20 Febbraio 2024

True Detective Night Country season finale – Scegliere tutto (o scegliere niente?) di Diego Castelli

La quarta stagione di True Detective ha ridato piacevolezza alla serie, senza però competere coi fasti dell’esordio

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ATTENZIONE! SPOILER COME SE NEVICASSERO!

Ci sono molti modi di valutare una serie come True Detective Night Country, potenzialmente tutti validi, e difficilmente sovrapponibili.
C’è la prospettiva di chi non ha mai visto le stagioni precedenti e non partecipa in alcun modo del chiacchiericcio su questo marchio ormai decennale. C’è il punto di vista di chi non può dimenticare la prima stagione e pretende che si torni a quel livello. C’è il rassegnato spirito pratico di chi dice che alla prima non si torna, ed era invece importante risalire dopo le difficoltà della seconda e della terza.

Una singola mente non può abbracciare tutte le prospettive: non posso giudicare pienamente Night Country dal punto di vista di chi non ha mai visto True Detective prima d’ora, ma tanto sappiamo che appartenere all’altro gruppo non mi consentirà di essere d’accordo con tutte le persone che stanno al suo interno.

Chiedo scusa per la premessa un po’ circonvoluta, ma mi serviva per dire che pure chi ha creato effettivamente True Detective Night Country (ovvero Issa López, subentrata a Nic Pizzolatto), ha dovuto porsi domande che riguardavano l’identità specifica della sua serie, unita però al rapporto col passato e con le aspettative dei fan.
A stagione conclusa possiamo dire che molto di buono è stato fatto, e qualcos’altro si è confuso o perso per strada.

Non stiamo a riscrivere la trama della stagione, ne avevamo già parlato, e concentriamoci invece sul finale (quindi occhio che da qui sono spoiler).
Per diverse settimane, Issa López aveva giocato con gli spettatori, proponendo un’indagine dai confini potenzialmente razionali, scientifici e “canonici”, contaminandola però con molti elementi fra l’horror e il soprannaturale, e spargendo indizi che potessero andare in entrambe le direzioni (un esempio per tutti sono le visioni di Navarro: le cose che vede sono eventi soprannaturali o il semplice frutto di una malattia mentale che scorre in famiglia?).

Arrivare al finale di Night Country (che trovate sempre su Sky e NOW) significava dover prendere una decisione, fosse anche quella di… non prendere una decisione. In altri termini, bisognava decidere se riportare tutto alla razionalità, se all’opposto virare con forza verso l’occulto, o se provare a tenere il piede in due scarpe.
Di fatto, e con tutti i rischi del caso, True Detective Night Country cerca di tenere il piede in due scarpe, offrendo specifiche soddisfazioni circa alcune domande poste nel corso della storia, e scegliendo consapevolmente di lasciare altre cose in sospeso.

Nei termini strettamente logici dell’indagine criminale, Night Country offre una spiegazione praticamente per tutto: nell’ultimo episodio veniamo a scoprire che Annie è stata brutalmente uccisa dagli scienziati della stazione, furiosi perché lei aveva danneggiato il loro lavoro dopo aver scoperto che, per quelle analisi, gli scienziati avevano favorito il pesante inquinamento della regione.
(Parentesi: la spiegazione scientifica del perché l’inquinamento servisse alla ricerca è sembrata un po’ buttata lì, ma vabbè)

A loro volta, gli scienziati sono stati uccisi dalle donne del posto, alcune delle quali lavoravano come addette alle pulizie della stazione. In una scena di bell’impatto visivo, con tutte le donne che, a una a una, entrano nella cucina dove la loro leader sta spiegando la situazione a Danvers e Navarro, le protagoniste decidono quindi di lasciar correre e non denunciare l’accaduto, chiudendo il caso come un incidente e accontentandosi del fatto che giustizia sia stata in qualche modo fatta (compreso il coinvolgimento di Hank, che aveva occultato il cadavere di Annie ed era già morto nell’episodio precedente).

Fin qui tutto torna e tutto si spiega. Poi possiamo decidere se questa spiegazione “ci piace”, ma io l’accetto senza problemi anche perché non mi sembra che la risoluzione pura e semplice dell’indagine fosse il principale motivo di interesse di questa stagione (o di tutte le stagioni di True Detective, se è per questo).

C’è però un ulteriore elemento, ovvero quello che tiene in piedi il soprannaturale: alle visioni di Navarro e infine anche di Danvers, si aggiunge il fatto che le donne delle pulizie non hanno effettivamente ucciso gli scienziati, limitandosi a spingerli nel buo dell’artico, pronte a riaccoglierli qualcosa fossero riusciti a tornare indietro.
Il fatto che gli uomini siano poi morti, e morti in quel modo raccapricciante, con i volti deformati dal terrore, resta un indizio non definitivo eppure abbastanza chiaro del fatto che lo spirito di Annie si sia effettivamente vendicato.

Chi non vuole accettare questa spiegazione soprannaturale può comunque appoggiarsi all’analisi più medico-scientifica che era stata data nei primi episodi: il freddo e il buio (e, nel caso di Clarke, il trauma per il senso di colpa), hanno portato gli uomini alla pazzia, facendogli vedere cose che non esistono.

L’idea di lasciare un elemento soprannaturale, o “forse” tale, non è solo un vezzo stilistico, ma sembra rappresentare il tentativo di cavalcare uno dei temi centrale di questa stagione di True Detective, cioè quello ambientalista, del rapporto dell’umano con la natura.

