29 Giugno 2012 14 commenti

Bunheads di Marco Villa

No, le ballerine di provincia no

Dovete sapere che in queste settimane il povero Castelli si sta sobbarcando buona parte del lavoraccio che sta dietro questo bel Serial Minds. Questioni di lavoro e di vita sociale, fatto sta che sono indietrissimo su tante cose e ho lasciato il socio da solo a tirare avanti la baracca. Ovvio che un po’ di senso di colpa sia maturato, così quando l’uomo mi dice “Bunheads fallo tu, è di Amy Sherman Palladino, quella di Gilmore Girls aka Una mamma per amica, io non l’ho mai visto”, la mia risposta è stata un sì istantaneo. Senso di colpa, dicevo. Non che io abbia mai seguito con grande trasporto Gilmore Girls, ma un bel po’ di puntate pre-cena su Italia 1, su quella cosa che si chiamava televisione generalista, le ho viste. Ecco, il senso di colpa è svanito all’istante quando ho scoperto che Bunheads parla di aspiranti ballerine. Potete osservare da questa animazione come il senso di colpa crolli in concomitanza con la pronuncia di un’invocazione divina in cui mancano aggettivi positivi e rassicuranti. Ad ogni modo, il risultato finale è stato un messaggio notturno in cui avvisavo il Castelli che stavo per andare a buttarmi un attimo dalla finestra, ma sarei tornato subito.

Bunheads quindi è così brutto? No, non esageriamo. Però è parecchio insulso, diciamocelo. Racconta la storia di Michelle, ballerina di second’ordine di Las Vegas, che, compreso di non avere futuro in quel campo, decide di sposare un uomo più grande di lei, pur non essendone innamorata, e di fare la mantenuta. Per farlo, però, deve trasferirsi nel minuscolo paesino dove lui vive con una madre asfissiante, a sua volta ex ballerina e ora insegnante di danza. Personalmente ho fatto meno fatica ad accettare l’esistenza dei draghi in Game of Thrones che a considerare minimamente logica questa trama.

Bunheads è una dramedy, quella brutta cosa che va a definire le serie né carne, né pesce. Ha andamento e clima da comedy, ma durata e aspirazioni da drama. Punto focale sono i dialoghi, già fiore all’occhiello di Gilmore Girls. Si tratta di scambi rapidi e incisivi, che danno un senso di velocità e dinamismo e che spesso colpiscono per una buona scrittura. Peccato che siano tante piccole cattedraline nel deserto, dove per deserto si intende quello scempio di trama accennato prima e passaggi del tipo:

Lei: non ti amo
Lui: lo so, ma bla bla bla bla (discorso filo new-age impestato di buoni sentimenti e immagini da copertina Harmony).
Lei: oh, è bellissimo quello che hai detto
Lui: no, tu sei bellissima
Lei: ok, scopiamo

Ci tengo a ribadire la cosa dei draghi detta sopra. Nella prima puntata vengono buttati dentro tutti i possibili stereotipi immaginabili. La suocera burbera e acida, ma in fondo dal buon cuore. Le ragazzine future ballerine divise tra arroganza e insicurezza (chissà chi l’avrà vinta tra l’arrogante e l’insicura eh). I personaggi freak di paese. Nonostante questa messe di cazzate, Bunheads non è da buttare in toto. Il ritmo c’è, il tono anche. E un colpo di scena piuttosto potente a fine pilot potrebbe anche tirarvi dentro. Se vi accontentate, accomodatevi. Il Castelli oggi l’ha definito, in un impeto di eterosessualità, “squisito”, “carinissimo” e “frizzante”. Io, ripensandoci, torno a buttarmi dalla finestra. Poi fate voi eh.

Perché seguirlo: perché siete orfani di Gilmore Girls 

Perché mollarlo: perché la regola è sempre quella, ovvero “dire no all’inutile”



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