8 Aprile 2014 13 commenti

Game of Thrones 4 Premiere – L’attesa, la qualità, e un dubbio di Diego Castelli

Gioia, applausi, e un improvviso dubbio esistenziale

Copertina, Olimpo, On Air

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OVVIAMENTE SPOILERRRRRRR!!!!

E’ finalmente arrivata la quarta stagione di Game of Thrones, e l’attesa è stata devastante. Devastante nel senso che Game of Thrones è una di quelle serie che aspetti per un anno, e quando hai visto il primo episodio già dici “oddio no, ne mancano solo nove”.
Talmente devastante, l’attesa, che la tentazione di fare un post di puro entusiasmo è fortissima. Un po’ perché da queste parti siamo fan accaniti di Khaleesi & Co., e un po’ perché sappiamo che ci tireremmo addosso una pioggia di like.
Perché certo, mi è piaciuto fare il post-gif di venerdì scorso, ma in fondo sapevo anche che l’argomento era caldo e che sfruttandolo avrei aumentato la possibilità di divertire il nostro pubblico. Niente di male, tutti vincono e siamo contenti così.

Oggi però, dopo la premiere, mi è venuto un dubbio esistenziale, di quelli che ti colgono improvvisamente e che mettono in discussione un’intera vita. No, niente cambio di sesso, sto sempre parlando di Westeros.
Potrei tentare di fare un articolo complesso e sfumato, in cui il dubbio emerga furbino tra le pieghe della normalità recensoria. Ma non credo di essere così bravo, quindi dividerò la recensione della premiere in due parti distinte.
Khaleesi drago

CHE BELLA GAME OF THRONES
Con questo episodio, la serie tratta dalle opere di George Martin ha ribadito con forza la sua qualità più grande: un impianto narrativo d’invidiabile solidità. C’è veramente un sacco di gente, in Game of Thrones: mille personaggi, mille storie, mille sotto-storie, mille segreti e mille sviluppi. Eppure, anche a fronte di questa potenziale complessità, la premiere della quarta stagione è incredibilmente comprensibile. Ok, hanno messo un previously lungo quanto una puntata di Modern Family, ma non è questo: il fatto è che proprio ti ci ritrovi, in Game of Thrones. E’ un ingranaggio in cui le rotelle trovano sempre un posto, anche quando pensi di esserti dimenticato tutto.
Ecco allora che ci vuole poco a raccapezzarsi con la marcia di Khaleesi, del suo esercito e dei suoi draghi (cresciuti e bellissimi); con le beghe matrimoniali e politiche di Tyrion; con il girovagare di Arya e del Mastino; con le frustrazioni amorose e parentali di Cersei e Jaime; col ritorno di Jon Snow al di qua della Barriera e con i pericoli che stanno per arrivare dalle lande desolate al di là del muro.
E se sei riuscito a ricomporre tutto il puzzle mentale, allora diventa ancora più facile comprendere e apprezzare alcuni decisivi sviluppi psicologici: Jaime che era un bastardo senza morale e che ormai ci sta simpaticissimo (anche perché vuole ri-scoparsi teneramente la sorella ma lei non gliela dà, stronza); il Mastino che incuteva rispetto e timore, e ora sembra disposto a uno strano barlume di amicizia; Arya che sta pian piano diventando una guerrierina con sotto due coglioni così (con un’ultima scena memorabile); Jon Snow che era un bastardo (nel senso di illegittimo) e che ora trotta allegramente verso l’eroismo più pieno.
Insomma, Game of Thrones si conferma una straordinaria macchina narrativa, dove il dispiegamento di una grande quantità di personaggi e situazioni non sacrifica mai e poi mai lo sviluppo di ognuno di essi. Dove il senso del maestoso non rinuncia al dettaglio di uno sguardo obliquo o di una frase sibillina. E se dovessimo metterci a parlare di nuovo della sottigliezza dei dialoghi non ne usciremmo più.

