28 Settembre 2012

Vegas – Epopea vintage o vecchio crime? di Diego Castelli

Pregi e difetti di una serie ambiziosa

Era uno dei debutti più attesi dell’autunno: uno show ambizioso, con un grande cast e la firma, tra gli altri, di Nicholas Pileggi, sceneggiatore di quel gioiello italo-crime che è Quei Bravi Ragazzi.
Parliamo di Vegas, la serie in costume ambientata nella Las Vegas dei primi anni Sessanta, dove tra un casinò e un allevamento di bestiame si intrecciano le storie di Ralph Lamb (Dennis Quaid) – veterano di guerra, allevatore e, a partire dal pilot, sceriffo della città – e Vincent Savino (Michael Chiklis), criminale di alto rango, uno che non si fa problemi a sterminarti la famiglia compresi i cugini di terzo grado, ma che il 90% del tempo lo passa col vestito elegante a sorseggiare cocktail mentre fa soldi e stringe la mano a politici e dignitari d’ogni sorta.

Sulla base del concept era lecito aspettarsi una sorta di Boardwalk Empire generalista, un telefilm che recuperasse un passato particolarmente affascinante per ambientarci una bella trama fatta di intrigo, violenza e criminalità, ma limitando le complicazioni allo stretto necessario, così da interessare un pubblico più vasto degli esigentissimi e preparatissimi spettatori di HBO.



Ebbene, l’intento è stato perseguito con fin troppa perizia, tanto che qualcosa è sfuggito di mano.

Ma vi lascio in sospeso con questo splendido cliffhanger per dirvi cosa che funziona di più: è l’atmosfera, la capacità di ricreare un particolare periodo storico dandoci l’impressione di essere davvero lì. In questo senso è stato svolto un ottimo lavoro sulle scenografie, sui costumi e su tutti gli oggetti di scena. Ci hanno speso dei bei soldi, nel pilot di Vegas, e si vedono tutti, con inquadrature larghe piene di macchine d’epoca, scorci suggestivi della città del peccato, costumi ricercati per caratterizzare al meglio i personaggi e inserirli appieno nel contesto temporale (e lavorativo) in cui si muovono. Niente a che vedere, se volete il mio parere, con quella specie di basso artigianato che è Last Resort, che sembra girato nel giardino di casa mia dentro scatole di cartone dipinte di grigio. Qualche pecca arriva dagli effetti speciali, globalmente positivi ma in certi casi troppo evidenti, così che in alcune inquadrature Dennis Quaid, piuttosto che un crudo sceriffo dei Sixties, sembra un meteorologo del TG5.
Stesa cura nella scelta del cast, che conta nomi di primordine: accanto a Quaid e Chicklis troviamo anche l’ex Trinity Carrie-Anne Moss, che sta lì a fare la diva coi vestitini attillati, e altri volti che abbiamo visto in tante produzioni più o meno recenti (su tutti Jason O’Mara, protagonista del defunto Terra Nova).

Passata l’ammirazione per la bellezza delle immagini, la vera questione riguarda l’approccio scelto per raccontare la vicenda. Perché la volontà di rimanere accessibili a un pubblico generalista ha fatto sì che Vegas si trasformasse, più che in un drama denso ma comprensibile, in un tradizionale crime con caso di puntata. A giudicare dal pilot, la serie sembra destinata a svilupparsi su un binario che CBS conosce fin troppo bene (è la casa di CSI, di NCIS, di Criminal Minds), ma che sembra un po’ poco per un’ambientazione del genere.
Ora, è evidente che l’importanza della trama orizzontale crescerà nel corso della stagione, intrecciando sempre di più le vicende dei due protagonisti e facendoli scontrare in epici duelli da western (che l’anima sia anche western è evidente, tra deserti, cappelli da cowboy, allevamenti di bestiame e criminali in smoking). Ma vedere un pilot così ambizioso destreggiarsi nella semplice investigazione di un caso di omicidio fa pensare “e vabbe’, tutto qui?”
Per di più il caso di puntata non brilla per originalità, né nelle premesse né nello sviluppo, come se davvero fossimo di fronte a un normalissimo crime, con la sola differenza di essere ambientato 50 anni fa.

Diciamo che la mia perplessità (delusione?) non nasce da ciò che Vegas effettivamente è – un normale crime con buoni interpreti e una bellissima atmosfera – bensì da quello che “potrebbe essere”, cioè un racconto di grande respiro ed epica. Un racconto che magari, pur essendo così affascinante, potrebbe farsi seguire senza bisogno di prendere appunti, come mi succede(va) con Boardwalk Empire, o senza dover bere un litro di caffè prima della lunga visione (vedi il bellissimo-ma-non-certo-leggero Mad Men).
Evidentemente le potenzialità sono enormi, e non è nemmeno detto che le mie preoccupazioni siano fondate. Magari dal secondo episodio parte un orrizzontale con sotto due palle così, e dovrò scrivere subito un post di rettifica. Al momento, però, Vegas sembra Balotelli: troppe potenzialità per cavarsela con un rendimento fastidiosamente “normale”.

Vedremo. Intanto possiamo dire che la serie ha esordito con un buon risultato d’ascolto, strapazzando Parenthood e Private Practice, e interessando soprattutto un pubblico più adulto (ulteriore segnale della sua più o meno deprecabile “tradizionalità”).

Perché seguirla: grande atmosfera, interpreti di spessore, possibilità per un ottimo sviluppo della storia orizzontale.
Perché mollarla: Ambientazione a parte, il pilot è fin troppo ordinario, senza veri guizzi di sceneggiatura, troppo sdraiato sulla normale struttura del crime. Ma allora tanto valeva ambientarlo nella Brusuglio degli anni Ottanta.
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