14 Maggio 2021

Tripilot: Chad, Kung Fu e Rutherford Falls di Diego Castelli

Era un po’ che non facevamo tre recensioni in una volta sola, e oggi ci sta

Per chi ancora non lo sapesse, la rubrica Tripilot non è altro che un infimo trucco: recensire tre serie in una volta, così da toglierci qualche pensiero e rimpolpare la classifica senza troppo sforzo.
Ovviamente questo escamotage non si può usare con show molto importanti, è riservato a serie piccoline, di qualità media, magari pure nascoste in qualche anfratto del palinsesto o del binge watching americano, con poche possibilità di arrivare fino in Italia.
Quindi perché scrivere o leggere questo articolo, direte voi?
Gesù, ma per stare insieme, per condividere, per saperne comunque un po’ di più, no?
Cioè che pesantezza, mado’….

Chad

Creata per TBS da Nasim Pedrad, comica quarantenne veterana del Saturday Night Live ma vista anche in New Girl e Scream Queens, Chad è una comedy molto particolare che ha per protagonista un ragazzino alle soglie della pubertà, interpretato da… Nasim Pedrad. Se ricordate, un’idea simile l’avevamo vista in PEN15, con due attrici adulte a interpretare due ragazzine, ma stavolta si fa anche un passo in più, con un cambio di genere fra la protagonista e il suo personaggio.
Questo aspetto curioso non è in realtà così rilevante ai fini del giudizio sulla serie, per quanto io abbia intravisto un po’ di razzismo e di misoginia in una parte dei commenti pessimi che Chad si è presa in queste settimane (voti paurosamente bassi da parte del pubblico, sia su imdb che su Rotten Tomatoes). Suppongo che un tot di quelli che dicono che una donna adulta non possa interpretare un giovane maschio siano gli stessi che si lamentano se qualcuno chiede che i personaggi gay siano interpretati da attori gay, ma vabbè (per la cronaca per me tutti possono fare tutti, se dietro c’è un minimo di pensiero creativo).
Quello che conta di più è che Chad è una serie tutta fondata sul disagio: il ragazzino che le dà nome è costantemente sballottato da una tempesta emotiva e ormonale che mal si accompagna alla sua sfigaggine e a un certo, smaccato egoismo, tanto che finisce col mettersi continuamente in situazioni di grandissimo imbarazzo.
Ecco, perfino troppo: se possiamo apprezzare Chad per la spietatezza con cui ci viene mostrata un’età di cui spesso vogliamo dimenticare molti aspetti (perché sappiamo che eravamo tutti stronzi egomaniaci, con l’ormone sempre a palla, e pronti a tonnellate di comportamenti strani), il problema è che il suo protagonista è realmente odioso, quasi senza possibilità di redenzione, e guardare le sue avventure genera un fastidio talvolta insostenibile.
Insomma, una comedy sperimentale, ma così sperimentale che più che far ridere, respinge.
Bene ma non benissimo.



Kung Fu

Prima del suo debutto su CW, di Kung Fu si era parlato abbastanza in quanto reboot dell’omonima serie con David Carradine, datata 1972. Naturalmente il collegamento è pretestuoso, buono per il marketing, visto che le somiglianze sono assai meno delle differenze: c’è sempre un personaggio che torna in America dopo aver appreso le arti marziali, ma se all’epoca era un uomo cino-americano che finiva nel vecchio West (in un connubio fra cowboy e calci volanti che all’epoca suonava molto originale), oggi è una ragazza cinese (Nicky, interpretata da Olivia Liang) che dopo essere fuggita in Oriente per sfuggire a un matrimonio combinato è costretta a tornare negli States per fare giustizia della propria maestra di kung fu, uccisa da una setta di cattivi.
Se negli anni Settanta si mescolavano quasi per gioco due generi molto codificati, stavolta invece siamo più dalle parti del solito teen-drama-action di CW, non tanto diverso dalle sue serie supereroistiche: una protagonista che mena come un fabbro, ma che ha pure il suo daffare con la famiglia, soprattutto con la madre molto tradizionalista.
La serie è diretta a un pubblico giovane e cerca di essere molto contemporanea proprio nel suo dare spazio a una minoranza, quella dei cinesi-americani, che in quanto a rappresentazione sta messa pure peggio degli afroamericani.
Il problema è che non c’è altro: immagino che gli adolescenti si possano anche divertire, la serie è pure già stata rinnovata, ma se in vita vostra avete visto più di tre film action e più di due serie drama, Kung Fu non aggiunge niente. Anzi, in termini di pura spettacolarità visiva è proprio robetta, con certe scazzottate in cui la lontananza fra i calci e le facce a cui sono diretti è così evidente, da far ricordare il peggior wrestling.
Grazie, ma a posto così.

Rutherford Falls

Dopo TBS e CW, passiamo a Peacock, la piattaforma streaming di NBC. Ci imbattiamo in una serie creata da Michael Schur (già padre, da solo o in gruppo, di The Good Place, Parks and Recreation, Brooklyn Nine-Nine) e interpretata da Ed Helms (The Office, Una notte da leoni), che mette anche la sua firma sul copione. Insomma, un prodottino che avrebbe tutti gli elementi per piacere soprattutto da queste parti.
Anche la trama non è male: l’ultimo discendente dell’antica famiglia Rutheford passa le sue giornate a lavorare al piccolo museo della cittadina che porta il suo nome, sforzandosi al massimo per mantenere viva la memoria storica del luogo. Solo che poi arrivano la contemporaneità e la rilettura di un passato apparentemente pacifico ma in cui i rapporti fra bianchi e nativi americani non erano certo idilliaci, cosa che incrina le certezze del protagonista e lo costringe a mettere in discussione la sua vita e tutto ciò che finora gli è servito per darle senso.
Insomma, comedy sì, ma con uno scavo non banale su alcuni dei capisaldi della cultura americana, che in questi ultimi mesi e anni hanno cominciato a scricchiolare in modo preoccupante.
A sporcare un po’ questo quadretto potenzialmente edificante, e quindi a far finire la serie nei tripilot, è la semplice e cruda realtà della resa comica: Rutherford Falls è meno divertente di quanto sperassi. Se faccio il paragone, inevitabile, con le altre serie citate a inizio paragrafo, non posso fare a meno di notare che Rutherford Falls, pur partendo da premesse e strutture simili (il protagonista, nell’amore per la sua città, ricorda molto la Leslie Knope di Amy Poehler), ha un ritmo meno ficcante e trovate meno incisive. O forse è semplicemente una comicità, quella di Michael Schur, che ormai conosciamo fin troppo bene.
La stagione, a onor del vero, parte piano ma lentamente cresce, il che fa anche ben sperare, solo che per ora non mi ha toccato il cuore come in passato avevano fatto le altre serie di Schur. Se ci sarà una seconda stagione probabilmente la guarderò (al contrario di Chad e Kung Fu), però temo che, se amore doveva essere, sarebbe già scoppiato.



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