8 Febbraio 2012 9 commenti

Smash – Marilyn e Broadway per una serie kolossal di Marco Villa

Una serie pensata per vincere tutto. Ce la farà?


Smash
è il prodotto killer. È quello fatto in laboratorio seguendo ogni aspetto con maniacale precisione. Smash ha dentro tutto quello che ha avuto successo e ha dettato la linea negli ultimi anni. Ma proprio tutto.

Smash è un dietro le quinte ambientato a Broadway, nella produzione di un musical su Marilyn Monroe. La prima puntata è andata in onda il 6 febbraio su NBC e si tratta di un prodotto fortemente voluto dal nuovo capo della rete, Robert Greenblatt, che l’ha portato con sé da Showtime, dove lavorava e dove la serie era stata concepita.

La premessa è d’obbligo: i musical mi fanno schifo, ma proprio tanto. Non ho mai retto nemmeno le canzoni nei film della Disney quando ero un settenne, figuriamoci adesso. Allo stesso modo, trovo Glee gradevole e di compagnia come un colpo di frusta in automobile. Eppure Smash mi è piaciuto. Non è la serie dell’anno, non è un capolavoro di scrittura e di realizzazione. Però, signori, è il prodotto perfetto e a riguardo non ci sono cazzi.

Partiamo da Glee. Per quanto lo consideri piacevole come lo stridio contemporaneo di gesso e unghie su una lavagna particolarmente sensibile allo stridio di gesso e unghie, Glee è uno dei casi degli ultimi anni. Ha fatto il botto, è diventato fenomeno di costume, ha sancito l’ingresso del numero ballato e delle canzoncine nelle serie televisive. In Smash, ovviamente, ci sono i balletti: si sta preparando un musical e qua e là si vedono momenti in cui le canzoni vengono scritte, provate, riprovate e altri momenti di casting. Ecco, i casting.

Altro grande botto televisivo degli ultimi anni: i talent show. Che siate fanatici o meno, tutti avete assistito almeno a una puntata di un talent, in cui una giuria ascolta un’esibizione e la giudica. Nel primo episodio di Smash, viene buttato dentro anche il topos dell’audizione e del giudizio, unito al fatto che – come ovvio – il casting prevede la scelta di una sola protagonista e l’eliminazione delle altre, con struggimenti interiori che rimandano, di nuovo, al fattore talent/reality.

Infine, l’altro polo: il glamour degli anni ’50, happy birthday mr. president, il neo, le parrucche bionde, Joe Di Maggio e tutto il resto. Marilyn fa scena, gli anni ’50 fanno scena e raccontati così, di striscio, non si portano nemmeno dietro il rischio polpettone o il rischio “rallentiamo tutto così facciamo come Mad Men“, probabilmente l’elemento che ha ucciso The Playboy Club qualche mese fa.

Questi fattori vengono mischiati in modo praticamente impeccabile in Smash: ci sono tutti, ma nessuno è preponderante sugli altri, perché c’è anche una vena comedy retta bene da Debra Messing, che ritira in piedi i suoi siparietti con un amico gayssimo in stile Will & Grace, una vena più cattiva che vede protagonista Anjelica Houston, in una sorta di versione producer di Broadway dell’Anne Wintour di Meryl Streep. Ancora: la sfida per il ruolo da protagonista vede contrapposte due ragazze che più diverse non si potrebbe, ma che non vengono presentate come il bene vs. il male. Anzi, quella che è un po’ più protagonista dell’altra (Katharine McPhee, che guarda caso arriva da American Idol) non viene neppure sostenuta da Debra Messing + socio, ovvero dai personaggi cui lo spettatore è più vicino. Non vado oltre per non spoilerare, ma la cosa da sottolineare è che, anche da questo punto di vista, non è stata scelta la strada più banale.

Poi, certo, si possono già intuire gli sviluppi futuri e dove si andrà a parare, ma ci sta: Smash non è la serie pensata per cambiare il mondo della televisione. È la serie con i lustrini, quella che deve vincere e convincere con la forza del kolossal. Le caratteristiche per farlo ci sono. Vedremo se resterà solo un esperimento di sintesi in laboratorio (di successo o meno) o riuscirà a diventare anche qualcosa di importante, al di là di tutto. Per ora, la prima puntata ha portato a casa buoni ascolti.


Perché seguirlo:
perché è ambizioso e punta a essere il prodotto perfetto, sintesi di tutto ciò che ha avuto successo negli ultimi anni. L’obiettivo è diventare lo stato dell’arte dell’entertainment televisivo.

Perché mollarlo: perché, appunto, guarda indietro a ciò che già ha avuto successo. Difficilmente avrà dei colpi di genio innovativi.

 



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