11 Luglio 2011 8 commenti

Chicago Code si merita un necrologio come si deve di Diego Castelli

L’hanno cancellata, ma vale la pena di vederla fino alla fine

Purtroppo, anche i serialminder devono sottostare alle leggi della fisica. Per quanto ci piacerebbe poter vedere una robusta parte del fottìo di serie che escono ogni anno, dobbiamo convinvere col fatto che la giornata ha 24 ore, molte delle quali vanno occupate con attività noiose e poco produttive come dormire, mangiare, lavorare, studiare ecc ecc.

Nel mio caso, queste orride limitazioni hanno alcune specifiche conseguenze. La prima è questa: se inizio a seguire un telefilm nuovo di zecca, e questo dopo qualche settimana viene ufficialmente chiuso, lo mollo.
Certo, possono esserci eccezioni: se mi avessero chiuso Community alla prima stagione, non solo l’avrei vista fino alla fine, ma poi avrei preso un aereo, comprato dell’esplosivo che mi sarei legato al corpo, e avrei minacciato di farmi esplodere di fronte alla sede di NBC.
Il problema, però, è che spesso seguire una serie che è stata chiusa significa arrivare all’ultimo episodio, vedere un cliffhanger clamorosamente sospeso, ed essere poi costretti a tenersi mille dubbi da qui all’eternità, roba che l’ultimo desiderio sul letto di morte sarebbe “dannazione, qualcuno mi dia qualche dettaglio in più su quel maledetto flahforward!”

Ebbene, per evitare la frustrazione dell’addio forzato, stavo facendo la stessa cosa con The Chicago Code. Ve lo ricordate? Ne aveva parlato il Villa dopo il pilot, con toni giustamente entusiastici. E dire “toni entusiastici” parlando del Villa non è mica cosa di tutti i giorni. Uno che se vincesse il superenalotto direbbe “ah, interessante”. Ecco, The Chicaco Code era riuscito a smuoverlo in quanto degno erede della tradizione poliziesca di The Wire e The Shield: una storia scritta benissimo e girata ancora meglio, piena di punti di vista diversi, personaggi ben caratterizzati ma assai lontani dal piattume dello stereotipo, location vive e vibranti ben diverse dagli interni cupi e immobili di un Law & Order (col massimo rispetto).
La sfortuna di The Chicago Code va probabilmente ricercata nel network di appartenenza: se i suoi illustri predecessori potevano contare sull’accogliente e misericordioso abbraccio di due canali a pagamento (rispettivamente HBO e FX), qui eravamo su FOX, un canale generalista che non può fare troppi distinguo di fronte ad ascolti bassi. Se non funzioni in fretta (e che una serie come Chicago Code potesse non funzionare col pubblico generalista era almeno in parte prevedibile), finisci zampe all’aria.

Insomma, la notizia della cancellazione mi colpì fastidiosamente, e fece subito scattare i meccanismi di difesa: Chicaco Code ha una storia orizzontale molto forte (legata alle indagini contro il sordido Gibbons), quindi pensai di piantare lì prima di essere scottato da un finale aperto e destinato a rimanere tale. Tanto un po’ di episodi li avevo visti, potevo considerarmi comunque un conoscitore della materia (che è sempre importante quando ti bulli di essere un esperto di telefilm).
Signori miei, sarebbe stato un grosso errore. La mia fidanzata, santa donna, mi ha chiamato e mi ha detto, oltre a una serie di paroline dolci che non starò qui a ripetere: “guarda che io Chicago Code l’ho visto fino alla fine, non ha il finale aperto ed è pure bello di brutto!”. In realtà non credo abbia detto “bello di brutto”, ma nella mia testa è così, come quando Ted Mosby ammette di raccontarci le cose non come sono avvenute, ma come lui se le ricorda.

Di fronte a questa inaspettata notizia, ho fatto qualche ricerca. L’annuncio della cancellazione era stato dato il 10 maggio, con l’ultimo episodio previsto per il 23. Un po’ poco tempo per scrivere e girare una puntata conclusiva che fosse davvero “conclusiva”. Forse gli autori avevano già pensato di chiudere il cerchio, a prescindere da eventuali rinnovi. O forse a loro la notizia della cancellazione è arrivata prima che al grande pubblico.