Tryion e Sansa

IL DUBBIO
E allora dove sta il dubbio? Ma c’è un dubbio? E se sì, è giusto che ci sia?
Be’, il dubbio ci sta sempre bene: senza il dubbio non si questionano le cose, e se non si questionano le cose siamo tutti delle gran pecore.
Il dubbio deriva dall’hype che c’è attorno a Game of Thrones. Dal mare di articoli, immagini, status e tweet che popolano internet. Dall’attesa spasmodica con cui si attende la nuova stagione. Dal fatto che io e una collega abbiamo usato la pausa pranzo per vederci la premiere sul televisore grande della sala riunioni, cosa che di solito non facciamo mai.
E la domanda è: ma Game of Thrones tutta sta ansia se la merita? La risposta, sorprendentemente, potrebbe anche essere “nì”.
Se ci pensate bene, ormai tutte le stagioni di GoT procedono a strappi: di solito c’è un inizio forte (diciamo nei primi due episodi) e un finale forte (diciamo negli ultimi due) e in mezzo uno scorrere molto più placido. Se vi avvicinate alla maggior parte dei fan (televisivi) della serie e senza preavviso gli dite “Game of Thrones”, a quelli non viene mica in mente la “finezza dei dialoghi”, o la “pregevole coralità della narrazione”. A quelli, a voi, a noi, a me, vengono in mente il Red Wedding, la testa di Ned Stark, i draghi, i capezzoli divelti. Sono singoli episodi, singole scene, perfino singole immagini, che la serie è riuscita a stampare nella nostra mente con una forza tale da riverberare su tutto il resto, anche quando il resto è più pacato, sottile o silenzioso.
La potenza emotiva di Game of Thrones, le catene mentali che legano così tante persone in tutto il mondo, non sono distribuite equamente in tutta la stagione, ma sono piantate come chiodi in punti ben precisi, e soprattutto “pochi”.
In questo senso, e pur rimanendo in un ambito di eccellenza (perché Game of Thrones è eccellente), possiamo facilmente fare esempi di serie più appassionanti e con più ritmo. Mi viene in mente Sons of Anarchy, dove su tredici episodi tipicamente ce ne sono sette-otto che mozzano il fiato. Ma persino il lento e riflessivo Breaking Bad sembrava comunque più uniforme, con una presa più continua. E non so se avete seguito questa stagione di Shameless.
Joffrey

Ma quindi se, per dirla brutalmente, su dieci episodi ce ne sono solo due davvero-davvero memorabili (e questa premiere comunque non lo è più di tanto), allora perché siamo ancora qui? Meglio, perché ci sembra di soffocare quando Game of Thrones non è in onda? E’ tutta moda, tutta suggestione collettiva? Be’, magari in parte sì, perché la foga che c’è intorno alla serie riesce in qualche modo ad autoalimentarsi, diventa contagiosa.
Ma forse la forza di Game of Thrones sta anche altrove. E se possiamo sicuramente citare elementi poco romantici come il marketing, la fanbase letteraria e la moda, nel senso dispregiativo del termine, allo stesso tempo dobbiamo riconoscere alla serie una capacità peculiare: quella di costruirsi efficacemente come una serie dell’attesa. Il 90% di ciò che accade in Game of Thrones è semplicemente preparatorio, serve a disporre il terreno su cui incastonare eventi mastodontici piazzati in un futuro indecidibile, ma apparentemente abbastanza vicino da inchiodarci alla poltrona. Così aspettiamo da anni una massiccia guerra con i Bruti, ma in tutto questo tempo non abbiamo fatto altro che prepararci ad essa. Così stiamo preparando la rivincita di Khaleesi, e chissà quando arriverà. Così aspettiamo la morte di Joffrey, ma chissà se possiamo davvero sperarci. E nel frattempo arrivano eventi altrettanto mastodontici ma che non ci aspettavamo quasi per nulla, tipo il Red Wedding.
La morsa sullo spettatore è dunque di un tipo diverso rispetto ad altri prodotti cine-televisivi: riguarda l’attesa di qualcosa, più che il suo diretto consumo. E’ come quando vedi un trailer fighissimo di un film che aspetti da mesi, e che poi spesso delude le aspettative. Solo che con Game of Thrones, quando il “film” arriva, taglia completamente le gambe.

Eccolo qui, allora, il nocciolo dell’esperienza di Game of Thrones: pochi, dilazionati eventi terrificanti, inseriti in mezzo ad altri che, al confronto, sembrano quasi “niente”.
Ma un Niente così ben concepito, che senza di esso gli eventi terrificanti farebbero molta meno paura.
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