14 Dicembre 2017 16 commenti

The Walking Dead 8×08: un buon episodio in un momento difficile di Diego Castelli

Saluti a te e famiglia

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OVVIAMENTE SPOILER

La fredda cronaca dice che “How It’s Gotta Be” è stato il midseason finale di The Walking Dead meno visto dai tempi della seconda stagione, e in generale questi primi otto episodi dell’anno hanno fatto registrare l’ascolto più basso per la serie, sempre escludendo prima e seconda stagione. Sintomi abbastanza evidenti di problemi di tenuta che lo show, dopo anni di record su record, si porta dietro da qualche tempo.
I motivi probabili di questa stanchezza li avevamo già discussi alla fine della scorsa stagione, su cui aleggiava uno strano paradosso: uno dei momenti più forti e seguiti dell’intera serie, cioè l’assassinio di Glenn da parte di Negan, aveva rappresentato un picco sul quale la storia aveva provato una specie di vertigine, faticando poi a ritrovare equilibrio.
Dopo quella scena, che era lo svelamento del mistero lasciato da un cliffhanger clamoroso, qualcosa nell’entusiasmo dei fan si era sgonfiato, come la reazione dopo una lunga corsa, e la lotta a Negan aveva cominciato ad arrancare, mostrando la difficoltà per gli sceneggiatori di allungare il brodo per spremere tutto lo spremibile dal carisma del personaggio di Jeffrey Dean Morgan, finendo però col diventare ripetitivi e, alla lunga, francamente superflui.

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Questa ottava stagione, in pericolosa continuità, ha poi reso evidente la fragilità dell’allargamento del cast e del raggio d’azione dei protagonisti. Per arrivare a questo midseason finale abbiamo dovuto tenere le fila di un numero francamente sproporzionato di quartieri, città-stato e reami, e non trattandosi di Game of Thrones francamente non se ne sentiva il bisogno. Alexandria, Hilltop, i Regno, il Santuario, più un altro paio di zone con altrettanta gente, sono tutti avamposti in cui la leadership è abbastanza chiara, ma che creano ugualmente una specie di nebbia indistinta nella mente di spettatori che una volta potevano godersi stragi di zombie a profusione, e oggi devono pagare il dazio delle sottigliezze politiche, delle alleanze e dei segreti incrociati. Che va bene, però la The Walking Dead dei grandi numeri parlava d’altro.

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Quello che spiace davvero, però, è che questa stanchezza (dopo una season premiere che in realtà era stata piuttosto svelta e divertente) ha influenzato negativamente un episodio pre-natalizio che, in effetti, qualcosa di importante da dire ce l’ha eccome.
Il suo più grande difetto, giusto per farlo fuori subito, è legato proprio a una certa confusione, dovuta in parte alla messa in scena volutamente criptica, che si prende il suo tempo per spiegarci alcuni snodi fondamentali, ma soprattutto alla fatica che lo spettatore deve fare per rispondere a domande come “dunque, questo con chi è che stava? E cosa stava facendo la settimana scorsa?”. In una serie sugli zombie in cui gli zombie ormai fanno da sfondo, l’eccessiva articolazione di trame e sottotrame ha fatto perdere spontaneità al racconto, rendendolo inutilmente difficile da masticare. Diciamolo ancora una volta, usando serie che in tutt’altro contesto ci piacciono molto: The Walking Dead non è Homeland e non è Game of Thrones, e non dovrebbe esserlo.

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Al netto di questo problema, però, “How It’s Gotta Be” è un episodio con una sua potenza e una sua cifra. Girato in buona parte in notturna, per dare più rilievo alla grossa quantità di fumo e fuoco che lo pervade, l’episodio diretto da Michael E. Satrazemis affronta di petto almeno due temi molto importanti, figli di due twist inaspettati.
Il primo tema è quello del fallimento. In passato abbiamo già visto Rick e compagni mangiare la polvere e scappare con la coda fra le gambe. Ma quando gli è stato dato tempo per organizzarsi e prepararsi, quando insomma gli è stata concessa una rivincita, i nostri sono sempre usciti vincitori, come il miglior Rocky Balboa.
E così sembrava dovesse andare anche questa volta: Negan sconfigge Rick, Rick si ritira e medita vendetta, Rick porta a compimento la vendetta. Sembrava tutto previsto e ineluttabile, e qualcuno magari era già pronto a gridare alla banalità, se non fosse che, complice il tradimento del pauroso ma intelligente Eugene, Negan non solo sopravvive all’assalto, ma è a sua volta in grado di contrattaccare. Lo scontro effettivo fra i due, la scazzottata da tempo attesa, li vede sostanzialmente alla pari (certo che se Rick lo menasse con la parte giusta della mazza, vabbè…), ma per il resto Negan vince su tutta la linea, ammazzando un po’ tutti e costringendo i nostri alla clandestinità nel sottosuolo, forse il momento peggiore di tutta la storia post-apocalisse di Rick & soci.