Però insomma, poco importa. Ciò che conta è che The Chicago Code finisce in modo completo, tirando le fila di quasi tutte le storie che erano state via via accumulate nel corso delle settimane. Dalle trame criminali ordite da Gibbons ai misteri legati alla morte del fratello di Wysocki, passando per le difficoltà patite da Liam, il polizioto sotto copertura.
In questo senso, gli ultimi tre episodi sono davvero ottimi. A fronte di una storia verticale legata al singolo episodio (che c’è ancora, anche se ovviamente la storia orizzontale ha preso decisamente il sopravvento), vediamo una forte accelerazione delle indagini su Gibbons, perché Wysocki e la Colvin sanno di essere a un passo dall’incastrarlo, ma sanno anche che devono guardarsi dalle continue contromosse dell’”aldermanno” (ma cacchio, c’è un nome italiano per sta dannata carica? Possibile che sia davvero aldermanno come deciso dai sottotitolatori nostrani?).

Il primo, grosso risultato ottenuto dagli sceneggiatori è quello di aver messo davvero tanta carne al fuoco, riuscendo comunque a tenere le fila del discorso in modo coeso e, la cosa che più conta, interessante per lo spettatore. Questi ultimi tre episodi sono una cavalcata ininterrotta, in cui le azioni dei protagonisti, le risposte dei cattivi, e le notizie sorprendenti riguardanti il passato di Wysocki si armonizzano perfettamente in una sinfonia contemporaneamente complessa, comprensibile e appassionante.
Ma c’è un altro grande obiettivo, sviluppato per tutta la stagione ma raggiunto pienamente forse solo negli ultimi minuti. Quello di mostrarci una città in cui la divisione tra buoni e cattivi è apparsa quanto mai netta, ma che forse va riconsiderata e sfumata. E qui si spoilera, inaugurando un nuovo box fichissimo. (Cliccate su “show” se volete vedere il resto del post) [spoiler] Non è che Gibbons sia diventato un santo o che si sia scoperto che Wysocki nel tempo libero stupra pecore. Niente di così definitivo. Tuttavia, quando vediamo Gibbons dietro le sbarre, non sentiamo solo ed esclusivamente il trionfante sapore della vittoria. Gibbons è un bastardo, ed era pronto a tutto pur di raggiungere i suoi scopi. Allo stesso tempo, però, intendeva davvero usare il suo potere per aiutare Chicago, anche se era disposto a scendere a compromessi che un “buono” non potrebbe mai davvero accettare. Il suo volto dietro le sbarre è quello di un uomo di cui bramavamo la sconfitta, ma anche quello di un personaggio complesso, non facilmente incasellabile, che ci saluta con uno sguardo mesto e rassegnato, quasi gentile, non con la bava alla bocca di un mostro senza cuore.
Contemporamente, abbiamo visto come gli oscuri segreti della famiglia Wysocki abbiano sporcato quell’immagine di limpida correttezza che ci era stata dipinta davanti agli occhi fino a poche ore prima. Segno che la corruzione e gli intrighi di potere, due tra i temi più importanti della serie, dovevano per forza coinvolgere tutti, ma proprio tutti, per riuscire a mostrarci la reale complessità di un città come Chicago e, di riflesso, dell’intero sistema politico-economico del mondo occidentale. Una visione speranzosa (i buoni vincono) ma insieme realistica, in cui nessuno è veramente immune dal fango.
Nemmeno la nostra Teresa Colvin, che pure è riuscita a sconfiggere il suo grande nemico, è da considerarsi una vincitrice. Alla fine della serie la vediamo incapace di abbandonarsi all’amore, costretta  a cercare la facile storia di una notte come unico mezzo per trovare calore umano. Lasciarsi andare ai sentimenti la indebolirebbe, la renderebbe più umana in un mondo in cui essere umani significa essere corruttibili dal Male. Ottiene la vittoria, ma il suo sacrificio come donna deve continuare.

L’unico a salvarsi veramente è Liam. Perché è quello che ha mangiato più merda di tutti, per un sacco di anni, e finalmente può prendersi la sua ricompensa, tornando ad abbracciare una madre e un padre che lo credevano un morto di fame, senza sapere che in realtà era un poliziotto con quattro coglioni invece che due.  E siamo contenti, perché una vittoria piena e senza riserve, in fondo, ci serviva. [/spoiler]

L’anno prossimo non ci sarà più Chicago Code, ed è un peccato. Ma una prima stagione così completa ci dà la nettissima impressione di non aver sprecato il nostro tempo. Recuperatela, se non l’avete ancora fatto, non vi deluderà!



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