20 Febbraio 2020

Anteprima Hunters – Al Pacino a caccia di nazisti su Amazon Prime Video di Diego Castelli

Pilot

Dopo aver visto in anteprima i primi due episodi di Hunters, nuova serie di Prime Video, in arrivo il 21 febbraio, creata da David Weil (e prodotta da Jordan Peele), mi viene una parola specifica per definirla: “piena”. Piena di spunti, di storie, di stili, di personaggi.
Essendo un’anteprima vorrei scrivere una recensione senza spoiler, anche se è un po’ difficile evitarli completamente. Ma ci provo lo stesso.

Hunters, come titolo suggerisce, racconta di un gruppo di “cacciatori”, capitanati da Sua Maestà Al Pacino, che ha un unico scopo: eliminare gli ufficiali nazisti che, non si sa bene come, sono riusciti a fuggire dalla Germania di Hitler ormai sconfitta, per nascondersi proprio in casa dell’acerrimo nemico americano.
Siamo nel 1977, quindi i nazisti sono sì invecchiati, ma ancora vivi e in forze, e non sembrano aver rinunciato ai loro propositi di conquista, tanto che ancora favoleggiano di un futuro Quarto Reich. Ad aiutare il vecchio e danaroso Meyer Offerman (Pacino) arriva il giovane Jonah, che col nazismo ha un conto familiare da saldare e mette al servizio della squadra la sua innata abilità con codici, enigmi e rompicapi.

Perché una serie “piena”, dunque? Beh, perché lo spunto iniziale offre la base per una ricostruzione scenografica e costumistica sontuosa, per un cast ampio e variegato, per una storia che affonda le radici nel peggior crimine del Ventesimo Secolo. Ma, soprattutto, perché Hunters punta ad avere uno stile particolarmente ardito, che mescoli atmosfere e toni estremamente diversi fra loro.
L’idea di un gruppo di cacciatori di nazisti è già abbastanza tamarra, e la serie non fa nulla per nascondere una precisa influenza pulp e tarantiniana, in almeno tre elementi: la violenza cruda ed esplicita; l’uso di grafiche anni Settanta spesso volutamente sopra le righe; un certo gusto per il grottesco e l’ironia più macabra, che spolvera sulla citata violenza una patina di divertimento quasi fumettoso.
E quello al mondo del fumetto è un altro riferimento fondamentale della serie: i diversi membri della squadra (che compaiono davvero solo a fine pilot) sono immediatamente riconoscibili – nelle funzioni che svolgono, nel modo di vestire, nella provenienza etnica – e tutti insieme si scontrano con cattivi esagerati, iperbolici, che vanno dal ragazzo con svastica tatuata che aspetta il Quarto Reich come se fosse il paradiso sulla terra (e intanto uccide con vistosa abilità qualunque nemico della causa), alla Mente dietro tutta l’operazione, su cui non fornisco dettagli ma che, di nuovo, si presterebbe benissimo a diventare oggetto di qualche bel disegno da albo stampato.

Non è finita, perché questa sorta di tamarraggine poco storica e molto divertente è compensata da ampi momenti di tragedia più vera, in cui la minaccia nazista tocca davvero la vita dei personaggi, in particolare quella di Jonah, e mostra il suo volto meno grottesco e più oscuro, più fanatico. La follia dei campi di concentramento, insomma, non smette mai di gettare ombra su un 1977 che altrimenti potrebbe sembrare troppo colorato e machista, e si fa ampio uso di flashback per raccontare il passato dei gerarchi che i nostri cacciatori cercano di smascherare. Un passato, ancora una volta, molto caricato (se non addirittura caricaturale), che funziona più come simbolo della malvagità nazista, che non come effettivo documento storico (come in passato è capitato spesso quando si è messo in scena il nazismo, che si presta a essere un Male senza sfumature).

