24 Ottobre 2011 4 commenti

Breaking Bad – Il finale della quarta stagione di Marco Villa

E adesso mancano solo 16 episodi

Breaking Bad. Uh. Passiamo oltre lo scontato elenco di superelogi? No? Va bene, del resto è la prima volta che ne scrivo, non mi va di non dire quanto questa serie sia stata importante negli ultimi anni. La forza del soggetto originario, la capacità di metterlo da parte e non toccarlo più a partire dalla seconda stagione, la conseguente trasformazione in una serie di tutt’altro stampo, la forza dei personaggi principali, la caratterizzazione dei comprimari, la potenza del casting e delle interpretazioni, singole e corali. Va bene? Serve altro?

Detto questo, la quarta stagione è stata in apparenza la più debole tra quelle viste finora. Tolte la prima puntata e le ultime quattro, quest’annata è stato uno stiracchiare all’esasperazione il rapporto sempre più scricchiolante tra Walter e Gus Fring, accompagnato da un altrettanto esasperante prendimi-mollami tra l’ex professore e Jesse Pinkman. Perché la più debole? Semplicemente perché, dall’uccisione di Victor nella prima puntata e fino alla trasferta messicana di Jesse, non è successo fondamentalmente nulla. Come detto, si è trattato di un lento processo di esasperazione di tutti i rapporti in atto. In una qualsiasi altra serie, queste lunghe puntate senza svolte eclatanti sarebbero state una noia totale. La forza di Breaking Bad – e da qui il motivo di quell’in apparenza buttato lì a inizio capoverso – è stata quella di saper comunque mantenere alta la tensione, pur concentrandosi su storyline non proprio accattivanti. Si pensi alla caduta all’inferno e alla risalita di Jesse, affascinante e molto forte da un punto di vista emozionale, ma di fatto riproposizione di percorsi personali simili già raccontati nelle scorse stagioni. Anche questa volta, però c’è stato l’elemento di diversità, impersonato da Mike, esponente di spicco della categoria “comprimari di culto” e non a caso unico sopravvissuto del clan di Fring a fine stagione.

Se quindi l’intera quarta stagione di Breaking Bad è meritevole, gli ultimi episodi appaiono comunque di un altro livello. La storia del passato di Gus Fring è un piccolo capolavoro, che dà ulteriore profondità a un personaggio di per sé enorme e che ha il grandissimo merito di recuperare anche Hector Salamanca, anima nera dell’intero telefilm. Gus Fring finora era sempre stato mostrato come un uomo in grado di controllare tutto, in primo luogo se stesso, e senza la minima remora a ricorrere alla violenza più estrema quando necessario. Non si erano però mai visti in lui sentimenti di sadismo, né di vendetta: ogni suo gesto sembrava finalizzato a ottimizzare la situazione corrente, senza spazio per le emozioni (si veda appunto lo sgozzamento del suo scagnozzo a inizio stagione). Il flashback sul suo passato messicano ha aperto scenari nuovi, che si sono completati con la trasferta nella tana del cartello, la vendetta a sangue freddissimo e il successivo accanimento psicologico nei confronti proprio di Hector Kamikaze Salamanca. Giusto, quindi, che la sua uscita di scena sia stata così spettacolare.

Il secondo elemento fondamentale degli ultimi episodi è la definitiva trasformazione di Walter White in un villain. Nell’arco di quattro stagioni, il suo personaggio è passato dall’essere una vittima forzata dagli eventi a non avere nulla in grado di spingere lo spettatore alla compartecipazione. Non è mai stato un buono di cuore, Walter: la sopravvivenza prima e la sicurezza personale dopo, sono sempre stati gli unici obiettivi della sua esistenza, al cui raggiungimento ha sacrificato tutto ciò che trovava sulla sua strada. La vittima più illustre era stata finora la ragazza di Jesse, lasciata soffocare nel vomito, ma quell’episodio di fatto sparisce di fronte all’aver mandato in fin di vita un ragazzino solo per manipolare Jesse. È l’azione che fa superare a Walter una linea da cui non si torna indietro. I quaranta secondi di movimento di macchina, a stringere sulla pianta velenosa, sono il definitivo sprofondamento di Walter nell’abisso. Attraverso una messa in scena di chiara marca hitchcockiana, il creatore Vince Gilligan – qui anche regista – firma una sorta di epitaffio del suo protagonista così come l’abbiamo conosciuto finora. Quell’empatia pubblico-personaggio, che a inizio stagione il Castelli definiva giustamente “fortissima”, è stata minata alle fondamenta. Walter White è un grandissimo figlio di puttana. Punto. E Breaking Bad è diventato un altro telefilm. Di nuovo.

Alla luce di questi fatti, la quinta e ultima stagione sarà probabilmente una esasperante resa dei conti tra i due soci: spariti tutti i nemici storici – con la sola eccezione del mercenario Mike – la partita si gioca ora tra Jesse e Walter. E tra i due, ormai, non c’è alcun dubbio su chi sia l’eroe positivo e chi abbia una coscienza sporchissima.



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