11 Giugno 2024

We Are Lady Parts – Un seconda stagione precisissima di Diego Castelli

Parliamo con gioia (ma senza spoiler) della seconda stagione di una serie che in Italia non è ancora arrivata, e non sappiamo perché

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Per purissima casualità, a distanza di pochi giorni dalla recensione di Eric possiamo tornare sul discorso con cui avevamo introdotto l’analisi di quella serie, ovvero il tema della “quantità” di cose da ficcare dentro un racconto televisivo. Che poi, per dirla in altro modo, era una riflessione sulla misura, intesa come capacità di costruire un racconto che non sia né poco né troppo, né vuoto né ingolfato, né corto né lungo.

E se con Eric avevamo visto qualche problema di tenuta e di organizzazione di un materiale narrativo che pareva troppo corposo per soli sei episodi, con la seconda stagione di We Are Lady Parts, arrivata su Peacock a distanza di tre anni dalla prima, possiamo fare un discorso con analoghe premesse ma esito diverso: anche qui sei episodi (pure corti), anche qui un sacco di roba da raccontare, ma allo stesso tempo una solidissima capacità di tenere tutto insieme, alternando il particolare e il generale, non lasciando fuori niente ma senza arrivare all’indigestione.

Per il “cos’è We Are Lady Parts“, meglio rimandare al vecchio articolo.
Per riassumere, basterà dire che se la prima stagione seguiva il percorso di alcune ragazze inglesi e soprattutto musulmane verso la creazione di una sorprendente band punk (con il nome, appunto, di “Lady Parts”), nella seconda stagione la band esiste, viene da un’estate piena di esibizioni divertenti ma non troppo remunerative, e vede le nostre protagoniste impegnate nel tentativo non solo di sfondare, ma anche di capire cosa significhi effettivamente avere successo, con che parametri, con che compromessi, con che sacrifici.

Il punto di vista privilegiato continua a essere quello di Amina, che nella prima stagione era la più timida del gruppo e quella che faceva il percorso di crescita più chiaro e rotondo verso una modalità espressiva di sé che le permettesse di uscire dal guscio e affrontare con più coraggio le sfide del mondo.
Le amiche poi sono sempre le stesse: Saira, leader e vocalist del gruppo, e quella più determinata a raggiungere il successo; Momtaz, la manager che organizza le serate; Ayesha, la batterista lesbica e sempre incazzata; Bisma, la moglie e madre di famiglia che cerca nel gruppo una valvola di sfogo e di espressione artistica.

Visto che We Are Lady Parts non è disponibile in Italia, e qualcuno potrebbe essere qui per pura curiosità, evitiamo di fare grossi spoiler.
Possiamo però dirci che Nida Manzoor, creatrice ma anche regista della serie, tesse molti fili diversi, perché ci racconta le vicende complessive del gruppo (legate come detto al tentativo di diventare una band famosa e amata, proprio nel momento in cui un gruppo giovane e fan delle stesse Lady Parts sembra in grado di superarle), ma anche le storie personali delle singole protagoniste, ognuna impegnata con le sue proprie gatte da pelare (sì, ho proprio detto “gatte da pelare”, sto per compiere 42 anni).

Queste vicende personali, come è ovvio che sia per una serie molto femminile e femminista che sa di mettere in scena personaggi al confine fra mondi anche molto distanti fra loro, toccano corde assai delicate per le protagoniste, che possono risuonare con forza nell’esperienza di spettatori e spettatrici.
Così, Amina prova interesse per un ragazzo bianco e non musulmano, ma molto affine a lei dal punto di vista artistico, con inevitabili dubbi. Ayesha porta il velo ma è anche lesbica, e l’ipotesi di fare coming out con i genitori è ancora più delicata che per altre ragazze provenienti da un backgroung diverso. Bisma, che vive con forza la propria identità di musulmana, ma anche quella di donna nera, si trova a dover gestire inaspettati conflitti fra queste anime, sentendosi in obbligo di scegliere. E via dicendo.

