16 Gennaio 2012 1 commenti

House of Lies di Marco Villa

Pilot confusionario, ma serie che ha del potenziale

Copertina, Pilot

Lo sappiamo tutti, lo vediamo tutti. Protagonista assoluta di tutto quello che sta succedendo intorno a noi è la finanza. Roba brutta, roba cattiva, roba di cui si capisce poco, a meno di non spendere parecchio tempo ad approfondire. E qui già si fatica ad avere il tempo per seguire le serie, figurarsi per passatempi frivoli come l’attualità mondiale. Normale, ad ogni modo, che prima o poi la finanza arrivasse a riverberarsi anche nel mondo delle serie. Del resto, è già avvenuto per il cinema, con quel film bomba che è Margin Call (recuperatelo da soli, non verrà mai distribuito in Italia). Nel mondo dei telefilm, invece, la crisi finora era arrivata solo in modo laterale, con titoli come Hung o 2 Broke Girls, in cui i protagonisti dovevano affrontare le conseguenze degli sconquassi di questi anni. La notizia è che House of Lies inizia ad avvicinarsi ai grattacieli della finanza. Ma la notizia è anche che lo fa totalmente a cazzo.

House of Lies è la nuova serie di Showtime. Commedia cattiva e cinica, è stata creata da Matthew Carnahan, già padre di quella cosa non indimenticabile chiamata Dirt. Racconta le storie di un gruppo di quattro consulenti, che girano il mondo dell’alta finanza, elargendo consigli e strategie su come salvare/rimettere in piedi/dare una botta d’immagine a fondi d’investimento e robe del genere. Si chiamano management consultant e quello che fanno è ispirato a un libro scritto da un ex consulente. Capo del quartetto di House of Lies è Marty Kaan, interpretato da Don Cheadle. Personaggio pieno di sé e dalla scarsa simpatia, per il quale difficilmente si riuscirà a parteggiare. Diversa la questione per due dei suoi soci. Il primo è Clyde, interpretato da Ben Schwartz, meglio noto come quell’idolo di Jean Ralphio di Parks and Recreation. La seconda è Jeannie, ovvero Kristen Bell direttamente da Veronica Mars (nonché voce di Gossip Girl). Questi due personaggi fanno il loro e, soprattutto la donna, promettono molto bene per il futuro.

Nel pilot assistiamo alla missione dei quattro presso un fondo di New York, ma assistiamo soprattutto alla difficoltà del protagonista nella gestione della sua vita personale, tra una ex moglie con cui ha un rapporto tormentato, un figlio di dieci anni che definire di incerta identità sessuale è un eufemismo e una erotomania piuttosto prorompente. Il problema del primo episodio di House of Lies è che tutte queste componenti, pure interressanti, non sono equilibrate in modo armonico, ma sparate a caso senza nessuna progressione narrativa. È un po’ una scrittura con metodo Shanghai, dove per metodo Shanghai non si intende la ricca tradizione letteraria orientale, ma i bastoncini del gioco, tutti incastrati insieme al punto che, toccandone uno, non sai cosa potresti far muovere. Qui è uguale.

Una confusione totale, resa ancora più evidente dalla scelta di far rompere la quarta parete al protagonista, che ripetutamente mette in freeze le scene e si rivolge direttamente allo spettatore, commentando quello che accade, imbastendo spiegoni al volo oppure semplicemente ammiccando. Again, dare questo potere a un personaggio quasi sgradevole può essere il più grande boomerang dopo il big bang. Ultimo punto a sfavore: si è detto che si parla di finanza, ma l’argomento viene buttato in vacca. Nel primo episodio tutta la faccenda viene liquidata in modo ironico, ma senza essere in grado di trasformare il dileggio di un mondo lavorativo in vera parodia e satira.

Non tutto però è da buttare. Quella stessa confusione è segno anche di vitalità, di una serie che certo non si fa problemi a toccare tanti punti in una mezz’ora, giocandosi così fin da subito la carta di una grande ambizione. Altro più in pagella è lo stile veloce e senza censure dei dialoghi, insieme a un’idea generale di cattiveria e spregiudicatezza che, lasciata crescere, può dare grandi soddisfazioni. Il pilot di House of Lies è tutto tranne che perfetto o entusiasmante. Le potenzialità per qualcosa di diverso e nuovo, però, ci sono. Si viaggia sempre sul filo del parossismo: se gli autori riuscissero sempre a fermarsi un attimo prima di trasformare il telefilm in qualcosa di artefatto e fine a se stesso, le cose potrebbero anche funzionare.

Perché seguirlo: per i personaggi di Jean Ralphio e Veronica Mars e per la cattiveria strisciante, che può esplodere in qualsiasi momento

Perché mollarlo: perché la scrittura non pare essere irresistibile e perché il protagonista è piuttosto insopportabile



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