli ultimi due episodi, l’ottavo dedicato in buona parte ai flashback sulla vita di Wanda, e il nono incentrato sullo scontro finale con risoluzione di tutta la faccenda.
Gli ultimi due episodi, specie il penultimo, sono stati i più criticati da chi voleva qualcosa di diverso, ma a loro modo sono stati inevitabili. È vero che, di fatto, conoscevamo ormai tutto della storia di Wanda, ma un conto è inferire, e un conto è vedere: l’infanzia a Sokovia, le immagini di lei bambina costretta a usare le sitcom americane come unica via di fuga dalla guerra, sono passaggi decisivi e messi in scena con buona eleganza, per avere il pieno quadro della psicologia di Wanda, che nel finale deve trovare un nuovo equilibrio dopo l’allucinazione.

Il finale, da un certo punto di vista, non si inventa nulla, ma fa tutto ciò che deve. Ci sono i veri combattimenti fra supereroi – almeno uno ci voleva, dai – e quei combattimenti sono di un livello visivo paragonabile a quello dei film, un dettaglio di enorme importanza per il quale servirebbe un articolo a sé stante (ne parleremo nel prossimo podcast). C’è la sconfitta di Agatha, al termine di una lotta piuttosto spettacolare che però non finisce lì, perché il ruolo di Agatha non è solo quello del muro da abbattere, ma anche di porta verso un altro futuro ancora, in cui Wanda è più potente e più consapevole (ma non per questo meno in pericolo) di prima. C’è la risoluzione dell’inghippo psicologico della protagonista, che di fronte alla sofferenza delle persone che ha soggiogato comprende e accetta di non poter più sostenere il suo inganno, con la conseguente necessità di trovare un modo per venire a patti col dolore. Soprattutto, c’è la scena strappacuore dell’addio a Vision e ai gemelli: nel momento più toccante dell’intera serie, la difficoltà della decisione di Wanda si sostanzia perfettamente nella necessità di abbandonare tre persone che per lei, a quel punto, erano davvero reali, in un sacrificio che è davvero eroico perché del sacrificio ha la componente fondamentale, cioè la rinuncia a un pezzo di felicità e serenità, in nome dell’altrui benessere e della propria crescita. Che poi nel discorso di Vision, con l’amara ma speranzosa coscienza della propria fragilità in quanto mai-davvero-umano, ci siano comunque i germi di un futuro ritorno, non toglie nulla alla drammaticità del momento.

Delle due scene dopo i titoli di coda (la prima è dedicata a Monica che, incontrando una Skrull, viene invitata nello spazio per andare avanti con la storia dell’MCU), la più emozionante è la seconda: dopo aver lasciato una Wanda teoricamente “guarita”, scopriamo che quella guarigione è solo parziale: sì, Wanda ha capito dove ha sbagliato e ha distrutto l’illusione che si era auto-imposta, ma i nuovi poteri da Scarlet Witch, uniti all’esistenza di un libro magico che contiene chissà quali diavolerie, ci mostra nell’ultimissima inquadratura una sua versione che non ci sembra esattamente sana: nel suo nuovo costume fiammante (Achille Lauro e Orietta Berti si leccano i baffi), mentre fuori dalla baita una sua doppelganger più tranquilla e pacata (buona per i curiosi) sorseggia un tè sul portico, consulta compulsivamente il Darkhold mentre continua a sentire le voci dei propri figli, dandoci da pensare che presto la vedremo impegnata in qualche strano magheggio, magari con le dimensioni parallele (visto anche il riferimento esplicito a Doctor Strange, che secondo Agatha è stato superato in potenza dalla novella Scarlet Witch). Un dettaglio infilato in fondo, ma che dà all’intera serie un respiro maggiore, perché ci dice “quello che avete visto non è stato solo una parentesi televisiva, avrà conseguenze su tutto”.

