8 Maggio 2013 1 commenti

Che bella robina che è stata The Americans di Diego Castelli

Arrivederci a una gran coppia di spie

The Americans copertina

Altro finale importante di questa fine primavera, o inizio estate, chiamatela come vi pare. E ci dispiace dover lasciare The Americans, una delle sorprese più piacevoli in una stagione in cui le sorprese piacevoli sono state numerose come i capelli che ho sulla testa. Che sono pochi, per la cronaca, evitate di insistere su questo fatto.

Una gran bella serie, The Americans, che ci aveva convinto fin dal pilot, ma che più di altri show doveva reggere alla prova del lungo periodo. Già perché è facile (si fa per dire…) mettere insieme una bella storia di spionaggio ambientata nel passato, una storiella di intrighi e microfoni nascosti che crei un po’ di tensione ammiccando contemporaneamente ai nostalgici del tempo che fu (intendo gli anni Ottanta, non la Guerra Fredda). La vera sfida era tenere alta quella tensione anche oltre il pilot, quando il nostro sguardo prolungato su un’epoca ancora vicina e insieme assai lontana avrebbe potuto trovare troppi squilibri, piccoli difetti visivi, insomma motivi sufficienti per sospendere l’incredulità e farci percepire come inquivocabilmente “finto” quello che ci veniva spacciato come potenzialmente “vero”.

The Americans finale (5)Be’, che dire, missione compiuta. E prima ancora che rivolgere l’attenzione alla storia e ai dialoghi, come viene sempre spontaneo fare parlando di serie tv, questa volta bisogna dedicarsi subito a ciò che in The Americans si “vede”. La ricostruzione scenografica, costumistica, il trucco e parrucco, sono il vero fiore all’occhiello dello show. Non c’è una virgola fuori posto (o almeno così ci sembra, che poi è la stessa cosa): né un modello di televisore né un paio di occhiali, né l’arredo di una cucina né il taglio di una gonna. Con la sua regia pacata ma incisiva, una fotografia solo apparentemente neutra, e questa ricchezza del dettaglio visivo, The Americans ci catapulta fin da subito nei grigi e pericolosi anni Ottanta reaganiani, una sorta di contraltare normalizzato e insieme inquietante della rappresentazione più tradizionale di quel periodo, quella dei film di Stallone o dei cantanti vestiti come imbecilli.

Questa cura spasmodica nel dettaglio, degna di Mad Men e a volte persino superiore, considerando la quantità di esterni presenti in The Americans, aggiunge da subito rigore e credibilità a una sceneggiatura che, grazie a Dio, ticchetta come un orologio svizzero.
Una vicenda sempre condotta su due binari paralleli: lo spionaggio, con la lotta sotterranea e mai apertamente dichiarata tra le spie dei due blocchi, e la strana vita familiare di Phillip ed Elizabeth, sposi per finta e amanti per davvero, poi separati in entrambi i casi. Un doppio registro che ha permesso di accostare improvvise vette di suspense e momenti di alta introspezione psicologica.
Il finale è lievemente più sbilanciato verso la prima componente, come era anche giusto che fosse dopo tutti i sotterfugi costruiti nel corso della stagione: la trappola tesa a Elizabeth e la conseguente fuga in macchina rimarrà nella memoria come una delle migliori scene seriali dell’anno, ancora una volta per la cura del dettaglio e per la capacità di costruire la tensione con ritmi propri del moderno audiovisivo, ma senza allontanarsi da un “modo” di messa in scena tipico anche di quel periodo, dove gli inseguimenti in auto e i parcheggi sotterranei dove nascondersi erano il pane quotidiano di qualunque cinefilo.

The Americans finale (2)Ciò non toglie che ci sia stato ampio spazio per la storia personale dei due protagonisti, arrivati a una riconciliazione finale dettata dall’urgenza e dal pericolo. Un riavvicinamento passato attraverso molti stadi diversi, da drama puro, su cui sempre incombeva il senso del dovere e dell’amor di patria, che punteggiava la strana sotria d’amore con travestimenti da Arsenio Lupin e ulteriori matrimoni fittizi come quello di Phillip (nei panni di Clark) con Martha.
Una relazione, quest’ultima, che è forse l’emblema più alto del tema della menzogna, che attraversa l’intera serie diventando importante di per sé, a prescindere dai motivi per cui quelle stesse menzogne venivano ideate. Se ci pensate, il “perché” dei mille piani segreti è sempre stato abbastanza inutile: scudi missilistici, supremazia nucleare, persino la vendetta in nome dei colleghi morti. Tutti elementi importanti nella cornice della vicenda, ma in fondo secondari di fronte al semplice gusto della teatralità e della sfida di intelligenze, dove il continuo gioco delle parti era ben più interessante del motivo bellico e politico per cui quel gioco era stato messo in piedi. Una scelta che non è solo di maniera, un trucco per intrattenere, ma è anche specchio di una situazione storica reale: quella di due superpotenze che vivevano nel costante terrore una dell’altra, come due bulletti forzuti che ostentano coraggio e determinazione ma che in realtà hanno una paura fottuta delle conseguenze di un ipotetico “primo pugno”.

Un gioco che però nascondeva passioni vere, perché il castello di bugie è così articolato e imponente che si finisce col crederci, proprio come Elizabeth e Phillip riescono ad amare sul serio la persona che dovrebbero solo fingere di amare.
In questo senso, l’unico appunto che mi sento di fare a questa prima stagione è il relativo abbandono di un tema che all’inizio mi pareva assai fecondo: quello della possibile diserzione di Phillip. Lo scontro tra l’amore per la madrepatria e l’affetto quasi inevitabile per il paese d’adozione, forse meno terribile di quanto dipinto durante l’addestramento, era una potenziale bomba a orologeria che poteva deflagrare sia all’interno della The Americans finale (6)relazione tra i due protagonisti, sia nel quadro più ampio delle dinamiche spionistiche. Il tema non è stato del tutto abbandonato, e di certo ci sarà modo di approfondirlo nelle prossime stagioni, ma dopo due-tre puntate in cui mi aveva molto stuzzicato è stato relegato in un angolo, lasciandomi con un po’ di disappunto.

E’ comunque il classico pelo nell’uovo, all’interno di una serie scritta, girata e recitata saldamente, dove tutto è sembrato girare per il verso giusto. Ora sarà importante non dormire sugli allori, perché le scaramucce tra le spie ci hanno molto divertito, ma per la prossima stagione vorremo inevitabilmente qualche svolta ancora più forte, pericoli maggiori, beghe familiari più strazianti. Oh, d’altronde sono loro che ci hanno fatto venire l’acquolina in bocca, e a noi serialminder tredici miseri episodi non placano di certo la fame.

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