21 Settembre 2012 3 commenti

Glee 4 – E la Ventura dov’è? di Diego Castelli

La serie musical cambia pelle

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Parliamo di Glee. E voi giustamente direte “ma come, le ultime 2-3 volte ne hai parlato male e ancora te lo vedi?”
Quanta saggezza nelle vostre giovani menti. Il problema è sempre lo stesso: la nostalgia, l’affetto verso qualcuno che ti ha tradito, ma che all’inizio ti faceva stare così bene. Dinamiche da teen drama, insomma.

Ma stavolta c’è anche qualcos’altro. Se la premiere di Glee fosse stata semplicemente un nuovo capitolo della brutta involuzione patita dallo show, non ne avrei scritto.
Il fatto è che la 4×01 non è stata una brutta puntata. Solo che, oggi più che mai, non è Glee.

Mi spiego meglio. Si attendeva con una certa curiosità questo specifico episodio perché doveva rappresentare l’anno del cambiamento, anche e soprattutto dal punto di vista del casting. Tanti personaggi non ci sono più, o comunque saranno a mezzo servizio (Quinn, Puck, Finn, Mercedes ecc) perché finito il liceo hanno preso strade diverse. Allo stesso tempo, nuova gente doveva arrivare a rinforzare le file del club. E infine, in una sorta di spin-off interno, bisognava seguire le vicende di Rachel a New York, una storia parallela dedicata alla carriera della star-fino-a-ieri.

Ebbene, tutto questo rinnovamento è gestito sorprendentemente bene. E con sorprendentemente non intendo “ammazza che bello”, intendo “se Dio vuole c’è dignità”. Le assenze pesantissime in realtà quasi non si sentono, ti devi concentrare per ricordartele, in una trama che scorre via rapida punteggiata da canzoni orecchiabili e da voci (semi)nuove che sanno il fatto loro: penso a Wade “Unique” Adams che già avevamo conosciuto l’anno scorso, e a Marley Rose, eletta senza riserve a nuova star della serie (per lo meno nella sua parte liceale).
Allo stesso tempo, l’avventura di Rachel nella Grande Mela è raccontata con tempi e modi giusti, da classico film sulla danza e sul canto, tra i patemi da esame, la nostalgia di casa, la puntigliosità di Whoopi Goldberg e la voglia di affermarsi. Il tutto impreziosito dall’arrivo di Kate Hudson, che interpreta l’insegnante di ballo e si inserisce nello show con corpo atletico e talento imprevedibile.

Insomma, un episodio che si lascia guardare e ascoltare, capace di affrontare con inaspettata leggerezza le molte sfide poste dai diplomi ritirati e dai tornei vinti.
L’unica, vera, grande questione è quella che accennavamo all’inizio: pur piacevole, tutto questa roba non è Glee.

Devo averlo già detto mille volte, ma lo ripeto: l’importanza di Glee non è stata (o non è stata solo) quella di portare stabilmente il musical nella serialità televisiva popolare. L’elemento fondamentale era farlo con autoironia e intelligenza, adattando il formato a un mezzo e un periodo storico che aveva bisogno di risposte e stimoli diversi. Io adoravo Glee perché mi faceva ridere, perché Sue Sylvester sparava cattiverie a raffica, perché la prima stagione costruiva il mito della prova finale, lasciando poi la responsabilità del giudizio in mano a un gruppo di dementi totali. Adoravo Glee perché era sorprendente, perché diceva e faceva cose diverse da quelle che ti saresti aspettato da uno show musicale ambientato in un liceo.

Questa quarta stagione, invece, più che “non riuscire”, nemmeno ci prova. Lo si vede nella storia di Rachel, in cui lo spazio per l’ironia e l’invenzione è pari a zero, al netto di uno sviluppo che comunque avvince. E lo si vede ancora di più in Marley: se una volta la star di Glee era una tizia con una voce clamorosa, ma anche sfigata, irritante e non esattamente attraente, ora il simbolo della nuova generazione è una ragazza non solo brava, ma anche bellissima, simpatica, e con una madre obesa e sacrificata che permette alla figlia di rimanere coi piedi per terra senza diventare un’oca stronza. Rachel l’avresti sentita cantare per ore, ma l’avresti presa a calci appena finito. Marley invece te la sposeresti così, senza pensarci due volte.
E si potrebbe andare avanti, con il poco brio di certi dialoghi teoricamente “comici”, con lo scarso peso lasciato a Sue, con certe dinamiche buoniste che il vecchio Glee avrebbe stemperato con molta più foga attraverso le scemenze di Brittany o la checcheria di Kurt, qui ridotto a cameriere nostalgico che forse domani riuscirà a sfondare.

Insomma, complici le selezioni dei nuovi membri, è sembrato di vedere una puntata di X-Factor, ma senza Elio e con troppa Simona Ventura. Carino X-Factor eh, va bene, ma mi ero sintonizzato per vedere un’altra cosa.
Non è detto che questo sia realmente il nuovo corso. Il secondo episodio (già andato in onda mentre leggete questo post) è un nuovo tributo a Britney Spears, in cui spero di vedere più invenzioni e più ironia. Perché io sono uno di quelli che in Glee preme l’avanti veloce durante le canzoni, e qui finisce che vedo cinque minuti a settimana…



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