29 Agosto 2012 9 commenti

The Newsroom – Finale di stagione di Diego Castelli

Aaron Sorkin for president

Copertina, On Air

Che bello The Newsroom.
Meglio capirci subito, visto che è la prima volta che scrivo un post specifico sulla nuova serie di Aaron Sorkin. Non che la difesa del mio socio e le ripetute citazioni nei serial moments avessero lasciato dubbi sul nostro apprezzamento, ma era giusto per mettere le cose in chiaro.

Fin dal pilot avevamo elencato i motivi del nostro amore indiscusso: una scrittura fresca e veloce, la perfetta costruzione in crescendo degli episodi, l’equilibrio delle diverse componenti tematiche, il fascino del mondo giornalistico americano, in generale lo stile Sorkin, riconoscibile in ogni singola scena.
Qualche giorno fa, il Villa mi ha girato un articolo interessante, scritto da Guia Soncini per D, la costola iper-femminile di Repubblica (lo trovate qui). Soncini sottolinea fin dal titolo la necessità di capire – cosa che molti critici americani non hanno fatto/voluto fare – che The Newsroom non è un documentario. E’ invece una rappresentazione romanzata di una realtà che, nelle sue dinamiche quotidiane, è assai diversa da quella vista su HBO. E non dovrebbe volerci un genio per arrivare a questa semplice constatazione, che però non ha impedito alla stampa a stelle e strice di stroncare la serie come se vomitasse chissà quale menzogna inenarrabile. Come se tutti i medici fossero come House o tutte le casalinghe come Bree Van de Camp.
Ma ci torneremo, perché in realtà Soncini vuole sottolineare soprattutto il romanticismo dello show, collegandolo anche alla storia personale di Sorkin. Questo fuoco sull’Amore è quanto mai necessario, specie dopo l’ultimo episodio. Ai cuoricini svolazzanti – reali, possibili, presunti – tra Will&Mckenzie e Jim&Maggie sono stati dati ampio spazio e passi di sceneggiatura da spellarsi le mani.
La scena in cui Maggie inveisce contro Sex & The City e la sua ben poco realistica rappresentazione delle single newyorkesi, salvo poi ritrovarsi in una pura commedia romantica quando Jim spunta dal pullman, è semplicemente da oscar per ritmo, divertimento ed emozione. E tutta la questione legata al messaggio cancellato di Will, il cui contenuto è misterioso solo fino a un certo punto, è un’ulteriore conferma dell’importanza che Sorkin riserva ai rapporti tra uomo e donna, costantemente stuzzicati e rinviati per creare nello spettatore quel misto di invincibile attaccamento e irritante fastidio.

Detto tutto questo, e tralasciando la ridicola polemica sul presunto maschilismo della serie – concetto che presupporrebbe donne incapaci guidate da uomini senza macchia, mentre qui i maschi sono goffi, complessati, e spesso palesemente inadeguati – non vorrei che “scoprire” la componente amorosa di un telefilm che parla di giornalismo finisse col far passare in secondo piano il vero tema dello show.
The Newsroom parla di una redazione giornalistica, che dopo anni di quieto pressapochismo decide, sotto la spinta del suo conduttore e della sua produttrice, di voltare pagina e mettersi a fare giornalismo vero, con tutti i problemi (politici, di ascolti ecc) che una scelta come questa può comportare.
E’ irrealistico? Ovviamente.
E’ interessante, stimolante, entusiasmante? Per dio, certo!
L’idealismo dei protagonisti di The Newsroom, oltre che semplice ma efficacissimo strumento per appassionare lo spettatore, diventa un pugno nello stomaco in una contemporaneità in cui questo tipo di giornalismo – per il quale gli Stati Uniti hanno sempre dimostrato, almeno su carta, un rispetto che sfiora la venerazione – è diventato una rara eccezione.
In questo senso, The Newsroom non è bella “nonostante” sia poco realistica. E’ bella “in quanto” poco realistica.

Per la verità, moltissime serie lavorano e hanno lavorato su questo principio, facendoci desiderare la passione dei medici di ER o lo zelo e la bravura di certi serial-avvocati. Stessa cosa per il cinema, che da sempre dipinge reporter sottopagati mossi solo dal sacro fuoco della Verità, a dispetto di pericoli e minacce.
Eppure, Sorkin è arrivato col “suo” giornalismo in un momento evidentemente delicato, a pochi mesi dalle elezioni americane, in un periodo storico in cui si percepisce con maggior forza il pericoloso miscuglio tra fatti e opinioni, tra desiderio di informare e volontà di influenzare.
Ecco che allora il suo idealismo, farcito di quella retorica tipicamente yankee che molti hanno frettolosamente rifiutato, non è un inno alla superiorità americana, non è il machismo che accompagnava Stallone e Schwarzenegger negli anni Ottanta, quando si spargeva nel mondo il falso mito di un Paese sempre buono e infallibile. E’ il contrario, è un grido d’aiuto. E’ la consapevolezza che l’ideale è per sua natura irrangiungibile, unita però alla denuncia del fatto che almeno bisognerebbe provare a raggiungerlo. Si spiegano così buona parte delle critiche piovute da oltreoceano: un giornalista americano che parli bene di The Newsroom è prima di tutto un giornalista che ammette le proprie mancanze. E’ come se io andassi da uno a dirgli “oh ma lo sai che fai davvero male il tuo lavoro, e magari ti dovresti pure vergognare”, e pretendessi poi di stargli simpatico.

In questo senso, per noi italiani The Newsroom ha ancora più valore, perché dall’esterno, senza il tifo personale per questa o quella parte politica, possiamo coglierne meglio certe sfumature, certi dettagli, senza essere accecati dalle nostre convinzioni politiche e senza incazzarci in automatico per una partigianeria abbastanza evidente (il fatto che Sorkin, democratico di ferro, usi un personaggio repubblicano per dare contro ai repubblicani è una mossa tanto geniale quanto sporca). Immaginate, per ipotesi di scuola, una versione italiana della serie, con la stessa identica forza e rigore. A parte che non sarebbe possibile, perché qui siamo cinici e maneggioni e ce ne vantiamo pure (chissà perché), ma se anche ci fosse, difficilmente potremmo apprezzarla appieno, perché saremmo inevitabilmente influenzati (chi più, chi meno) dall’appartenere a questa o quella parte, e finiremmo col calare la serie nel nostro amato calderone di urla e schiamazzi, da cui escono tutti malconci ma nessuno sconfitto.

Grazie al cielo possiamo evitarlo, appassionandoci alla missione di Will e soci, plaudendo a quel “you do” finale col quale il protagonista riconosce il valore di una ragazza giovane e in gran parte ingenua, ma che ancora crede che si possa fare qualcosa di buono. E’ qualcosa che in Italia ci appartiene poco, e che in America stanno dimenticando. Ma è proprio qui il valore di un racconto del genere, in cui i protagonisti continuano a paragonarsi a Don Chisciotte: un uomo un po’ matto che combatteva battaglie inutili e spesso perdenti, ma che in qualche modo valeva comunque la pena di combattere.
Che bello The Newsroom.

PS
Non ho fatto alcun paragone con altre serie di Sorkin, West Wing in primis. Non perché sia impossibile, e tanto meno perché non sia argomento degno di attenzione (e magari lo faremo). Ma nell’estate 2012, alla fine di una delle novità migliori della stagione, non volevo che un paragone magari interessante ma necessariamente molto meccanico e puntiglioso potesse sminuire il valore di un’opera che è uno spettacolo puro, qui e oggi.
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