8 Giugno 2021

Lisey’s Story – Una serie media tratta da Stephen King. Maddai… di Diego Castelli

È raro che Stephen King scriva la sceneggiatura di serie e film tratti dai suoi romanzi: Lisey’s Story su Apple Tv+ è una di quelle eccezioni

Pilot

Una storia tratta (ma anche scritta per la televisione) da Stephen King, diretta da Pablo Larraìn (già regista di Tony Manero e Jackie), con protagonisti Julianne Moore e Clive Owen.
Se voleva attirare la nostra attenzione nel tempestoso mare seriale, talmente ricco di di spunti da annegarci dentro se solo non si fa attenzione, possiamo dire che con quei quattro nomi Apple Tv+ c’è riuscita. Soprattutto considerando che se è vero che moltissima della produzione letteraria di Stephen King ha trovato una trasposizione sul grande o piccolo schermo (con risultati diversissimi), i film o le serie scritte effettivamente di suo pugno relativamente sono molto poche.
Poi certo, un conto è attirare la nostra attenzione, e un conto è scatenare gli applausi.

Lisey’s Story, so che vi sorprenderà, racconta la storia di Lisey (Julianne Moore), vedova da un paio d’anni di uno scrittore molto famoso, secondo alcuni il più grande scrittore americano di sempre. Scott Landon (Clive Owen) è morto a seguito di un attentato ai suoi danni da parte di un uomo che, prima di sparare, l’aveva accusato di avergli “rubato la mente”, e ora Lisey deve fare i conti con un lutto che, per vari motivi, è difficile metabolizzare.
Da una parte ci sono i molti manoscritti inediti che Scott ha lasciato dietro di sé, e sui quali ha messo gli occhi il Professor Roger Dashmiel (Ron Cephas Jones) un tipo apparentemente a posto, giusto un po’ insistente, che però ha finito con l’influenzare anche Jim Dooley (Dane DeHaan), fan sfegatato del defunto scrittore che invece a posto non è per niente, e sembra disposto a tutto pur di mettere le mani sui manoscritti (mi si perdoni il gioco di parole).
Sul fronte familiare, invece, Lisey ha a che fare con la sorella maggiore Amanda (Joan Allen), che oscilla allegramente fra momenti di assoluta catatonia e altri in cui si dedica al simpatico hobby dell’autolesionismo.
In ultimo, una serie di indizi lasciati proprio da Scott, con i quali Lisey si mette sulle tracce di un qualche mistero relativo a una fantomatica fonte, di cui nei primi due episodi (quelli finora rilasciati da Apple) sappiamo ancora pochissimo, se non un dettaglio importante: in un flashback vediamo Scott che “bacia” la cognata Amanda passando da bocca a bocca un lungo fiotto d’acqua dopo il quale la donna ritorna in sé, come se fosse stata momentaneamente “curata”.

Non ho letto il romanzo da cui la serie tratta, e quindi non so se incorre nei “classici” problemi delle serie tratte da King. Tipicamente, e vale perfino per certi capolavori del cinema, nei romanzi del Re l’inquietudine e l’orrore sono spesso accompagnati da una qualche forma di calore, di speranza, di Lotta fra Bene e Male che non è solo un elemento della trama, ma un sentimento che permea la vita di tutti i personaggi. Un sentimento che a volte è stato brutalmente eliminato (tipo nello Shining di Stanley Kubrick) e altre volte un po’ troppo pompato, come nell’It di Muschietti (e ho voluto citare apposta due bei film, tralasciando le cose semplicemente venute male).
Ma ripeto, non so se questo è un problema per Lisey’s Story, quello che però so è che dei problemi ci sono. La storia non è raccontata in modo rigidamente lineare, perché agli avvenimenti del presente si insersecano i molti flashback con Scott ancora vivo, ma questa non è una buona scusa per un certo senso di confusione avvertito nel corso dei primi due episodi. Confusione non positiva, alla “non ci sto capendo molto, ma solo perché stanno giocando con me, e infatti sono comunque interessato”, più confusione tipo “non ho ancora capito per cosa mi devo emozionare e cosa no”.
Ci sono poi alcuni elementi che, ne sono certo, su carta avevano un effetto diverso, come la scena della “cura” di Amanda da parte di Scott, che suona fastidiosamente finta a causa di effetti speciali dal sapore sgradevolmente retrò, o il ritrovamento dei vari indizi, che avviene in maniera abbastanza meccanica, come se potessimo vedere la sceneggiatura in cui c’è scritto che in un dato momento Lisey deve trovare il dato indizio.

La (mini)serie funziona un po’ meglio quando deve creare un vago ma palpabile senso di inquietudine, che però percepiamo non proprio in tutta la messa in scena, ma soprattutto quando sullo schermo ci sono due personaggi specifici, ovvero Amanda, la cui fragilità mentale ci tiene sempre sul chi vive, e Dooley, che a partire dallo sguardo poco rassicurante di Dane DeHaan riesce effettivamente a tenerci in tensione costante, perché sappiamo che ogni volta che entra in scena può finire male per qualcuno.
Spiace però di dover sottolineare la prova di due comprimari (per quanto decisivi nella trama) senza poter dire la stessa cosa dei due protagonisti: Julianne Moore fa il suo, niente di grave, ma non aggiunge particolare carisma a un personaggio che ha il suo nome nel titolo della serie, e che quindi dovrebbe tenerci incollati alla poltrona solo parlando (suggerisco ripetizioni da Kate Winslet). Clive Owen, poi, sembra passato per caso di lì e dà l’impressione che avrebbe potuto esserci chiunque al suo posto, senza che le cose cambiassero granché.

Il vero problema di Lizey’s Story, che pure viene proposto da una piattaforma che finora ha sbagliato davvero pochissimo, è quindi che per l’ennesima volta ci mette di fronte a una serie media tratta da Stephen King. Alcune cose buone, alcune meno buone, un generico interesse a vedere come prosegue la storia, ma non quell’ansia seriale che sempre cerchiamo nei prodotti (specie quelli thriller-horror) che dovrebbero essere fatti apposta per farti stare in apnea per quaranta minuti, salvo poi prendere fiato e immergerti di nuovo nella storia.
Andrò avanti a guardarla, perché ha ancora margine per rialzarsi, ma certo da questo esordio era lecito aspettarsi di più.
O forse, più semplicemente, dovremmo smettere di aspettarci troppo dalle serie tratte da Stephen King: è ormai evidente che uno dei romanzieri più cinematografici della storia, è anche uno di quelli che pone più sfide inaspettate quando si tratta di portarlo effettivamente sullo schermo.



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