Insomma, è stata una serie piena: di personaggi, di evoluzioni, si innumerevoli chicche, di effettoni specialoni, di promesse per il futuro. Il tutto mantenuto rigorosamente nella cornice “istituzionale” del Marvel Cinematic Universe, di cui WandaVision costituisce un ingranaggio magari intimista e un po’ strano, ma comunque organico all’esperienza complessiva. Se speravate in un’altra cosa, per voi c’è l’ultimo paragrafo.

Qualche dimenticanza

Volendo cercare quello che non ha funzionato, che a mio giudizio è molto meno di quello che ha funzionato, lo si trova soprattutto in alcune dimenticanze.
Molta parte della scrittura di WandaVision è dedicata alla sua protagonista: che si tratti degli esperimenti con la sitcom, o delle esplicite riflessioni psicologiche del finale, la grande maggioranza dei riflettori è puntata sempre e solo su Wanda. Il che non è un problema di per sé, se non fosse che questa concentrazione di luce sulla Strega Scarlatta finisce col far perdere qualche altro pezzettino per strada.
Se ne può fare quasi una conta quantitativa: il Quicksilver di Evan Peters, di cui scopriamo anche il vero nome (un buffo Ralph Bohner, il cui cognome suona identico al termine inglese per “erezione”), dopo un paio di episodi di grande importanza, viene sostanzialmente abbandonato a poche, ultime scene di scarsa rilevanza, dopo che ci aveva fatto tanto sognare (e se davvero con Wanda si finirà a parlare di dimensioni parallele, forse ci si poteva lavorare di più).
Di Monica sappiamo che ha dei poteri, e sicuramente la questione verrà approfondita in seguito, ma a conti fatti nel finale non aggiungiamo niente a quello che sappiamo su di lei, rimanendo con un po’ di amaro in bocca.
La povera Darcy, che ci aveva fatto tanto divertire negli scorsi episodi, negli ultimi due si vede per tipo cinque secondi, giusto il tempo di fermare il perfido Hayward, che a sua volta non è che abbia questo gran finale da cattivo consumato: una volta che Agatha entra in gioco, i semplici umani diventano niente più che carne da cannone.

Da questo meccanismo non viene risparmiato neanche Vision: la sua parabola è più chiara e completa rispetto a quella di altri personaggi (forse perché è strettamente collegata a quella di Wanda), ma la comparsa dell’altro Vision, quello glaciale, non ha convinto del tutto. C’è stato poco spazio per approfondire la natura di quello che, come ci sembra di capire, è il vero Visione, risvegliato nei suoi antichi ricordi dal Vision “finto”, costruito da Wanda. Ma quella scena è molto rapida, un po’ tirata via, e quando il Vision di carne e ossa (più o meno) riscopre la sua vera identità, se ne svolazza via senza mai più tornare nell’episodio, in una fuga che francamente ci lascia un po’ straniti, senza capire bene cosa abbiamo visto e cosa dobbiamo aspettarci.
Non che non sia legittimo o perfino doveroso lasciare delle cose non del tutto spiegate, ma qui abbiamo avuto semplicemente l’impressione che mancasse un pezzo.
Più in generale, la sensazione è che l’adattamento seriale di un piccolo pezzo dell’MCU sia servita ad espandere l’universo e togliersi un po’ di sfizi stilistici, mancando però certe rifiniture collaterali che serie tv più strutturate e pensate esclusivamente come tali di solito non si lasciano sfuggire.

Ci aggiungo un ultimo elemento, che non so se ha infastidito solo me o cosa: nel percorso psicologico di Wanda dall’iniziale delirio al riconoscimento dei propri errori, fino all’accettazione del trauma e alla preparazione, forse, per altri errori ancora, le sue colpe (nel senso proprio legale del termine) sono state spazzate via con un colpo di spugna.
Cioè, se anche Monica può essere convinta che Wanda non voglia fare del male a nessuno, e se possiamo accettare che effettivamente la protagonista agisca in una situazione di incapacità di intendere e volere per buona parte della stagione, rimane il fatto che ha rapito, imprigionato, e per certi versi torturato un’intera cittadina. Il dolore delle sue vittime, così precisamente raccontato dalla serie e necessario, proprio nella sua intensità, al “risveglio” di Wanda, è comunque qualcosa di cui la fanciulla dovrebbe rispondere in qualche modo.
Che poi lei diventi una specie di eremita e abbia in sé la possibilità di diventare perfino un villain, potrebbe anche bastarci (sarebbe stato ridicolo se fosse tornata a fare l’avenger tutta sorridente), ma che i bravi esponenti delle forze dell’ordine la lascino andare senza problemi davanti alla semplice considerazione che “se avessi potuto l’avrei fatto anch’io per la mia mamma”, solleva un robusto, armonico e corposo vaffanculo da parte di tutta la povera gente che per settimane ha vissuto gli incubi di un’altra persona.

