19 Aprile 2011 2 commenti

Happy Endings – Eravamo sei trentenni al bar di Marco Villa

Novità come se piovessero

“E allora, rivoluzione sia!”
Probabilmente è questo che hanno pensato ad ABC quando hanno deciso di dare luce verde alla serie creata da David Caspe.
Già ci immaginiamo gli abbracci, le virili strette di mano e poi tutti con il sigaro in bocca a guardare il tramonto sul Pacifico.
Deve essere bello partecipare a momenti che fanno la storia. Una storia piccola, televisiva, ma sempre di storia si tratta.
Ebbene Happy Endings è a suo modo epocale, visto che per la prima volta tratta un argomento interessante e mai dibattuto: i trentenni e le loro ansie.

Era ora. Era ora che qualcuno squarciasse il velo di ipocrisia che copre questo tema tanto importante, eppure poco trattato. Per farlo, ABC ha scelto una strada impervia, difficile, mai tentata prima: mostrare un gruppo di amici affiatati, alla costante ricerca della felicità personale e sentimentale. Ma non li vediamo al lavoro, mentre fanno volontariato o si curano le carie. No, li vediamo soprattutto intorno a un tavolo, sia esso di ristorante o di bar. Ricapitolando: combriccola di trentenni o poco più, amici da oltre un decennio, carichi di storie ed episodi in comune.
Se volete fare una pausa e bere un bicchier d’acqua, vi capisco. Il panorama televisivo non sarà più lo stesso.

Ok, la pianto con le cazzate. Però, davvero, Happy Endings lascia un po’ sconsolati. È l’ennesimo prodotto stampino di questi anni, che insiste su una strada divertente e facile, ma ormai scontata e pressoché insostenibile. Perché dovrei appassionarmi alla vicenda di Dave e Alex, ove Alex è la componente femminile che lascia l’altro sull’altare? Perché dovrei interessarmi di Penny, neotrentenne in cerca del principe azzurro, o di Jane e Brad, coppia che inizia a parlare di figli e pensa che il divertimento sia finito? E ancora: perché dovrei ridere delle disavventure di Max, il gay del gruppo, tanto per non farsi mancare nulla? Sinceramente non so che rispondere. Lo sconsolante cui si accennava prima è dovuto al fatto che Happy Endings non è un brutto prodotto, è semplicemente fuori tempo massimo. Nel pilot ci sono diversi momenti divertenti, ma la sensazione è quella di assistere all’ennesima replica.

L’apprezzamento o il rifiuto dipenderà da una sola domanda: avete voglia di vedere un ennesimo telefilm americano di questo tipo? Dopo aver visto Traffic Light, la mia risposta è stata no. In quel post scrissi a proposito del rischio di un neo-muccinismo, che qui si presenta in forme ancor più massicce. Per dire, c’è un profluvio di “dude” e di “what’s up”, manco fossimo in qualche programma di MTV di fine anni Novanta. Il tutto aggravato da una regia che, nel primo episodio, riesce a sbagliare tutto, dimostrando totale incapacità di ricreare quell’intimità che si suppone debba esistere tra i personaggi.

In sostanza: niente di inguardabile, niente di esaltante, niente di nuovo. Niente?

Previsioni sul futuro: andate a leggervi la pagina Wiki di How I Met Your Mother e a grandi linee troverete tutto quello che accadrà.

Perché seguirlo: perché l’impressione è quella di un prodotto discreto, che con il tempo potrebbe diventare buono. E poi perché Elisha Cuthbert è quello che è (cioè una ipergnocca, ndr a sorpresa di Diego Castelli, mentre il Villa non guardava).

Perché mollarlo: perché il genere ormai vi provoca l’orticaria.



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