Su questa questione del simbolo vale la pena spendere qualche parola in più, perché è la terza componente di quell’abbondanza di cui si diceva.
Hunters può sembrare una serie molto immediata, molto lineare nelle sue linee narrative (che comprendono anche una detective di colore, interpretata da Jerrika Hinton, che indagando sull’omicidio di una ex nazista deduce proprio l’esistenza dei cacciatori), ma in realtà si porta dietro un’impalcatura filosofica meno scontata: come esplicitato fin dalla prima scena del pilot (una sequenza di grande impatto), il tema è anche quello di un’America che ha permesso ai nazisti di nascondersi al suo interno, presa com’era da lotte intestine (come quella fra bianchi e neri) che non sono servite ad altro se non a permettere al vero Male di nascondersi nelle pieghe della società.
Fuori dall’iperbole narrativa dello scontro con un possibile Quarto Reich, in cui i protagonisti combattono contro veri nazisti usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, il valore metaforico della storia è chiaro: il monito è quello di tenere occhi e orecchie bene aperti, per evitare che fascismi e nazismi, dati troppo superficialmente per morti e sepolti, possano tornare quando meno ce lo si aspetta, e da persone ancora più insospettabili degli ex gerarchi di Hunters.

A questo proposito, poi, si aggiunge un ulteriore strato di riflessione, incarnato principalmente da Jonah: nel momento in cui il nazismo, qui nella forma degli ex ufficiali delle SS, è ancora fra noi, come bisogna comportarsi? Perché a conti fatti quella di cui Meyer Offerman è portatore è una missione non solo di memoria, ma anche di vendetta: eliminare il nemico apparentemente inoffensivo, ma pronto a risorgere, prima che riesca effettivamente a tornare pericoloso.
Un approccio interventista, se possiamo dire così, che in guerra era certamente giustificato, ma che qui porta i protagonisti ad abbracciare una missione di sangue estranea a qualunque autorità ufficiale. E se i motivi di questa scelta sono chiari e, per amor di narrazione, pure legittimi, Jonah non può fare a meno di chiedersi se i metodi della squadra non siano pericolosamente vicini a quelli di coloro che vorrebbero eliminare.
C’è insomma spazio, in questo dramma comico d’azione pulp, per chiedersi entro quale misura l’odio possa essere combattuto con l’odio, prima che, invece di un’eliminazione, si operi una semplice sostituzione.

Questi i temi sul piatto, che sono i più indicati a dare spessore alla serie al di là della semplice caccia al nazista, e che andranno sviluppati negli episodi successivi, prendendo direzioni potenzialmente molto diverse (e sulle quali torneremo dopo aver visto tutti gli episodi).
Inutile dire che tutta questa ricchezza – che riempie il pilot di spunti, idee, sangue, suspense, ironia e filosofia – è potenzialmente il tallone d’Achille dello show. Nel momento in cui cerchi un tono diverso dal solito, che colpisca lo spettatore e spicchi sullo sfondo di mille serie sempre uguali, fai certamente un’operazione coraggiosa, ma che ha bisogno di un equilibrio attentissimo, in cui nessuna delle varie componenti si mangi le altre, rendendole posticce o ridicole. Il pilot di Hunters, in questo senso, funziona benissimo, mentre il secondo episodio appare non sempre calibrato nel modo giusto, specie quando gli inserti più tarantiniani paiono buttati un po’ lì giusto per fare scena.
Non mi stupirei, insomma, se una quota di spettatori lo trovasse troppo disomogeneo, un po’ né carne né pesce nel momento in cui cerca di essere sia carne sia pesce.

Al momento, però, per noi è primo posto. Siamo sempre in cerca di cose nuove, che si facciano notare, che per lo meno provino ad allargare i confini di quello che una serie tv può mostrare e raccontare. E Hunters ci prova di brutto, riuscendoci spesso. Vedremo se saprà tenere fino alla fine della prima stagione, perché in caso contrario gli abbassiamo la posizione in classifica.
A Serial Minds siamo spietati. Non come i protagonisti di Hunters, però insomma…

Perché seguire Hunters: per la valanga di spunti di interesse (visivi, narrativi, filosofici) in una serie che diverte e intriga.
Perché mollare Hunters: perché prova a tenere insieme tre-quattro anime diverse, e sarà una sfida tutt’altro che semplice.

PS: sì il tizio coi baffi è Josh Radnor, ex ted di How I Met Your Mother, che qui interpreta un personaggio dal nome sobrissimo di Lonny Flash. E no, non è credibile in nulla che non sia Ted.



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