Alla fine i ricchi e i potenti la scampano sempre, due rune sulle nuvole, e ti intortano come vogliono…

Le aspettative irragionevoli

L’ultimo punto riguarda le aspettative. Parte delle critiche piovute sulla serie verso la fine non riguardano vere o presunte incoerenze né mere questioni di gusto (che sono sempre insindacabili), ma si basano sull’idea che WandaVision non avrebbe mantenuto determinate promesse, risultando un racconto molto più ordinario del dovuto.
E per carità, per come era stata venduta all’inizio, in modo così birichino e misterioso, capisco che qualche pensiero in questo senso fosse legittimo.
Ma mi sembra che si dimentichi un fatto chiaro e semplice: WandaVision ha sempre fatto parte del Marvel Cinematic Universe, e ha per protagonista un personaggio importante di quell’universo. Questo significa che le regole dell’MCU non sono mai venute a cadere, e quindi non era realmente ragionevole pensare a uno show iper-sperimentale che sovvertisse qualunque struttura messa in campo finora.
Per questo, a mio modo di vedere, non ha tanto senso lamentarsi dalla puntata-spiegone, o della trama in fondo molto chiara fin da subito, o ancora di uno sviluppo sempre più regolare e, infine, roboante come la maggior parte dei film Marvel. Suvvia, davvero pensavamo che WandaVision potesse essere una cosa mai vista né sentita, pur facendo parte di quel mondo?
E attenzione, non lo dico per criticare l’MCU in sé, che anzi è un fenomeno a suo modo davvero rivoluzionario, di portata storica, di cui si parlerà ancora per molti anni e che in futuro verrà studiato nelle scuole di cinema e probabilmente anche nelle università economiche. Ma il fenomeno è appunto l’MCU nel suo complesso, non è possibile pensare che ogni suo singolo elemento sia rivoluzionario (anzi, caratteristica fondante di questa operazione è la sua standardizzazione, cosa che fa incazzare Martin Scorsese).

In questo senso WandaVision, che ha aperto il fronte televisivo dell’Universo Cinematografico Marvel, non è però un corpo estraneo ad esso. Ne segue le medesime logiche, pur cercando e trovando una sua strada espressiva che l’ha resa diversa, più intima, citazionista e nostalgica, rispetto ai suoi colleghi cinematografici. Ma in fondo non è un’operazione tanto diversa, per fare un esempio, da Thor Ragnarok, che è sì un film intriso dello stile del suo regista Taika Waititi (e molto diverso dai precedenti film di Thor), ma non per questo capace di spazzare via la struttura narrativa e commerciale dell’intero Universo.
Né ha senso pensare che le prossime serie Falcon & The Winter Soldier e Loki cambino in maniera decisiva la direzione complessiva del carrozzone: la speranza legittima è che abbiano una loro anima e un loro stile (e banalmente che ci divertano), ma credere che trasformeranno l’MCU in qualcosa che non è non ha senso, o per lo meno non ha senso pretenderlo.
Il mio personalissimo invito, quindi, è ad amare o detestare WandaVision per quello che è e non ha mai fatto mistero di essere. Se poi voi volevate un’altra cosa, o vi è venuto a noia un certo modo marveliano di fare cinema e tv, è legittimo anche quello. Ma non è colpa specifica della povera Wanda.



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