Su tutto, le emozioni più forti arrivano proprio dalla carriera musicale, nella quale la verve politica e sociale del gruppo rischia di scontrarsi con le richieste di un’industria che vuole normalizzare, anestetizzare, “mainstreamizzare”, sacrificando le specificità ma offrendo in cambio l’allettante promessa della fama e del denaro.

Come accennato, quindi, We Are Lady Parts comprende un sacco di cose, ma lo fa con grande precisione, raccontando solo quello che davvero serve senza sprecare nulla, così che tutti i percorsi personali ci sembrino pieni, riusciti, con un inizio e una fine, senza perdere tempo ma senza nemmeno sembrare affrettati.

All’inizio, diciamo nel primo episodio, si ha forse l’impressione di qualche debolezza, o quanto meno di una partenza lenta, ma è più che altro la mancanza di un effetto sorpresa che la prima stagione si portava dietro anche solo grazie alla comicità molto semplice, fisica, quasi slapstick delle protagoniste. Una comicità che è ancora la stessa, e sempre efficace, ma inevitabilmente meno d’impatto rispetto alla “prima volta”.

Con l’andare degli episodi, però, We Are Lady Parts riesce ben presto a ritrovare una sua epica, a imbastire percorsi di crescita, di senso e riscatto che percepiamo come effettivamente rilevanti, meritevoli di attenzione, e che ci portano all’ultimo episodio non solo, o non tanto, con la voglia di sapere cosa succederà, ma proprio con l’esigenza di tifare per queste ragazze e vederle trovare il bandolo delle loro intricate matasse (questa fa il paio con le gatte da pelare…).

È dunque, anche, una stagione di cortocircuiti, soprattutto interni alla comunità musulmana, in cui Nida Manzoor si muove con sguardo indagatore e reale amore per i suoi personaggi, creature assolutamente contemporanee, chiamate a trovare un difficile equilibrio con tradizioni millenarie.

Ma se quello di We Are Lady Parts è spesso un grido di speranza e di rivendicazione, un urlo identitario, allo stesso tempo non arriva mai a essere sguaiato o pedante. La sua (auto)ironia lo mette al sicuro dal rischio di diventare un bigino o un manifesto politico, tenendo ben saldi i piedi a terra e dando piena umanità alle sue protagoniste, che non sono leader di partito o cape rivoluzionarie, ma prima di tutto ragazze vere, spesso indecise, alle prese con problemi di tutti i giorni.

Questo non significa che non esistano alcuni inciampi o leggerezze (per esempio: che tenerezza, che simpatia, che risate Amina che si prende male per il fatto che si invaghisce di un bianco non musulmano, ma se provate a pensare al contrario, cioè un personaggio bianco che non gradisce di innamorarsi per una musulmana in quanto tale, apriti cielo), ma We Are Lady Parts ha una solidità, un sicurezza, una concezione così precisa dei suoi personaggi e delle sue dinamiche, da rendere assai difficili non empatizzare con queste ragazze che percepiamo così “reali” e meritevoli della nostra simpatia.

È davvero un peccato che We Are Lady Parts non sia disponibile nel nostro paese, costringendo la gente di buona volontà a cercarsela in altri lidi. Ovviamente si tratta di un prodotto molto piccolo e potenzialmente assai di nicchia, ma sapere che in altri paesi è facilmente recuperabile su Prime Video dà un po’ fastidio. non solo perché è una “bella serie”, ma perché parliamo sempre di inclusività e rappresentazione, scannandoci sugli elfi neri o sui droidi non binari, e poi quando c’è una serie che parla anche di quei temi, facendolo però in modo fresco, intelligente e simpatico, la lasciamo oltre confine.

Vedremo cosa succederà in futuro, ma intanto diciamo che anche la seconda stagione è ampiamente approvata.

PS Da pessimo ascoltatore di musica quale sono, finisce sempre che mi perdo la componente più prettamente sonora delle serie tv, ma è anche importante sottolineare che la seconda stagione di We Are Lady Parts, senza essere una serie “musical”, si porta dietro alcuni pezzi originali di buon impatto e diverse cover assai orecchiabili.
Buttale via…

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