5 Giugno 2012 6 commenti

Game of Thrones – Il finale della seconda stagione di Marco Villa

Khaleesi!

Copertina, Olimpo, On Air

Se dovessi fare una statistica, la frase che ho sentito di più nel 2012 – dopo “l’ultimo del Teatro degli Orrori è una palla mostruosa” – è: “il fantasy io proprio no, però Game of Thrones…”. Ok, sulla mia statistica può forse influire che questa sia la frase che personalmente ho detto di più dopo “l’ultimo del Teatro degli Orrori è una palla mostruosa”, ma del resto mica avevo garantito che il campione statistico sarebbe stato rappresentativo.

Al di là di queste facezie, il dato di fondo che vedo e sento in giro, nella mia raffinata cerchia di conoscenze, è che Game of Thrones ha fatto qualcosa di importante. Per usare una terminologia anni ’90, ha creato una community fatta di adepti gasati, appassionati e in larga parte sorpresi di essere gasati e appassionati per una serie di questo tipo. Di serie di culto non si può certo parlare, visto che è prodotto da un colosso e ha un hype che ciao. Di fenomeno vero, però, sì. Ed ecco che calo giù il mio carico dicendo la non certa originalissima frase: Game of Thrones è il nuovo Lost, dando per scontato che la serie dell’isola verrà ricordata negli annali non già per il genere e la modalità di racconto, ma per tutto quello che ha saputo creare intorno a sé.

E questo fenomeno si è alimentato pesantemente negli ultimi mesi, prima con trailer e teaser di ogni tipo, passando per foto promozionali che avevano una diffusione imbarazzante sui social network. E finendo ovviamente con la messa in onda vera e propria, che ha provocato reazioni tra l’isterico e il bimbominkia. Tutto questo di fronte a una stagione, a conti fatti, come diceva ieri il mio socio, «ottimamente scritta e recitata, ma forse un po’ povera di eventi eclatanti (almeno rispetto all’anno scorso)». Perché se è vero che di momenti intensi ce ne sono stati in ogni episodio e alcuni personaggi hanno avuto una crescita esponenziale, è anche vero che i grandi sconvolgimenti ci sono stati nella seconda metà della stagione, lasciando la prima parte a fare da antipasto. Solleticante, ma antipasto.

Ma non ho certo intenzione di mettermi a fare le pulci, perché la sensazione a fine stagione è quella di una soddisfazione totale e piena. Sarebbero bastate le ultime due puntate, con la penultima una spanna sopra quasi tutto quello che si è visto in TV negli ultimi anni. Non sto a dilungarmi sulla battaglia di King’s Landing o sulla pubertà raggiunta dai draghi. Ci tengo, invece, a sottolineare la grandezza di due personaggi che nella prima stagione erano sullo sfondo. Uno è Arya, e la sensazione è che sia ancora ben al di sotto delle proprie potenzialità. L’altro è Theon Greyjoy, di gran lunga il migliore di tutta la stagione. Il personaggio tragico per eccellenza, quello che – se gli va bene – muore prendendosi la freccia destinata al fratellastro e che – se gli va male – diventa il reietto della situazione. Sappiamo come è andata. Ah, ovviamente Daenerys è fuori da ogni scala e Tyrion Lannister era già idolo dopo cinque secondi della sua prima inquadratura.

E comunque: al termine della prima stagione, alla nascita dei draghi, mi contorcevo dalla sofferenza nel vedere una roba del genere (draghi? Maddai!). Mezz’ora fa, quando i draghetti hanno iniziato a fare il loro dovere, esultavo come un cretino sul divano. Mi hanno davvero preso tutto. Anche il no a priori al fantasy. Perché io il fantasy proprio no, ma Game of Thrones



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