18 Gennaio 2011

Mad Men di Chiara Grizzaffi

Nuova penna per colmare un vuoto assai importante!

Nei suoi sei mesi di vita, su Serial Minds abbiamo parlato di tutto, dai telefilm più celebrati a quelli che nessuno conosce.
Con tanti buchi e tante lacune. Una di queste, era Mad Men.
Perché non ne avevamo mai parlato? Semplice, per lasciarlo fare a Chiara Grizzaffi, al suo esordio su queste pagine.
E sì, siamo tanto paraculi.

di Chiara Grizzaffi



Saltiamo la parte in cui vi spiego di cosa tratta Mad Men: l’agenzia di pubblicitari di Madison Avenue, gli anni ’60 ecc… siamo alla quarta stagione, se n’è parlato fin troppo, se non ne avete mai sentito parlare è probabile o che abbiate superato i settanta o che, parafrasando Nanni Moretti, “ve lo meritate Al di là del lago“.

Peccato però che troppo spesso Mad Men sia stata associato agli aggettivi “glamour” e “vintage”, che ne colgono solo gli aspetti di impatto più immediato. Non fraintendetemi: si vedono abiti da cocktail che ti fanno venire voglia di barattare anni di femminismo per una villetta con giardino e un uomo che lavori al posto tuo.  Ma forse si dovrebbe smarcare una serie tv che è fra le più belle e giustamente premiate degli ultimi anni dall’etichetta di accessorio alla moda.

Vero è che, non potendo permettersi fastose ricostruzioni degli esterni della New York anni ’60, Matthew Weiner e soci hanno optato per una ricostruzione maniacale degli interni: dall’arredamento ai mozziconi di sigaretta nei posacenere – rigorosamente di marche diverse e già prodotte negli anni ’60 – tutto è il più possibile fedele all’originale. Guardando le misure di Christina Hendricks è difficile crederci, ma perfino le attrici sono state scelte anche in base al fatto che non avevano mai fatto ritocchi di chirurgia estetica.

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È evidente che la serie fa della superficie, dell’esteriorità, un aspetto chiave per restituirci le atmosfere di un’epoca: l’odore delle Lucky Strike sempre accese, il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri, il ticchettio delle macchine da scrivere delle segretarie.  Ma non si tratta solo di un’operazione nostalgia, e lo dimostra la cura estrema nello sviluppo del plot e dei personaggi. Si tratta dell’aspetto più innovativo della serie, e di quello meno evidenziato. Sarebbe facile, in prima battuta, identificare ciascun personaggio con uno stereotipo e intuirne in qualche modo gli sviluppi. Don Draper è il donnaiolo di successo, Betty la casalinga devota e nevrotica, Peggy la segretaria bruttina e un po’ sfigata, Joan quella sexy.
Dopo aver in qualche modo incoraggiato questa lettura, si inizia però man mano a dare profondità, a sfaccettare i personaggi e a smentire le attese e le ipotesi degli spettatori su di loro. E lo si fa, udite udite, senza i grandi picchi di emotività o gli spiegoni di troppe serie drammatiche. Avete presente quello che si insegna in qualunque corso di sceneggiatura for dummies: “non dite le cose, fatele vedere”? Ecco, in Mad Men ci riescono.

In una delle mie scene preferite Sally, la figlia più grande di Don, guarda la tv, e vede le immagini di un monaco tibetano che si dà fuoco: una citazione molto sottile da Pastorale Americana di Philip Roth, che ci dice in pochi fotogrammi che Sally è destinata a dare qualche problema in famiglia. Ma anche la parabola discendente di Don, o la lotta di Peggy per affermarsi sul lavoro nonostante il suo essere donna – uno dei temi caldi di Mad Men è proprio la discriminazione femminile, e tutte quelle che sono passate per quel far west dell’etica sul lavoro che è l’industria della creatività avranno di che riconoscersi – non sono mai coronate da frasi come “forse sto diventando un alcolizzato” oppure “è dura essere donna”. I personaggi cambiano, si evolvono senza prima avvisarvi, mostrandovelo attraverso le loro azioni, e la loro tessitura psicologica è straordinariamente complessa. Per questo succede spesso che un personaggio di Mad Men su cui vi siete fatti un’idea vi costringa a cambiare opinione o vi sorprenda, senza per questo risultare incongruente. Un piccolo passo per un copione, un grande passo nell’universo delle sceneggiature “telefonate” e i cui sviluppi si possono prevedere fin dal primo minuto. Anche l’associazione tra le marche citate in ciascun episodio (tutte esistenti) e le vicende private dei personaggi rifiuta qualunque stereotipo su mercificazione, consumismo o affini per cercare una relazione più profonda con gli oggetti. E una valigia Samsonite diventa metafora del “viaggio finale”, della morte.

Se non vi basta sapere questo per dargli una chance, sappiate che Mad Men non è una di quelle serie che si guardano tutte di fiato. Vorrete centellinarlo, anche perché si tratta di un drama con la D maiuscola. Insomma, ciascuna puntata pesa parecchio, e vi ci vorrà del tempo per recuperarlo, ma vi darà grandi soddisfazioni. E poi la messa in onda di ciascuna serie inizia a luglio. Potrete finalmente uscire dal tunnel delle repliche della Signora in giallo.



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