30 Agosto 2010 4 commenti

The Big C: se hai il cancro, non è detto che devi diventare un pusher di Marco Villa

– Dai, facciamo una serie.
– Va bene.
– Su cosa?
– Mah, potremmo farla su un pastore tedesco che aiuta la polizia a risolvere i casi.
– Mmmh. No. Facciamola su una donna di mezza età che deve affrontare un problema inatteso che le rimescola la vita.
– Ok. Il problema potrebbe essere che si risveglia in una valle piemontese vestita come una principessina dei secoli andati che brama il suo principessino.
– Mmmh. No. Facciamo che a questa donna – con un matrimonio normale, fatto di alti, bassi e più affetto che amore – capita una cosa veramente pesante. Scopre di avere il cancro.
– Ok. Così la facciamo curare in una clinica in cui i dottori si innamorano ogni due giorni. Aspetta, aspetta: poi quando la dimettono lei non torna a casa, no, va a vivere insieme a una famiglia spensierata guidata da un nonno basso, calvo, sovrappeso e con una carica inarrestabile di simpatia.
– Mmmh. Quasi. Facciamo che lei rifiuta di fare la chemioterapia, perché non vuole rivoluzionare il proprio modo di esistere senza sapere se la cura possa davvero salvarla. Diciamo che preferisce vivere il tempo che le resta cercando di cambiare i lati meno entusiasmanti della propria vita, per godere fino in fondo di ogni giornata. Dovremmo trovare un’attrice veramente brava.
– Beh, è una cosa tragica su una di mezza età. Ho sentito parlare di un’attrice italiana bravissima. Stefania Sandrelli.
– No, non è tragica. È una dark comedy. Diamo il ruolo a Laura Linney.
– Ok. Ma i personaggi di contorno? Io metterei il marito commissario di polizia in un paese di provincia, il prete anticonformista che possiede i sani, vecchi valori di una volta e qualcuno di strambo, tipo un barbone filosofo o un ragazzino di quelli che ne sanno una più del diavolo.
– No, mettiamo una vicina di casa settantenne acida, che aspetta solo di morire perché non ha più nessuno al mondo. Un figlio adolescente che prenderesti a calci da mattina a sera. E un marito che non si limita a bere birra e lavorare, uno che sia in grado di creare con la moglie un rapporto di complicità credibile, verosimile. Poi sì, quello strambo mettiamolo: il fratello radical fanatico ambientalista.
– Mah. Non so se può funzionare. Guarda, ho qui lo script di una serie che hanno prodotto in Italia. Sembra molto meglio. Si chiama Capri, noi la trasferiamo a Minneapolis e il gioco è fatto.

The Big C è una produzione Showtime, che ha esordito il 16 agosto. Protagonista è Laura Linney, che interpreta Cathy, una donna di mezza età alle prese con la grande C, il cancro.



Previsioni sul futuro: Cathy cercherà di affrontare tutti i blocchi emotivi e caratteriali che hanno caratterizzato la sua vita. In questo modo, riderà molto di più e si sentirà più libera. In ogni puntata, verserà anche un paio di lacrime o farà qualche smorfia veramente triste.

Perché seguirlo: perché Laura Linney è bravissima e il pilot è scritto davvero bene. Giocandomi la carta pronostico, direi che potrebbe essere tra le grandi sorprese della stagione. La Linney ha un posto assicurato tra le candidature Emmy del prossimo anno.

Perché mollarlo: perché in fondo il concept è “donna con il cancro”. E non è che sia il massimo della gioia.

4 commenti a The Big C: se hai il cancro, non è detto che devi diventare un pusher

  1. Dil ha detto:

    Perché non mollarlo, piuttosto!
    Perché potrebbe essere una serie in cui si vede finalmente la figura di una donna normale in una famiglia normale che nella quotidianità convive con la Big C.
    Ovvero, portare fuori la spazzatura, litigare con la figlia, amare il marito, sclerare col fratello, sopportare la vicina, fare la spesa e avere il cancro, ma non essere per forza Wonder Woman o un’eroina tragica.

  2. marcovilla ha detto:

    Tutto verissimo!
    Sottoscrivo.

  3. fabrizia.malgieri ha detto:

    Ben ritrovati, serialminders. Quest’estate è stata lunga senza di voi…soprattutto quando non si va in vacanza. Sinceramente “The Big C” mi incuriosisce parecchio…già il fatto che si tenda a normalizzare una malattia – che per quanto straordinaria, sta ahinoi entrando nella nostra quotidianità in modo piuttosto insistente – è un passo avanti non da poco. Insomma, usciamo pian piano dall’immaginario di pellicole come “Fiori d’acciaio” e “Voglia di tenerezza” in cui si vedevano donne colpite dal cancro che o erano donne straordinarie o disilluse (mai la mezza misura), che si lasciavano logorare dalla malattia in ogni caso. Bene, avete catturato la mia attenzione…la cerco.

  4. GlouOn ha detto:

    La sto seguendo in contemporanea, questa dark comedy promette bene.



CORRELATI