21 Maggio 2024

The Big Cigar su Apple Tv+ – Quelle serie fuori fuoco di Diego Castelli

La storia della fuga del fondatore delle Black Panther, con l’impressione che le cose migliori stiano altrove

Pilot

In teoria potevano esserci tutti gli elementi per un bel prestige drama capace di flaggare un po’ di caselle senza scontentare nessuno: un personaggio importante di cui raccontare la storia; una vicenda apertamente “black” per la quale l’ingaggio di protagonisti neri che parlano di cose di neri non è solo legittimo, ma anche necessario; un cast di alto livello e una produzione ricca; perfino un risvolto narrativo curioso e forse poco conosciuto, per dare a una storia potenzialmente cupa un tono scanzonato e divertente.

E poi però qualcosa non torna. Almeno a giudicare dai primi due episodi di The Big Cigar, la serie di Apple Tv+ creata da Jim Hecht e incentrata su una specifica porzione della vita di Huey P. Newton, co-fondatore delle Black Panther, il partito di ispirazione marxista-leninista, improntato alla protezione dei diritti delle persone nere negli Stati Uniti, che dal 1966 al 1982 (ma soprattutto nei primi anni) rappresentò una voce rilevante nello scenario politico americano e la fonte di numerose frizioni, anche violente, con il governo centrale.

La scelta forte, certamente decisiva, che indirizza la narrazione e in parte il giudizio su The Big Cigar, è quella di raccontare soprattutto la caccia all’uomo e la successiva fuga di Newton, che si fece aiutare dal produttore cinematografico Bert Schneider per scappare alla persecuzione dell’FBI e rifugiarsi a Cuba.

E se questa cosa di usare una finta produzione hollywoodiana per coprire una fuga vi suona già sentita, è perché è la base di Argo, il film di e con Ben Affleck che vinse l’oscar per il miglior film nel 2013. E non è un caso che sia Argo che The Big Cigar si basino sul lavoro del giornalista Joshuah Bearman, che evidentemente è uno che dà il meglio di sé quando racconta questo tipo di storie.

Chiusi tutti questi cerchi incrociati, veniamo al succo della faccenda. Anzi, no, aspettate, perché c’è un altro cerchio ancora: il creatore della serie (nonché capo di una delle sue case di produzione) è lo stesso di Winning Time, lo show di HBO decidato alla dinastia dei Lakers, che è stato cancellato pochi mesi fa a causa dei bassi ascolti, nonostante le buone critiche della stampa specializzata.

Il dettaglio non è ininfluente, perché The Big Cigar, che pure parla di tutt’altro, racconta gli anni Settanta con le stesso stile: un ritmo serrato, continui (e brevi) salti temporali, un certo gusto per l’aspetto più glamour di quel tempo, fra giacche di pelle e chiome afro, e pure una certa, consapevolissima cialtroneria di fondo, con alcuni personaggi esagerati, iperbolici, chiassosi.

Fin qui potrebbe andare tutto bene, anche considerando che il protagonista è interpretato dal sempre ottimo André Holland, che ben ricordiamo dai tempi di The Knick e tante altre cosette, e che alla regia dei primi due episodi c’è Don Cheadle, che ovviamente ha una carriera più ricca come attore, ma che già con House of Lies aveva fatto vedere di avere una buona mano.

C’è però un problema, o almeno un problema, che parte proprio a monte, nel come la serie è stata impostata rispetto al materiale narrativo di partenza. Perché dopo due episodi, l’impressione molto chiara e un po’ straniante è che The Big Cigar (che è il nome del film fittizio usato per far fuggire il protagonista, ma anche un’espressione per riferirsi a Cuba) ci stia raccontando la parte meno interessante della vicenda.

Con una sintesi probabilmente troppo brutale, ma spero utile a capirsi, tutta la storia delle Black Panther e del modo in cui Newton e soci si battono per le battaglie in cui credono contro uno Stato oppressivo (sia inteso come la California sia, più in generale, come Stati Uniti), sono snocciolate in poche scene rapide, che sembrano montate insieme come a formare un trailer della vita delle Pantere, o un suo riassunto, se volete.

Quando poi si arriva a raccontare la storia principale, però, ecco che dobbiamo sorbirci lunghi dialoghi preparativi, con cui i protagonisti negoziano fra loro il livello del reciproco coinvolgimento nel piano, e i dettagli dello stesso. E c’è poco da fare, sono parti esageramente più noiose.

Proprio questo contrasto diventa la base per un risultato paradossale: The Big Cigar ci fa venire voglia di vedere un prestige drama bello intenso e molto istruttivo sulla storia delle Black Panther, con l’unico problema che The Big Cigar non è questo, e invece è qualcosa che ci sembra assai meno interessante.

Non è però solo un problema di approccio, di scelte a monte. Il motivo per cui Apple Tv+ ha scelto di raccontare questo lato, o questo particolare, della storia, e non il resto, può essere dipeso da molti fattori, non ultimo, magari, il fatto che la storia in sé e per sé delle Black Panther è già più conosciuta negli Stati Uniti, che restano il pubblico di riferimento della piattaforma.

Questo però non significa che la scelta di raccontare la fuga di Newton non potesse (o non possa tuttora) essere interessante a prescindere dal resto. Il problema allora risiede in una sceneggiatura, ma anche in un certo stile generale, in cui l’inizio dell’avventura caraibico-cinematografica non riesce a essere raccontato con la giusta forza, o con la dovuta attenzione alla costruzione del pathos legato alla salvezza di Newton.

Mentre guardiamo queste prime due puntate, ci viene detto che Newton rischia la vita, ma lo vediamo fino a un certo punto, imbarcandoci in un’impresa complessa di cui fatichiamo a percepire a pelle l’importanza, sorbendoci però le grandi discussioni chiacchierate intorno a essa.

C’è ancora tempo per The Big Cigar, nella misura in cui non siamo ancora nel vivo della storia (e della fuga) e lì in mezzo potrebbero succedere parecchie cose divertenti.
Allo stesso tempo, se vogliamo vederla da un altro punto di vista, abbiamo già visto un terzo della miniserie, impegnato due ore del nostro preziosissimo tempo, e più che appassionarci a quello che stiamo per vedere, ci è venuta voglia di una serie che effettivamente non esiste.

Che dire, bene ma non benissimo…

Perché seguire The Big Cigar: racconta una storia poco nota con piglio scanzonato e buoni interpreti.
Perché mollare The Big Cigar: c’è la forte impressione che, nello scegliere le priorità e il fuoco di questa serie, qualcosa sia andato per il verso sbagliato.



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