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Il fallimento (probabilmente temporaneo ma sicuramente doloroso) della guerra a Negan sembra quasi il simbolo dell’impossibilità, per i protagonisti, di ricostruire una civiltà degna di questo nome in un mondo che evidentemente non è più l’ambiente ideale a ospitarla. Allo stesso tempo, considerando i moniti francescani di Carl, la sconfitta può anche essere interpretata come l’impossibilità, per Rick, di vincere la guerra alle stesse condizioni del suo nemico, che in fatto di spietatezza e malvagità ne sa più di lui.
Questa prima metà di stagione ha insistito molto su una flebile ma progressiva umanizzazione di Negan, che è riuscito a ritagliarsi brevi momenti di introspezione e perfino di tristezza, unita a una sempre più decisa disumanizzazione di Rick: non è diventato un simpatico pazzoide come il suo arcinemico, però ha cominciato a fregarsene di qualunque vita umana si fosse messa sulla strada della vittoria. Il figlio saggio e orbo glielo dice abbastanza apertamente, quando gli fa notare che, per interrompere la serie infinita di decessi, sta mandando tutti a morire. Qualcosa evidentemente non torna.

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E qui si arriva proprio a Carl. Perché ovviamente l’ultimo, fondamentale twist di questo episodio è la rivelazione che il ragazzo è stato morso, che è stato morso ormai qualche settimana fa, e che è stato morso nel tentativo di aiutare uno sconosciuto che, girovagando da solo nei boschi, aveva un’aspettativa di vita di trenta-trentacinque minuti massimo.
La morte di Carl (che in verità a fine episodio è ancora vivo, ma che non ha più speranze che non siano quella di un ultimo saluto in primavera) ha un peso specifico fondamentale all’interno della serie, perché era uno dei pochi superstiti rimasti del pilot e perché genera nello spettatore risposte contrastanti: è chiaro che dobbiamo essere tristi per la sua dipartita, ma allo stesso tempo non vedevamo l’ora che sto attore cane si levasse di torno.
Ma questa è un’uscita di scena che ha anche un valore aggiuntivo, considerando il momento in cui arriva. Questa è LA sconfitta di Rick, molto più di quella politico-militare. Rick aveva iniziato la serie come l’uomo forte e coraggioso che, per bontà divina, tenacia e attitudine al comando, riusciva a conservarsi la famiglia intatta quando tutti gli altri l’avevano persa o mutilata. Rick aveva moglie e figlio, e non se ne bullava solo perché era un uomo con una certa sobrietà.
Otto anni dopo, moglie e figlio sono andati, e rimane solo una bambina che a questo punto comincia a fare scongiuri con una certa foga.

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Se in passato ci eravamo detti che Rick aveva toccato un fondo da cui si poteva solo risalire, non avevamo ancora visto questo episodio, dove il buon Grimes viene malmenato (metaforicamente e non) per la seconda volta consecutiva, e perde il primogenito che aveva protetto e accudito per tutti questi anni. Il ragazzo che, giusto per ricordarcelo, è quello che negli ultimi mesi aveva professato amore e dedizione per il prossimo come unica via d’uscita dalla barbarie, ma che evidentemente non era abbastanza per evitargli la morte.
Il futuro, a questo punto, è quanto mai incerto, così come incerta è la piega che prenderà la serie e il suo protagonista in particolare. Le poche immagini andate in onda dopo il midseason finale suggeriscono che il lungo arco legato a Negan arriverà (finalmente) al termine alla fine dell’ottava stagione, ma non è affatto chiaro come ci si arriverà, e soprattutto come ne usciranno i nostri.

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Se un episodio come questo, magari cupo e criptico ma decisamente migliore di quelli che l’hanno immediatamente preceduto, fatica a farsi guardare da parte del pubblico storico della serie, è bene che qualcuno si faccia delle domande su ciò che il brand sta perdendo, e che potrebbe anche non riuscire a recuperare senza una netta inversione di tendenza e qualche decisione un po’ forte, ma magari necessaria.
Esiste la possibilità, giusto per essere chiari, che Rick uccida Negan per poi uscire definitivamente di testa, vestendosi di pelli di caribù e iniziando un viaggio decennale e solitario sulle montagne. E considerando la fatica che sta facendo la serie a trovare nuovi territori di racconto, lacerata dalla voglia di fare qualcosa di nuovo ma apparentemente incapace di appassionare allo stesso modo nel momento in cui si allontana dalle sue origini, chissà che un ulteriore, ben più corposa tabula rasa condita di un almeno parziale ritorno alle origini, non sia proprio quello che servea The Walking Dead per iniziare una vecchiaia più serena.

(PS poi ovviamente è una serie cable che fa ancora sette milioni e rotti di spettatori, “andare male” è un concetto sempre relativo…)



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