In uno scenario completamente ostile all’homo sapiens, con questo freddo, questo ghiaccio, questo buio senza fine, i piccoli umani continuano imperterriti a interferire con le cose della Natura, sporcandola e lacerandola, e la Natura si ribella con i suoi spiriti, i suoi demoni, e attraverso l’intervento di persone che di quella specifica Natura sono figlie.

Potremmo spingerci a vedere anche una macabra ironia nel fatto che i cattivi sono quelli che sporcano, e le buone sono quelle che puliscono. Questo al netto del fatto che probabilmente non viene abbastanza approfondito il tema del “male minore”: Clarke sostiene che gli scienziati fossero sulla soglia di una scoperta incredibile per il bene dell’umanità, e il fatto che quella scoperta venga sepolta in nome di un’etica più circoscritta avrebbe meritato probabilmente una riflessione più ampia e puntuale.

Nella costruzione di questa storia e di queste atmosfere, Issa López trova poi il tempo e la voglia di seminare specifici indizi sul collegamento fra questa quarta stagione e il primo, mitico ciclo di episodi.

Lo fa con il personaggio (morto) di Travis, che veniamo a sapere chiamarsi Travis Cohle e che, probabilmente, è proprio il padre del personaggio di Matthew MacConaughey. E poi lo fa nell’episodio finale, in maniera più filosofica, quando Clarke fa un esplicito riferimento alla potenziale presenza del fantasma di Annie, dicendo che quello spirito potrebbe benissimo aver operato anche in passato, quando Annie non era ancora morta, perché “time is a flat circle”, il concetto (meta)fisico già caro proprio al personaggio di Rust Cohle.

Insomma, Issa López le tenta tutte pur di rimettere in carreggiata una serie che, con la seconda e terza stagione, aveva perso completamente la bussola.
Sceglie un’ambientazione tutt’altro che neutra come l’Alaska del buio perenne. Sceglie protagoniste femminili la cui caratterizzazione (fra le durezze della vita da poliziotte, certi segreti incoffesabili del passato, e le fragilità del presente) rappresenta una grossa fetta dell’interesse per questa stagione. Gioca con più generi diversi nel tentativo di lisciare il pelo a più pubblici differenti, pur nell’ovvio rischio di non accontentare né gli uni né gli altri. Sceglie di pagare il proprio affettuoso tributo alla prima stagione della serie, che è ancora fonte di riflessioni e di meme a dieci anni di distanza.

Nel complesso, per quanto mi riguarda, l’operazione è riuscita, anche se a questo punto bisogna provare a scindere almeno due delle prospettive viste più sopra.
Ho pochi dubbi sul fatto che Night Country sia (molto) superiore alle due stagioni precedenti. In quei casi avevo fisicamente fatto fatica ad arrivare alla fine, mentre qui ho sempre trovato modo di divertirmi, nel senso più ampio del termine, che fosse per la curiosità nei confronti dell’indagine, per le faccette di Jodie Foster, o per la storia tragica del giovane Pete.

Mi sembra, insomma, che True Detective sia tornata ciò che aveva smesso di essere, cioè una buona serie tv, che puoi aspettare con gioia il lunedì sera.

Se però adottiamo l’altra prospettiva, quella del confronto con l’originale, allora Night Country risulta perdente, e onestamente non poteva essere altrimenti.
Nell’ideale sfida con la prima stagione, la quarta suona molto meno originale (anche dal punto di vista del genere e dell’ambientazione, che fin da subito hanno fatto pensare ad altre serie e film, da La Cosa e Fortitude), ma è soprattutto la profondità filosofica della prima sceneggiatura di Pizzolatto che qui non trova un riscontro pragonabile.

Sia chiaro, non è nemmeno questione di chissà quali verità sulla vita snocciolate dai primi episodi di True Detective: si tratta piuttosto della capacità di prendere un genere, quello poliziesco-investigativo, e contaminarlo improvvisamente con riflessioni e atmosfere completamente altre, che spiazzano gli spettatori.
Nel momento in cui lo spettatore veniva lasciato senza riferimenti, a sentire le divagazioni metafisiche di un attore improvvisamente trasformato (giova ricordate che MacConaughey veniva soprattutto da avventure e commedie romantiche), scivolava in una dimensione altra che diventava significante di per sé, e che costringeva a ripensare a quanto visto nei giorni e negli anni successivi, pure in assenza di una vera e proprio “comprensione”.

Se ci pensate, è parte dell’essenza stessa dell’arte, quella di lasciare chi guarda con un grumo di emozioni e un sacco di domande. La prima stagione di True Detective ci riusciva, la quarta no, e forse nemmeno poteva farcela.
Ci prova, a lasciarci delle domande, ma non sono domande istintive, esistenziali, quanto più domande logiche legate all’effettivo svolgersi degli eventi, a ciò che è successo davvero e cosa no. È un gioco più cerebrale e meccanico, di pesi e contrappesi, in una scrittura che si impegna anche troppo per essere “a posto”.

Per le persone più esigenti, questo inevitabile scarto sarà più che sufficiente a bocciare Night Country, ma se questa è l’aspettativa, lo stesso varrà per tutte le prossime, eventuali stagioni di True Detective.
Per quanto mi riguarda, a fronte di compito davvero difficile, la costruzione di un mondo e di un sistema di personaggi che avesse un’anima e uno scopo, compresi i dinosauri a spirale per non farci mancare nulla, e la capacità, pura e semplice, di tenermi incollato allo schermo, fanno di Night Country una stagione meritevole di stima.
Avevo smesso di divertirmi con True Detective, e ora ho ricominciato.
Tutto sommato, va bene così.

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