16 Luglio 2015 25 commenti

True Detective – Il punto a metà della seconda stagione di Marco Villa

Cosa va e cosa non va nella seconda stagione di True Detective

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3. L’ironia
Veniamo a uno dei punti meno evidenti, ma più importanti. In questa stagione di True Detective manca qualsiasi forma di ironia. Tutto quello che accade non viene mai smorzato da un sorrisino stile “ma cosa cazzo stai dicendo”, nemmeno quando Frank dice “non bisogna fare nulla spinti dalla fame, neanche mangiare” come se fosse il figlio scemo di Sai Baba. Provate a pensare agli sproloqui di Rust Cohle senza il ghigno di Martin Hart: saremmo arrivati in tempo zero all’autoparodia più feroce e inconsapevole.

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4. Il confronto
Un mese fa, quando ci fu da scrivere in occasione del pilot, dissi al Castelli che secondo me sarebbe stato sbagliato confrontare a manetta prima e seconda stagione, perché tutto è cambiato: storia, contesto, personaggi, attori, regista. Solo il buon Pizzolatto è rimasto a fare da collante con la prima stagione, ma non stiamo certo parlando di uno showrunner navigato, anzi. Nella mia testa, la seconda di True Detective avremmo dovuto provare a guardarla senza il peso del confronto con la prima, perché nessuna serie sarebbe potuta uscire indenne da questo paragone. Questa era la mia convinzione, ma è drasticamente cambiata dopo il quarto episodio, che si chiude con una sparatoria molto confusionaria, ma anche piena di tensione. Una scena che si ricollega all’ormai celebre pianosequenza che chiudeva proprio il quarto episodio della prima stagione, come a dire che il primo a voler mischiare le due annate è lo stesso Pizzolatto. E allora sono – come dire – cazzi suoi, perché ripetere l’equilibrio perfetto della prima stagione è impossibile: per qualche strana alchimia, nella prima di True Detective anche i punti deboli si trasformavano in punti di forza. Un amalgama assoluto, che non si può ricostruire a tavolino.

Arrivati a metà, si può dire che la seconda stagione di True Detective sia una sorta di assestamento, il tentativo di rendere canone qualcosa che era fuori da ogni classificazione. Un lavoro estremamente difficile, che giocoforza passa per errori e sbandamenti, ma che non può essere etichettato come fallimento. Anche se sputare sui migliori è sempre molto appagante.

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