3 Settembre 2014 4 commenti

Olive Kitteridge di HBO o la superiorità delle serie tv di Marco Villa

La serie tv Olive Kitteridge di HBO è una meraviglia

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Impressionante. La distanza, la differenza qualitativa. Arrivare al quarto giorno di Mostra del Cinema di Venezia vuol dire aver già visto una quindicina di film. Quelli belli e quelli meno, ma ormai hai settato un livello di aspettative: magari ci sarà qualcosa in grado di sorprenderti, ma dopo un po’ di giorni di visioni compulsive i giudizi iniziano a tendere verso il medio. Non ti aspetti, insomma, qualcosa di livello così diverso dal resto. E poi arriva Olive Kitteridge, che non solo spazza via tutto, ma ribadisce quale sia, in questo momento, la forma narrativa audiovisiva più forte in circolazione.

Olive Kitteridge è una miniserie in quattro puntate di HBO (io ne ho viste solo due, non sono quindi riuscito a godermi Bill Murray), che andrà in onda negli Stati Uniti a novembre e a gennaio su Sky Italia. Diretta da Lisa Cholodenko, è prodotta e interpretata da Frances McDormand, è tratta dall’omonimo romanzo di Elizabeth Strout, libro che ebbe un certo successo anche in Italia. McDormand interpreta il personaggio principale, che dà il nome alla serie: una donna dura e profondamente infelice, sposata con un uomo a cui è affezionata, ma che fatica a sopportare. La serie racconta, con vari salti nel tempo, le vicende di Olive, il suo rapporto con i famigliari e con gli altri abitanti del paesello del Maine in cui abita.

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Come detto, Olive è una donna dura: insegnante alle medie, è una persona molto intelligente, ma incapace di applicare questa intelligenza ai rapporti sociali. Le sue relazioni con chi la circonda sono caratterizzate da risposte sarcastiche (quando va bene) o semplicemente cattive (quando va male). Non si tratta però di un personaggio piatto, tutt’altro: nei primi due episodi si assiste a momenti di tenerezza da parte di Olive e si capisce che il suo modo di vivere e di rapportarsi agli altri, spesso segnato da rabbia, le provoca un dolore costante, che a tratti emerge in modo esplicito. Dolore dato dalla consapevolezza di non essere in grado di godersi la vita come tutti gli altri, in particolare come suo marito.

Henry Kitteridge, il farmacista del paese, è un uomo sempre disponibile e accomodante: non un idiota, ma una persona che ha deciso di guardare sempre al lato positivo e di cercare di trovare il meglio in ogni situazione. Una figura diversissima da Olive, ma di fatto l’unico tipo di persona in grado di poterle stare al fianco. Henry è interpretato da Richard Jenkins, ovvero papà Fisher in Six Feet Under, attore che ha trovato un’intesa pazzesca con Frances McDormand: i due sono una coppia credibile, nei momenti di lite come in quelli di complicità, riuscendo a trasmettere una sensazione di vicinanza con lo spettatore. Due così facciamo davvero poca fatica a immaginarli e probabilmente li conosciamo pure.

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Olive Kitteridge non è solo la storia di una coppia e di un paese, ma un racconto su cui pesa un tema ingombrante come quello del suicidio, che torna a più riprese già nei primi due episodi. Anche i momenti più sarcastici e divertenti sono segnati da una malinconia di fondo che fa rima con solitudine. Tutti i personaggi (compresi alcuni enormi comprimari) danno l’idea di essere profondamente soli e anche i meno tristi – come Henry – non riescono a essere davvero felici o realizzati. C’è sempre un rimpianto che scava, un desiderio che schiaccia.

Grazie anche a dialoghi precisi e rapidissimi, Olive Kitteridge sa cambiare registro in un attimo, saltando dalla risata alla commozione, mantenendo sempre qualità e credibilità. L’ho detto: un altro pianeta rispetto a tutti i film visti a Venezia. Ai prossimi Golden Globe ed Emmy vincerà di tutto, garantito. Voi segnatevi sul calendario la data di messa in onda, perché è una serie tv che non potrete non amare.

Perché seguirla: perché è fatta di personaggi indimenticabili, scritti con stile e tono perfetti

Perché mollarla: perché vi lascerà un’inquietudine che farete fatica a spiegarvi

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