20 Febbraio 2013 6 commenti

Les Revenants – Gli zombie che vengono dalla Francia di Chiara Grizzaffi

Bombetta dei cugini francesi

Avvertenze: questo post recensisce la prima stagione di una serie tv francese. Se ne sconsiglia la lettura a chiunque abbia già perso familiari, amici e una blanda parvenza di vita sociale per stare dietro alle uscite settimanali delle serie tv che segue. Perché in tempi in cui alle serie tv ammerigane si sommano quelle inglesi, o quelle scandinave, se ne aggiungi una francese è un attimo che ti ritrovi tumulato sotto un plaid fingendo di avere l’influenza per poterti drogare di episodi come se non ci fosse un domani.  E Les Revenants, vi avviso subito, è una di quelle serie che divorerete perché è la giusta miscela di elementi già noti, ma che piacciono sempre, con soluzioni narrative meno familiari.

Partiamo da queste ultime: in una cittadina francese ai piedi di una diga, delle persone, morte da svariati anni, ritornano nelle loro case come se niente fosse. Non ricordano di essere morti, non hanno idea del tempo che è trascorso, e si aspettano di ritrovare tutto come lo avevano lasciato. Questa è l’idea forte alla base di Les revenants (liberamente ispirata, in effetti, a un film omonimo di qualche anno fa, ma declinata comunque in modo originale): morti che ritornano non in forma di fantasmi, o zombie, ma con un’apparenza del tutto umana. Con una conseguenza non da poco: amici e familiari si ritrovano ad affrontare le ricadute psicologiche di una resurrezione che non sanno spiegare, mentre i morti vorrebbero riavere indietro le loro vite così come le ricordavano, ma il trascorrere del tempo ha cambiato radicalmente le cose. È così per Camille, morta a 15 anni: quando ritorna sono passati 4 anni dalla sua scomparsa, e ritrova la sorella gemella, Lena, che ha ormai 19 anni. Per lei l’effetto è più o meno quello di vedersi nel futuro. Se si aggiunge che la sorella viva è la tipica adolescente problematica, e in più è anche discretamente gnocca, è facile intuire le possibili tensioni fra le due. Ma quanto a personaggi inquietanti, o fortemente drammatici, Les revenants non si fa mancare niente: c’è la sposa che perde l’amore della sua vita il giorno del matrimonio, il classico bambino creepy, una sorta di predicatore esaltato che ha molto da nascondere, la medium del villaggio e perfino un serial killer.



 

Basterebbero le storyline inerenti il passato dei morti o il loro rapporto con i viventi ad alimentare la serie, ma a queste trame si aggiunge il mistero che circonda la cittadina. Che sembra un incrocio fra Twin Peaks e una location scandinava: come Twin Peaks ha dei luoghi chiave, come il pub, la centrale di polizia o il centro di accoglienza, perfino un diner all’americana, e i suoi abitanti hanno tutti molto da nascondere. Di scandinavo ci sono le atmosfere: la città è sempre avvolta dalla nebbia, grigia, fredda e poco luminosa, e l’acqua è un elemento chiave. E infatti, al casino provocato da questi morti che ritornano si va ad aggiungere il mistero legato alla diga, già teatro di una tragedia in passato: il livello dell’acqua continua a scendere senza una ragione apparente. Tanta carne al fuoco, insomma, in una confezione che si può definire impeccabile: lo stile è curatissimo a partire dalla sigla, che presenta personaggi e luoghi isolando alcune scene chiave e rendendole simili a tableau vivant. E la colonna sonora, davvero molto bella, è dei Mogwai.

Les revenants gioca abilmente con i cliché di vari generi, dal drammatico al thriller paranormale, e ci riesce piuttosto bene. Complici le atmosfere piuttosto raggelate, una caratterizzazione molto efficace dei personaggi e la bravura degli interpreti nell’evitare l’effetto canile (sì, anche in Francia ci riescono), si evita il pericolo del risultato pacchiano, sempre in agguato quando si parla di drammi familiari o di morti che resuscitano: in un paio di momenti in effetti il what the fuck è dietro l’angolo, ma nel complesso la serie evita certi eccessi o effettacci drammatici a favore di un crescendo molto lento di tensione e di paura e di un accumulo graduale di tasselli che però complicano la vicenda, invece di scioglierla. Qui sta, forse, anche l’unica critica possibile alla serie: la scelta di una seconda stagione appare in effetti inevitabile, considerato il successo di pubblico e di critica. Però desta anche qualche perplessità: sia per le atmosfere che per le scelte narrative Les revenants è una di quelle serie i cui pregi, tirati per le lunghe, possono diventare anche dei difetti. Senza contare che il finale

(SPOILER ALERT GRANDE QUANTO UNA CASA)

ha congedato, pare, diversi personaggi e ha praticamente decretato l’apocalisse imminente, o se non altro la fine del villaggio alpino. Se è vero, quindi, che certi misteri non sono stati svelati è altrettanto vero che molte delle storyline più interessanti sembra si siano chiuse. Insomma, l’avrei vista meglio come progetto alla American Horror Story, con una stagione autoconclusiva, ma tant’è, magari mi sbaglio e spacca anche la prossima stagione, e potrete farmi gne gne gne o linkarmi questo articolo e farmi sentire un po’ come io farei sentire Aldo Grasso se solo mi leggesse quando lo irrido su Facebook.

In ogni caso, come si dice sobriamente da queste parti, Les revenants è una bomba. Oppure, come dico io per ostentare una padronanza del francese che non ho assolutamente, chapeau!



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